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Il COMMENTO
Donne senza bavaglio: il coraggio
di una scelta in Calabria

Basilicata

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di PAOLA RIZZUTO*
Maria Concetta Cacciola, 31 anni, si è suicidata ingerendo acido muriatico senza spiegare il gesto estremo che ha spiazzato anche i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Il suicidio segue di qualche mese un altro caso analogo quello di Tita Buccafusca, 38 anni, toltasi la vita il 18 aprile ingerendo acido solforico dopo aver deciso di collaborare con la giustizia. Tita aveva conosciuto la ’ndrangheta dall’interno, partecipando ai tavoli dove si prendevano decisioni importanti. Il suo pentimento era stato considerato una svolta storica negli ambienti investigativi. Ed ancora, Lea Garofalo, altra donna legata alla ’ndrangheta, ex collaboratrice di giustizia rapita, uccisa e sciolta nell’acido. Maria Concetta Cacciola era cugina di un’altra pentita, Giuseppina Pesce, che oggi ha ripreso a collaborare con la giustizia e che il 20 settembre scorso ha ricevuto dal marito una lettera minatoria di due pagine, notizia diffusa ieri su tutti i quotidiani locali: “Dio vede e provvede”! Ma la mente scorre ancora e arriva a un altro suicidio da acido muriatico e a una vicenda di poco meno di un anno fa sulla quale restano ancora molte ombre, un caso che potremmo definire forse di giustizia sommaria e di grande accanimento mediatico, protagonista un’altra donna determinata, evidentemente resa fragile da un’accusa troppo infamante e rimasta sola a difendersi dopo aver parlato, si omettono i riferimenti personali nel rispetto della persona e considerato che il parallelismo, in questa sede, potrebbe risultare poco felice o opportuno alle menti più intransigenti e moraliste, ma rimane un caso che pure reclama ancora risposte e verità . Pentite o testimoni di giustizia, umanità tutte accomunate da uno stesso tragico destino, donne rimaste sole, vittime delle stesse pressioni e minacce di un mondo che deve rimanere avvolto dal silenzio e dall’omertà, donne costrette a portare per sempre con sé i grandi segreti della ’ndrangheta calabrese. Giovanni Falcone scriveva: “(.) Dovremo ancora per lungo tempo confrontarci con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Per lungo tempo, non per l’eternità: perché la mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Morti eclatanti, suicidi preannunciati che necessitano di una riflessione comune e soprattutto di interventi concreti, perché il pentimento e le testimonianze di giustizia sono, in ogni caso, da considerarsi uno strumento determinante per operare svolte negli ambienti investigativi. Il ruolo delle donne nella ’ndrangheta è difficilmente interpretabile con i comuni strumenti di analisi della criminalità. Le donne non “fanno parte” ma “appartengono” all’organizzazione ’ndranghetista nel senso più letterale del termine: ne “sono proprietà”. Ma a differenza di quanto succede con la mafia in Sicilia, le donne della ’ndrangheta sanno sempre tutto, le parole in codice per parlarsi al telefono, i luoghi della latitanza, gli affari che la famiglia sta trattando. donne che sanno tutto, partecipano, ma restano nell’ombra, salvo rare eccezioni. Le donne calabresi appartenenti “alla famiglia di sangue” sono dunque potenti quanto gli uomini, capaci di spostare gli equilibri nelle famiglie, di determinare la pace o la guerra. Il codice mai scritto della ’ndrangheta dice che le regole, le sole che contano, sono quelle della famiglia e, pertanto, le donne all’interno della struttura ’ndranghetista devono essere custodi dell’omertà e del silenzio, deputate alla consacrazione e trasmissione dei suoi disvalori, esse devono garantire serenità e affidabilità alla “famiglia di sangue”, nel rispetto degli antichi codici del silenzio e della sottomissione, ma anche quelli della vendetta. Monsignor Giancarlo Maria Bregantini, all’epoca del suo episcopato in Calabria, non a caso, si è rivolto a loro più che ai boss e agli affiliati: “La faida è nel cuore delle donne” ha detto, perché “sono le donne che hanno nel cuore o il perdono o la vendetta”. E allora qual è il confine tra la responsabilità penale e la responsabilità morale? Succede, infatti, che a volte queste donne parlano per vendicarsi dei torti subiti dai loro uomini, ma più spesso reagiscono al potere criminale per desiderio di riscatto, di ribellione, desiderio di libertà per aiutare i propri figli a crescere secondo i canoni del vivere civile. Senza alcuna pretesa di esaustività e/o catalogazione stereotipata e superficiale, ci sono donne della ’ndrangheta che hanno scelto di parlare, rompendo il muro di silenzio e di omertà che fagocita questa nostra terra. Ebbene, queste volontà devono essere incentivate e sostenute, perché il coraggio della parola e del pensiero deve trovare supporto e sostegno. Il ruolo dello Stato, dell’istituzione ove una donna di mafia o comunque una donna che operando in un contesto ad alto rischio di collusione mafiosa chiede di collaborare, è di fondamentale importanza. Il regime di protezione che deve essere garantito non ammette disattenzioni e/o revoche del programma, anche quando queste donne disattendono i canoni di protezione per ragioni che, a ben vedere, sono piuttosto comprensibili, attesa la complessità e difficoltà emotiva, sociale e anche fisica di certe scelte. Lo Stato è consapevole che la ’ndrangheta calabrese e i suoi capi non si sottomettono alle loro donne né accettano le loro ribellioni. “Quando una donna viene colpita negli affetti più cari non ragiona più, non c’è omertà che tenga”, raccontava un pentito. Dobbiamo allontanarci, dunque, da stereotipi e generalizzazioni, limitare il ruolo della donna nelle organizzazioni criminali a quello di pura passività e subalternità tradizionale, sebbene il rischio, per tale via, sarebbe quello di ricollegare e omologare il gesto criminale con l’emancipazione. Ebbene, sono invece proprio i processi emancipativi che, com’è ovvio, incoraggiano e consentono le scelte di rottura e di ribellione che anche nell’ambiente mafioso molte donne hanno incominciato a compiere. Incoraggiamo e sosteniamo il coraggio delle Donne Calabresi di rompere il muro del silenzio e della passività, sollecitiamo lo Stato a intervenire a supporto perché queste morti, siano esse suicidi volontari e/o istigati, non debbano pesare sulla coscienza collettiva come consenso all’eutanasia o a un suicidio assistito.
*vicepresidente Giuristi Cattolici

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