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Intervista a Fausto Santangelo:
«Un'altra Basilicata è possibile»

Basilicata

Dal caso Claps all'intervista a Di Consoli, dialogo senza rete con il neo delegato regionale dell'Azione cattolica lucana. Fausto Santangelo

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HA LE IDEE chiare Fausto Santangelo sul ruolo dell’Azione cattolica in questa Basilicata. Un’associazione che non guarda solo dentro se stessa, ma che da sempre, stando al fianco della gerarchia ecclesiastica, ha dato e vuole dare un contributo per «rendere grande la nostra piccola regione» da «laici con la schiena dritta» e da «mistici dagli occhi aperti». Lo ha ribadito nei giorni scorsi durante l’assemblea regionale dell’Azione cattolica, lui che da qualche mese ne è il delegato regionale. Nel suo discorso ha parlato del ruolo e degli obiettivi futuri dall’associazione ma, guardando alla situazione della Basilicata, ha definito «un dovere» da parte degli aderenti «dare il proprio contributo, nessuno escluso, alla crescita della regione». Santangelo una vita nell’Azione cattolica, è sposato, ha due figli ed è un libero professionista. Ha voluto accettare di rispondere a qualche nostra domanda. Parla a braccio, ha una risposta pronta per tutto. Anche per quelle domande più scomode. Entra poi nel dibattito degli ultimi giorni alimentato da Di Consoli rispondendo ad alcune sue esternazioni.
«Prima di tutto - esordisce citando uno stralcio della sua relazione ai lavori dell’assemblea regionale - siamo orgogliosi della nostra identità e ne avvertiamo il peso. Sappiamo che questa associazione da oltre 140 anni, questo modo di stare nella Chiesa e nel mondo può dire ancora molto alle persone che incontriamo, che frequentiamo, che ci circondano. Come stare insieme? Avendo cura delle relazioni e mettendo al centro la persona. La nostra risposta gratuita al dono della fede che abbiamo ricevuto passa attraverso il fratello che mi sta accanto e la cui storia mi interessa, quindi il nostro è un incontro di volti, di storie, di affanni, di desideri, di sogni che abbiamo l’opportunità di condividere».

Quali sono gli obiettivi prossimi dell’associazione?
«Vivere la fede e amare la vita: solo attraverso una fede riscoperta, vissuta è possibile amare la vita e colmare il grande bisogno di umanità, di felicità, di pienezza... Di Dio che ciascuno ha. In tal senso l’opzione preferenziale rimane sempre quella degli ultimi. Per fare questo nella nostra Assemblea regionale del 28 agosto a Matera abbiamo deciso insieme di porci degli obiettivi per il prossimo triennio che siano misurabili, verificabili; questo perché chiunque assume delle responsabilità, soprattutto se eletto dalla propria base associativa, deve imparare a rendere conto del proprio operato. In tal senso credo che la nostra regola dell’elezione di tutti i responsabili e del numero limitato di mandati sia significativa se non profetica».

Quali sono i “temi” su cui focalizzerete la vostra attenzione?
«La novità più consistente, accanto alla cura formativa per ragazzi, giovani e adulti, è che costituiremo e avvieremo due commissioni su due temi a noi cari: il bene comune e la famiglia. Questi due gruppi di studio avranno il compito di analizzare le tematiche rendendole fruibili per le singole realtà diocesane. Per il momento questo lavoro è rivolto agli aderenti. Non è escluso che in un futuro, se avremo le forze per farlo e se incontreremo condivisione del progetto, si potrebbero coinvolgere anche le altre associazioni cattoliche della regione proponendo i cosiddetti “week end del sociale”: un luogo dove i cattolici possono pensare, discernere e decidere “insieme”. Non è escluso - aggiunge - che in un prossimo futuro potremmo farci promotori di chiamare i politici che provengono dalle nostre associazioni e farli sedere tra i banchi per meditare, pregare insieme. Il distacco da una vita di fede può far dimenticare spesso che la politica è la forma più alta di carità, che deve essere perseguito il bene dell’intera collettività e di ciascun membro perché ciascuno possa realizzarsi più pienamente e prontamente, che i poveri e gli ultimi dovrebbero sempre essere il punto di partenza. Il politico, anche quello cattolico, è spesso totalmente assorbito dalla sua attività e qualche volta può smarrire i suoi riferimenti ideali. Abbiamo il dovere di ricreare questi collegamenti. Senza una formazione spirituale c’è il rischio concreto di perdersi. Ovviamente questi obiettivi non offuscano quello che è la missione dell’Azione cattolica: servire la Chiesa attraverso un servizio con specifici cammini che partono dai bambini di 5 anni fino all’età adulta. Siamo consapevoli che nella nostra società c’è una grande bisogno di Dio. Noi, come associazione, vogliamo favorire l’incontro con Chi può colmare questo bisogno».

Di Consoli ha alimentato un dibattito sulla Basilicata che ha creato non poche polemiche. Sei d’accordo con la sua disamina o ci sono dei punti che vorresti chiarire?
«Non mi riconosco in alcune sue affermazioni. Io conosco un’altra Basilicata. Conosco tanta gente che opera con passione per questa terra. Mi riferisco, tanto per fare un esempio, ai ragazzi che hanno animato l’estate a Rotondella e di cui anche “Il Quotidiano” si è occupato, mi riferisco a quei tanti educatori e responsabili di Azione cattolica che dedicano gli anni più belli della loro gioventù proprio all’educazione dei più piccoli. Di “Un’agenda dello Sviluppo” della Basilicata proprio come Azione cattolica ne abbiamo parlato qualche anno fa. Posso affermare con assoluta certezza che c’è tanta gente appassionata, seria, competente e gioiosa che ha a cuore la nostra regione. Il nostro problema come cattolici, almeno fino a questo momento, è stato quello di fare rete. Se solo avessimo coscienza di quello che come associazioni e movimenti cattolici potremmo fare, sono sicuro che per quanto ci concerne, potremmo cambiare il volto a questa regione».

Parli di passione per la Basilicata e di coscienza comune per poter cambiare il volto di questa regione. Questo tuo discorso sembra un po’ agli antipodi con quello che fu detto a suo tempo dal tuo predecessore. Nico Curci parlava addirittura di andare via dalla Basilicata.
«Quella di Nico era una provocazione. La sua frase era contenuta in un discorso che parlava di raccomandazioni, di familismo amorale. Io pur rispettando il suo pensiero, la penso un po’ diversamente o almeno credo nella provocazione opposta. Credo che è rimanendo nella nostra regione, che possiamo davvero combattere questo sistema. Non ci illudiamo però che solo rimanendo si possano risolvere i problemi. Dobbiamo stare con la schiena diritta, dire dei no, inventarci il lavoro, essere propositivi, rivolgerci ai politici perché facciano il loro mestiere, perché diano delle risposte a tutti. E’ qui la vera scommessa della politica».

Di Consoli ha definito i preti «anime morte che girano per la Lucania». Da delegato di un’associazione ecclesiale cosa senti di dire allo scrittore?
«Mi fa sorridere questa affermazione. Anche in questo caso conosco un’altra Basilicata, fatta, ripeto di persone che danno la vita per la propria terra. Al contrario di Di Consoli credo nella centralità della Resurrezione. Solo la certezza della sconfitta della morte - e non della sua centralità come sostiene lo scrittore - mi fa superare il pessimismo e le amarezze facendomi vedere i segni positivi piuttosto che quelli negativi. Dobbiamo imparare a scorgere i tanti segni positivi, le tante risorse presenti in questa regione, seppur piccola».

Parliamo un po’ della Chiesa citando un articolo di Paolo Albano. L’opinionista ha scritto che dopo il ritrovamento del corpo di Elisa Claps la Chiesa, soprattutto quella potentina, abbia perso tutta la sua storia e la testimonianze edificanti della sua lunga tradizione. Sei d’accordo?
«Si è fatto un gran parlare circa il coinvolgimento di alcuni sacerdoti nella vicenda del ritrovamento sfiorando addirittura l’Arcivescovo. Il suo silenzio - come ha sempre sostenuto - è dovuto al rispetto nei confronti della famiglia e delle indagini della magistratura. Gli inquirenti, come lo stesso Superbo ha sottolineato fin dal primo momento, hanno sempre avuto la piena collaborazione da parte della curia, perché si facesse piena luce sull’accaduto. Questa non è una difesa d’ufficio, ma è il rispetto che si deve a un uomo che ha fatto molto per la nostra regione. Superbo è stato ed è una figura significativa della Basilicata. Fatta questa premessa dico che non sono d’accordo con Paolo Albano quando parla di “perdita”. Come credenti non ci lasciamo deviare se anche qualche figlio della Chiesa dovesse aver sbagliato. Il cammino che porta alla Risurrezione passa attraverso la Croce e se sono lungo il cammino del Calvario, soffro, ma sono convinto che alla fine la Vita trionferà».

Sulla Chiesa della Trinità hai un pensiero del tutto personale che esula dalla carica che ricopri nell’Azione cattolica.
«Sì è un pensiero personale anche se in assemblea ne abbiamo parlato. Se non ci sono più questioni legate alle indagini, dico che la chiesa va riaperta al culto e contestualmente vanno destinati alcuni locali ad un’associazione che possa ricordare la figura della cara Elisa. Attraverso la celebrazione del sacrificio eucaristico in quella Chiesa e il ricordo perenne di Elisa lasceremmo un segno indelebile a futura memoria per tutta la città e la Regione nella convinzione che Elisa è già beata e gode dell’abbraccio del Signore in cui ha creduto fin da quando ha frequentato i nostri gruppi e la Chiesa».

Un’ultima domanda: cosa ti auguri per il futuro dell’Azione cattolica?
«Vorrei chiudere allo stesso modo con il quale ho aperto l’Assemblea a Matera e mi rivolgo a tutti i soci o ex soci come il dottor Lacerra che dalle pagine del Quotidiano ha criticato la scelta religiosa dell’Azione Cattolica nei giorni precedenti.
La nostra scelta religiosa è il modo con il quale siamo nel mondo così potenzialmente portatrice di frutti che il Santo Padre Benedetto XVI nel messaggio inviato all’Assemblea Nazionale di Azione Cattolica a maggio ci ha spronato ad andare avanti».

Giovanni Rosa

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