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Il COMMENTO
Caro Piperno, il talebano sì e il pompiere invece no?

Basilicata

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di GIANNI CERASUOLO
Credo che nel panorama dei giornali italiani, in mano ai maggiori gruppi economici e finanziari del Paese, il “Quotidiano della Calabria” costituisca un caso particolare. Sulle sue pagine – i nostri lettori lo sanno – si sviluppa un dibattito politico e culturale di alto livello e, cosa che rende questo foglio un unicum appunto, ispirato a qualsiasi credo politico, ideologico e culturale senza condizionamenti e censure. Questo è il tratto fondamentale, la filosofia di fondo. Caratteristiche che ispirano una linea editoriale che si è fatta carico anche di battaglie civili e culturali che hanno raccolto tanti consensi nel corso di questi anni. Con tutti gli errori che simile impostazione può produrre. Non è un caso quindi che Franco Piperno, tra i migliori e più stimolanti collaboratori del giornale, abbia potuto scrivere senza vincoli o legacci alla vigilia dell’anniversario dell’11 settembre suscitando con il suo intervento approvazione ma anche non poche polemiche e, in qualche caso, indignazione. Come vediamo dalle lettere che arrivano al giornale e sul blog di Matteo Cosenza nell’edizione on line del Quotidiano. E come si è accorto anche il Corriere della Sera che alcuni giorni fa ha aperto un blog sul caso. Perché Piperno a distanza di decenni riesce sempre ad essere un caso. Ebbene, l’opinione di Piperno sui fatti di dieci anni fa a me pare ispirata alla totale mancanza di un sentimento: la pietas. Veniva in mente questo leggendo e rileggendo quelle righe in cui l’intellettuale, parlando di Noam Chomsky, colto da «una pietà inane» evocava un lamento che s’alzava da quel «groviglio dantesco di carne che mescolava alla rinfusa i cadaveri degli assassini e delle loro inconsapevoli vittime. un coro abissale di milioni di anime che ancora vagano come spettri non avendo trovato una degna sepoltura: i tedeschi di Dresda, gli italiani di Firenze, i giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, gli arabi di Bagdad, tutti civili e innocenti allo stesso titolo dei newyorkesi». Già. E le anime di Sabra e Shatila? E le montagne di cadaveri dei khmer rossi? E i morti mai visti ma immaginabili appiccicati al muro di Berlino dai mitra dei Vopos? E quelli del Corno d’Africa di cui è impossibile ogni contabilità? E i giovani dell’Intifada? O quelli che sicuramente sono usciti dall’inferno di Guantanamo, dopo essere stati torturati? Credo che a Dresda come ad Auschwitz come a Srebrenica come a New York sono morti uomini di estrazione diversa, di condizioni e di convinzioni diverse. E che questa massa di fantasmi abbia bisogno soltanto del rispetto del dolore dell’uomo. E del ricordo. Quello intimo e indescrivibile, quello che scaturisce dalla commozione di una tragedia, dalla rabbia per le ingiustizie e la barbarie. Forse, sentimenti borghesi. O semplicemente umani? Voglio dire che gli imperialismi, da quello americano a quelli sovietico e cinese, hanno prodotto tante Torri Gemelle. Può dar fastidio che oggi si celebri solo quello che abbiamo visto in diretta dieci anni fa, una cosa così terribile e disumana che ognuno di noi ricorda esattamente che cosa stesse facendo in quegli attimi in cui quei due aerei si schiantavano contro i grattacieli. Certo, l’egemonia culturale occidentale ha imposto questa celebrazione (peraltro dipanatasi – da quello che si è visto in tv – senza retorica eccessiva e senza troppe invasioni politiche, lasciando che tutto si svolgesse in maniera molto laica e sobria). E invece dovremmo ricordare ogni volta Dresda, Auschwitz, Firenze, Sabra e Shatila, il Corno d’Africa. Tuttavia, a questa sopraffazione ed egemonia occidentale politica, militare e mediatica che cosa si oppone? Quale civiltà, quale cultura? Il terrorismo di Al Qaeda che cosa ha prodotto negli anni? Morte, morte di arabi e di musulmani, soprattutto, questi sì veri martiri, montagne di cadaveri. E paura e distruzione. Non solo. Quanto sia costata l’assimilazione di tutto il mondo arabo ad Al Qaeda è cosa evidente nei suoi danni e per la strumentale utilizzazione che in Occidente ne è stata fatta. Al Qaeda ha sicuramente tratto profitto dalla debolezza economica e politica degli Usa ma, di certo, non li ha messi in ginocchio. Oggi gli Usa sono molto più in ginocchio di quanto lo siano stati nel 2001 e l’epicentro della contraddizioni è nella recessione e nei mercati finanziari: tutto ciò nonostante la guerra sconsiderata di Bush. Oggi è ancora più evidente del 2001 che il fulcro delle contraddizioni si va allontanando dall’area del petrolio. Franco Piperno ha scritto che «qualsiasi possa essere il vincolo di fraternità culturale che lega la sorte dell’europeo all’americano, è del tutto evidente che l’ammirazione dell’uomo libero, non scevra dal raccapriccio, va agli insorti e non ai mercenari – il coraggio temerario del corpo umano che si fa beffa della potenza tecnologica e la rivolge contro coloro che l’hanno fabbricata». Chiedo: perché l’attentatore sì e il pompiere che muore sotto le Torri no? In realtà la storia non la fanno gli eroi, che peraltro se ne trovano dappertutto, ma il senso, la direzione di marcia delle azioni, il segno che esse imprimono al movimento, ai fatti. Domando ancora: qual è stato il fattore progressivo messo in moto dagli attentati dell’11 settembre? E poi quella provocazione molto plateale e crudele: gli aerei contro le Torri, un evento di una bellezza sublime. Sono giorni che ripenso a questo passaggio dell’intervento di Piperno e l’unica cosa che viene in mente – oltre al fastidio istintivo verso una espressione di piacere su un massacro: chissà se Kappler dovette avere anche lui di queste visioni quando sparava alla nuca a quei disgraziati e patrioti della Fosse Ardeatine – sono Marinetti e i futuristi. L’esaltazione della bellezza della morte violenta, un’estetica nella violenza, nella guerra, il tentativo di dare una forma bella ai conflitti ma anche a tutto ciò che è moderno, travolgente, veloce. E’ un “delirio” che mette capo un nuovo concetto del bello nel quadro della crisi dell’estetica ottocentesca. Senonché, la consonanza con i temi agitati contemporaneamente dal nazionalismo trasformò – a torto o a ragione – il futurismo in una sorta di idolatrazione della guerra e ne fece una delle tante forme dell’irrazionalismo dei primi del Novecento. Con tutto quello che poi ne scaturì. Un’ultima cosa: non è vero che l’Occidente, gli Usa in particolare, si siano scoperti vulnerabili dopo l’11 settembre. In realtà, le grandi metropoli americane, i grandi centri industriali e le installazioni militari strategiche sono state per almeno due decenni sotto il tiro dei missili intercontinentali dell’Unione Sovietica. Il fatto che gli Usa avessero potuto replicare poiché sarebbero riusciti a conservare una riserva strategica all’indomani della prima ondata di attacchi dell’avversario, non diminuisce per nulla il senso e l’angoscia della vulnerabilità, tant’è che non è mai venuta meno la ricerca per far diminuire gli effetti del primo attacco. Con lo scudo spaziale di Reagan – per quanto fosse irrealizzabile in concreto – si coltivava l’illusione di rendere del tutto inoffensiva la rete di attacco intercontinentale dei russi. Insomma, da quando i russi misero a punto vettori continentali (Europa) ed intercontinentali (Usa), gli americani persero il senso dell’invulnerabilità. Il salto rispetto ad un’ipotetica e impossibile vendetta per Hiroshima e Nagasaki mi sembra evidente. Altrimenti non avrebbe avuto senso parlare di equilibrio del terrore.

294501Leggi anche il Commento di FRANCO PIPERNO
Gli aerei contro le torri. Un evento dalla bellezza sublime

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