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Il COMMENTO
C’è ancora chi ha fiducia nel premier a tempo perso

Basilicata

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di OTTAVIO CAVALCANTI
Domenica, 18 settembre. Prendendo per buone le previsioni metereologiche relative ai prossimi giorni, guadagno il mare, non trascurando “la preghiera laica del mattino”, la lettura dei giornali. Mi confermano le prime pagine nella convinzione, comune a molti, che il Paese stia vivendo uno dei momenti più bui della sua storia. Per la verità le cose erano chiare sin dall’inizio, quelle che i vari Montezemolo e Marcegaglia hanno scoperto solo di recente. C’è da chiedersi, piuttosto, come ancora il 22% dell’elettorato possa nutrire fiducia in un “premier a tempo perso” di un “Paese di merda” (ipse dixit) dove consiglia di non rimettere piede a un latitante, nella sua veste di incriminato e sotto processo per frode fiscale, concussione, sfruttamento della prostituzione, ecc., oggetto di scherno a livello internazionale dove è riuscito a collezionare una serie di comportamenti squalificanti per la comunità rappresentata: dalle corna sulla testa del ministro spagnolo nella foto ricordo, alle recenti, volgari, irriverenti espressioni nei confronti della Merkel. Insuperabile nel turpiloquio, come le intercettazioni ampiamente rivelano, cerca ancora una volta con la forza della disperazione di trovare la soluzione finale al problema di stampa e magistratura. Frenato da Napolitano nell’emissione della legge bavaglio, non esita, con palese ammissione di responsabilità, a dichiarare: «Lo sa, presidente, che se esce questa roba non ne vanno di mezzo io e il governo, ma tutto il Paese?» L’onorevole avvocato Ghedini ha imprudentemente dichiarato che «in quelle serate non c’era sesso, solo riunioni conviviali», ma il Cavaliere intercettato dichiara: «Avevo la fila fuori della porta. Erano in 11 e me ne sono fatte solo 8. Non potevo fare di più, a certe cose non si può arrivare». Quanto all’abuso di bugie, ha pubblicamente affermato che non ha mai pagato una donna per prestazioni sessuali, mentre nella stessa telefonata (con Tarantini) dice: «Senti, io ho qua tutti i letti occupati. Queste non vanno via neanche con le cannonate. Il prezzo è buono, il vitto anche.». Quanto all’abituale rifugio nella menzogna i pagamenti (800mila euro) fatti al duo Tarantini - Lavitola, che parlando tra loro dichiarano di volerlo mettere o tenere con le spalle al muro (id est ricatto), sono spacciati per donazioni o prestiti a un amico in difficoltà, che – guarda caso, – è lo stesso finito agli onori della cronaca come prosseneta in occasione del caso D’Addario. Non più spavaldo e arrogante, come d’abitudine, rifiuta di testimoniare senza i suoi legali, l’impavido condottiero, temendo i pm di Napoli e il loro “trappolone”, candidandosi alla gogna dell’accompagnamento coatto. Ma non sono immoralità, volgarità e patologie sessuali, già impietosamente e pubblicamente denunziate dall’ex moglie, a costituire scandalo, quanto l’uso privato delle nomine (leggi Guardia di Finanza); delle commesse e degli incarichi di Stato (leggi Protezione civile e Finmeccanica) in cambio di donne; delle candidature blindate in tutti gli organismi rappresentativi di escort o loro reclutatrici, mantenute di conseguenza con pubblico denaro, giù giù fino all’uso strettamente personale dell’aereo presidenziale, sul quale viaggiavano Tarantini con visto diplomatico, Carlo Rossella e Fabrizio Del Noce nel ruolo di reggimoccolo. *** Nella saga dell’incredibile le maggioranze parlamentari di Camera e Senato, malgrado la solarità delle prove, non hanno esitato – com’è noto – a sostenere, esponendosi al ludibrio, la tesi, destinata a restare proverbiale, della nipote di Mubarak. *** Degno compare, l’handicappato di Ponte di Legno, in trasferta sul Monviso e a Venezia, per la pagliacciata dell’ampolla, pur ministro della Repubblica alla quale ha giurato fedeltà, biascica penosamente reiterate minacce di secessione tra gli applausi delle comparse dagli elmi cornuti, tra il gaudio prezzolato per la successione dinastica sancita dallo slogan: «Meno male che Renzo (leggi il Trota) c’è». *** Sputato il veleno, mi accingo, sul litorale tirrenico, all’ultimo bagno; osservo l’argenteo arco guazzante di un’aguglia appesa all’amo fatale.

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