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I veleni della Fenice.
Parola d'ordine: «Noi non sapevamo»

Basilicata

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di LUCIA SERINO

Così è successo - valgano due esempi su tutti - con Toghe lucane e Totalgate. Oggi il copione si ripete. Domenica pomeriggio dalla Regione arriva un comunicato stampa in cui si chiede chiarezza sull’Arpab dopo che il direttore Vita aveva reso noti i dati sull’inquinamento all’indomani della manifestazione di protesta davanti alla Fenice. De Filippo e Mancusi annunciano una commissione d’inchiesta affinché vengano fuori, se ci sono, i veleni nascosti. Volendo evidentemente sottintendere di non esserne mai stati precedentemente informati. La tempistica ha il suo significato: alla manifestazione di protesta di venerdì c’erano duecento, trecento persone, dunque non una folla oceanica. Il giorno dopo Vita parte con l’operazione trasparenza, la domenica, un festivo con gli uffici regionali chiusi, l’addetto stampa della Regione si precipita lo stesso a comunicare i propositi del presidente e dell’assessore. Non sempre registriamo questa stessa velocità sulla notizia, il che dà l’idea - diciamo così - di una certa urgenza a mettere le mani avanti, almeno mediaticamente. Ma spersonalizziamo. Possiamo genericamente dire che la politica pretende di sapere la verità, oggi che 1) un’inchiesta della Procura della Repubblica è in fase avanzata 2) il nuovo direttore dell’Arpab Raffaele Vita sta svelando dati e complicità, 3) la gente protesta e potrebbe ancora protestare. Tre circostanze di cui almeno due - la prima e la terza - assolutamente incontrollabili, ma ben percepite, talmente “annusate” nell’aria che se aggiungessimo che l’inchiesta giudiziaria sull’Arpab ipotizza reati e responsabilità così gravi da legittimare l’adozione di misure coercitive probabilmente la notizia non sortirebbe nessun effetto sconcertante talmente è estesa la rete della chiacchiera rivelatrice. Ma, ovviamente, è solo un esempio. Quello che ci interessa considerare, senza girarci troppo attorno, è che, in maniera molto plateale, la politica oggi sta scaricando Vincenzo Sigillito, ex direttore dell’Arpab. Dopo essere stato pedina fondamentale del sistema di potere con una gestione molto discussa, Sigillito sembra essere diventato l’uomo di nessuno, deposto dal vertice dell’agenzia perché ormai attaccato da tutte le parti, scaricato dalla politica che probabilmente confida nel suo silenzio talmente è stretto l’abbraccio delle responsabilità, aggiungasi che è accerchiato anche giudiziariamente e si capisce perché proprio alla fine della feriale in tribunale, nel lunedì di ripresa delle attività arriva la mossa strategica di un comunicato con il quale c’è la presa di distanza finale. Noi non c’entriamo, questo il messaggio, non sappiamo, né sapevamo. Qualunque cosa accadrà vi dimostriamo che siamo stati i primi a pretendere la verità. C’è un altro dato che supporta questa ricostruzione. Il nuovo direttore dell’Arpab è anch’egli uomo della politica, o no? Sta conducendo un’operazione di trasparenza perché scheggia impazzita o perché glielo stanno consentendo in un new deal funzionale al piano smarcamento? La strategia è chiara: delenda Cartago, cioè Sigillito. E si salvi chi può. A meno che quest’ultimo non abbia intenzione di dire le cose come sono effettivamente andate. Ecco, questo sì, sarebbe un vero e inatteso colpo di scena.
Se si osservano i comportamenti politici, in particolare i collegamenti tra le inchieste giudiziarie (annunciate) che in qualche modo hanno a che fare con il Palazzo e le reazioni ufficiali del Palazzo stesso, si noterà una consuetudine della nomenklatura all’arte della presa di distanza. Talmente consueta da diventare una prassi abbastanza scontata.

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