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Fenice, vent'anni di timori.
Ora le conferme

Basilicata

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QUELLA di Fenice è una storia che inizia negli anni ‘90. A San Nicola di Melfi la Fiat aveva appena promosso il progetto Sata. La notizia della costruzione di un inceneritore trapela attraverso una gara di appalto, da parte di una certa Fenice che vorrebbe ubicare nella zona un inceneritore, unico nel meridione, insieme con altri due, l'uno in Piemonte e altro in Lazio, destinati al trattamento dei residui di lavorazione degli ottanta siti Fiat che operano in Italia.
L’Iter non è dei più celeri. Il via nel '92 con una richiesta di compatibilità ambientale all'apposito Ministero, e giunto in porto nel '93, a patto che la società ottemperasse a ben 22 prescrizioni. Ma l’affare è complesso. I titoli della stampa dell’epoca sono eloquenti: “Il melfese tra occupazione e rifiuti, mentre Fenice avanza”, “Per la società Fenice non ci saranno pericoli e inquinamenti derivati dal termodistruttore Fiat a Melfi”, “Presupposti e prescrizioni dell'autorizzazione rilasciata dalla commissione del Ministero dell'Ambiente”, “Decisioni scottanti tra necessità di smaltire e volontà di negare”. Insomma qualcosa già non andava fin dal principio. Nonostante i tanti dubbi, la sua realizzazione va avanti.
Nel frattempo un autentico braccio di ferro terrà banco per anni coinvolgendo, a diverso titolo, Fiat, Regione, ambientalisti e residenti, impegnando finanche la magistratura. Fenice prevede un incenerimento di 66.000 tonnellate all'anno di rifiuti, la gran parte di origine industriale, tra cui quote di tossico - nocivi, provenienti, anche da altri siti Fiat nel meridione.
A preoccupare, con lo smaltimento, anche il transito del materiale, per il quale si chiede un monitoraggio che verifichi la sua origine, le ricadute su atmosfera, suolo, agricoltura, acqua di superficie e di falda e viabilità, per la difesa ambientale, in particolare sull'inquinamento di produzioni agricole di larga portata su tutto il territorio. Si arriva fino a raccogliere firme per un referendum. Si arriva così ai giorni nostri.
I timori dell’inizio di questa storia erano fondati: “Fenice inquina”. Lo dicono i dati dell’Arpab che con un certa frequenza testimonia lo stato del suolo attorno all’inceneritore. Grazie all’impegno di alcune associazioni come la Ola, il Comitato Salute e di alcuni esponenti come Bolognetti, la questione tiene banco. La manifestazione dello scorro venerdì è la testimonianza che la popolazione vuole vederci chiaro.

Giovanni Rosa

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