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'Ndrangheta. Le verità di Giuseppina
Pesce: «Ho firmato bugie sui pm»

Basilicata

La collaboratrice di giustizia rosarnese racconta perché voleva ritrattare. Le ragioni e il contesto che la spinsero a scrivere la lettera che venne poi pubblicata

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Giuseppina Pesce ha dato la sua spiegazione contenuta in tre lunghi verbali depositati ieri mattina nel corso di un’udienza del Tribunale della libertà a carico di Maria Grazia Messina, nonna di Ciccio Pesce. Verbali nei quali si ripercorre l’intera sua vicenda, dal momento delle prime dichiarazioni a poche settimane addietro e dai quali emerge la fragilità di una donna sottoposta a pressioni difficili da sostenere, soprattutto per chi collabora con la giustizia.
«E’ tutto vero quello che ho raccontato durante la mia prima collaborazione. Sono tornata indietro perchè pensavo che i miei figli avrebbero smesso di soffrire. Sapevo che per me non ci sarebbe stato un futuro, che avrei fatto una brutta fine, ma speravo per loro. Dopo poco ho capito che comunque avrebbero pagato per la mia scelta e così ho chiesto di tornare a stare con la giustizia».
Giuseppina Pesce, davanti ai magistrati ha confermato le ragioni del suo pentimento. Ha spiegato che non ce la faceva più a vivere in quel contesto familiare e che sperava che i figli potessero avere un futuro migliore. Pertanto ad ottobre dello scorso anno matura l’idea di parlare con i magistrati che fa chiamare. Inizia così a parlare, a raccontare fatti e ruoli della cosca, a spiegare chi comandava e perchè. Viene messa sotto protezione in un albergo, dove si fa raggiungere dai figli. Una ragazza adolescente e due più piccoli.
Ma poi le arriva un pacco da Rosarno, e tra gli indumenti per lei e i ragazzi c'è anche il telefonino della figlia maggiore. Così iniziano i rapporti con alcuni amici e i familiari. Giuseppina Pesce non viene mai invitata a tornare sui suoi passi. Dalla Calabria arrivano messaggi distensivi: «Mamma, ti vogliono tutti bene, ti vuole bene il nonno, la nonna, le zie». Al nord però la figlia rimprovera a di non poter avere rapporti con gli amici e i parenti mentre Giuseppina, continua a riempire verbali e allo stesso tempo ad avere i primi dubbi sulla scelta fatta.
«I miei figli - racconta Giuseppina - non riuscivano ad integrarsi, insomma, non stavano bene, non c’era un modo di vivere sereno».
Sulla figlia e sulla scelta di collaborare la donna ha spiegato: «All’inizio, quando è stata con me i primi mesi si, tipo l’ha accettata; poi andando avanti si è fatta un pò influenzare, anche perchè incominciava a leggere i giornali, i telegiornali, a sentire magari qualche amico o amica, non lo so, magari gli hanno fatto qualche ... qualche accenno a quello che era successo giù, e allora ha iniziato a dire: “hai fatto questa scelta, per colpa tua mi trovo qui”».
La svolta quando sente il suocero Gaetano Palia. L’uomo non chiede mai alla nuora di tornare sui suoi passi, ma gli assicura in caso di una scelta in questo senso un aiuto concreto. Gli dice che pagherà un avvocato di fiducia e che penserà al mantenimento suo e dei suoi figli. Giuseppina è insomma più tranquilla. Così entra in campo l’avvocato Giuseppe Madia, legale dei Palaia in diverse occasioni.
Su Madia i familiari iniziano a fare pressioni per ottenere da Giuseppina una lettera nella quale sostiene di essere stata «costretta a pentirsi per dichiarare il falso», una lettera che dovrà poi arrivare ai giornali. E così Giuseppina Pesce, cede. Racconta a Madia alcune cose relative alle difficoltà con i figli e alla voglia di stare assieme a loro. Il legale scrive la missiva e gliela fa avere. Lei la legge e la sottoscrive nonostante non sia d’accordo su due punti. Il primo riguarda la costrizione a collaborare «glielo dissi io all’avvocato che non ero stata costretta, ma che ero stata io a chiamarvi». Il secondo elemento di dissenso è quello relativo allo stato di salute: «Spiegai che i periti avevano stabilito che il mio stato era compatibile con il regime carcerario». Ma quella lettera viene firmata e consegnata.
Intanto da ieri i tre figli di Giuseppina Pesce sono assieme alla madre. E stata la stessa donna a chiedere che i ragazzi venissero allontanati dai nonni per essere affidati ad operatori specializzati di qualche comunità. Una richiesta inviata il 28 agosto scorso al dottor Carlo Macrì, capo della Procura dei minori di Reggio Calabria, e per conoscenza ai magistrati della Procura della Repubblica, che ha immediatamente investito della vicenda il Tribunale dei Minori della città dell Stretto.
In una prima fase il Tribunale, anche alla luce della relazione fatta sulla questione dalla stessa Procura della Repubblica, aveva stabilito che i ragazzi andavano affidati, attraverso il servizio sociale del comune di Rosarno, ad una comunità per minori. Tuttavia successivamente la situazione è cambiata con l’intervento del servizio centrale di protezione. Venerdì scorso infatti, con un provvedimento urgente, è stato approvato il programma di protezione per Giuseppina Pesce, che torna così a tutti gli effetti ad essere sotto tutela. Nello stesso programma sono stati inseriti i ragazzi, che proprio ieri pomeriggio sono stati accompagnati verso la località protetta in cui si trova anche la madre.
Qualcosa è cambiato negli ultimi mesi e Giuseppina, invia la missiva a Macrì. Ecco alcuni passaggi della lettera: «Oggi se anche come collaboratrice, posso avere perso credibilità, come donna tutte queste esperienze mi hanno rafforzata e cosa ancora più importante mi hanno fatto ritrovare la fiducia in me stessa, i miei bambini, il mio compagno (che devo ammettere c’è sempre stato e soprattutto mia figlia di 16 anni che in una lettera il 27 luglio mi ha scritto “Mamma io voglio stare con te, io non voglio vivere con gli altri. Tu sei la mia mamma e senza di te non sono niente, qualsiasi scelta farai ti sguirò”». E ancora: «Io signor giudice aspetterò con pazienza e consapevole di aver commesso degli errori, vorrei però per una mia più completa serenità che in tutto il tempo che dovrà passare per una sistemazione, che i bambini per un inizio di futuro più sereno, visto che vengono da un periodo poco felice, abbiano modo di poter essere seguiti psicologicamente e fisicamente da persone specializzate, per questo le chiedo se possono venire affidati alla casa famiglia». E infine: «Mi perdoni se le ho rubato molto tempo con questa mia lunga lettera, ma mi creda sentivo di dover dare una spiegazione per questa mia ennesima e definitiva scelta. La prego di accettare le mie scuse per tutti i disagi che ho contribuito a creare. Sono pronta ad affrontare il processo e spero che un giorno possa tornare a meritare la vostra fiducia».

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