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Lucani sempre più indebitati

Basilicata

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La Svimez, ultima istituzione in ordine di tempo, ci ha descritto la tempesta, in cui naviga da molto tempo la nave-Basilicata: il prodotto negativo del prodotto interno mercato esterno può pagare prezzi altissimi alla crisi economica globale, una disoccupazione reale che va oltre il 20% della forza lavoro, un saldo naturale negativo che ormai accompagna costantemente quello migratorio e così via. Di fronte alla tempesta, il timoniere della nave alza la tormentina che è una vela esile, facile da manovrare ed ammaina le vele, di cui si avvale nei periodi di relativa calma del mare.
Il presidente della giunta regionale, De Filippo, non può issare la tormentina per la semplice ragione che non ne è provvisto. E purtroppo, mantenendo l’apparato velico come se non si fosse in un mare in burrasca, si rischia di naufragare.
Fuor di metafora, che cosa manca a De Filippo? Manca un think tank (come vedete oggi sono particolarmente ispirato nel confondere le idee), manca, cioè, un gruppo ristretto di persone esperte nelle varie discipline che ruotino intorno alla politica e che possano aiutarla ad uscire dalla tempesta socio-economica.
Parlo non a caso di esperti: sono fermo a Jean Jaurès che diceva che solo il nulla è tecnico, tutto il resto è politica. Non c’è dubbio che la Regione Basilicata abbia dirigenti e funzionari bravi, ma sono pochi e non convergono verso una strategia ed una struttura organizzativa ben individuate.
«Noi (accomunando, bontà sua, anche me in questa sua valutazione, creando le premesse perché il sottoscritto si montasse la testa, cosa per la verità successivamente puntualmente avvenuta) abbiamo salvato la democrazia in Basilicata», mi ha fatto rilevare, in occasione di un incontro in una giornata d’estate afosa, un alto dirigente della Regione. Mai avrei pensato a tanto, almeno per me. Ammesso e non concesso che sia vero, «abbiamo» contribuito a fare uno schifo di democrazia.
Ho sentito sempre lo stesso personaggio a più riprese far notare al sindaco di turno che «gli aveva finanziato la strada» da rocca cannuccia a rocca inutile o cose simili, evidenziando la sua concezione proprietaria del bene, a cui era preposto.
Più volte mi è capitato di sentire dirigenti regionali dire: «Se parlassi io, ci sarebbe un terremoto più disastroso di quello dell’80». È di tutta evidenza che se stanno zitti o lo fanno per vigliaccheria professionale o per ottenerne in cambio un avanzamento di carriera, mettendo sul piatto, come buon peso perché la generosità non fa loro difetto, la costruzione di zatterine elettorali o di altra natura, ma pur sempre nell’ottica di difesa e rilancio continuo del consenso per il sistema di potere vigente.
Rimuovere questa parte della realtà è determinante per uscire dalle secche della crisi. Occorre circondarsi (coraggio presidente) di nuove grandi competenze, attingendo da contesti nazionali qualificati, da mettere accanto alle professionalità interne capaci, per dare credibilità ed autorevolezza all’opera di cambiamento della politica regionale.
Si tratta a ben vedere di replicare l’esperienza del Comitato di programmazione economica fatta negli anni ‘60, allorché venne elaborato il vero primo piano di sviluppo della Basilicata che fu consegnato alla nascente Regione Basilicata che provvide successivamente, con esclusione della parentesi, purtroppo breve, della programmazione, affidata a Gian Paolo D’Andrea, a svuotarla giorno per giorno delle sue fasi di implementazione.
Oggi il tema si ripropone: il rilancio della programmazione socioeconomica sarebbe l’unico modo per affrontare strategicamente la prospettiva dello sviluppo.
La Basilicata non può farlo da sola, necessita di un coerente impegno del Governo nazionale, di uno sforzo di tutti gli attori sociali regionali (imprenditori, sindacati, banche, scuola, università, organizzazioni religiose, mondo della informazione, singoli cittadini). Ognuno dica e faccia ciò che gli compete. Per questo ho capito poco l’accordo sottoscritto da Regione Basilicata, Confindustria regionale e sindacati per il 2012. Si è approvato un patto tra pochi attori, discutendo peraltro sempre e solo intorno alla torta pubblica regionale. Impegni dei soggetti economici non se ne sono sostanzialmente visti.
Il think tank potrebbe dare una mano ad uscire dalle logiche corporative nazionali e regionali, portando una ventata di nuovo da gente che vive quotidianamente le dinamiche nazionali. Se l’allora presidente della regione, Di Nardo, avesse avuto uno strumento del genere forse non avrebbe sottoscritto al ribasso l’accordo con le aziende estrattive del petrolio, portando a caso il misero 7% di royalties. Il futuro della regione si gioca su molti tavoli (Bruxelles, Roma, i big players dell'industria, del credito, il Governo nazionale), occorrono, quindi, conoscenze relazionali, competenze, alleanze che non sono in molti casi disponibili a livello regionale. Dotarsi di strumenti di pianificazione economica e territoriale non è operazione agevole. Mettere ordine ai conti regionali (sanità, welfare state, acqua, petrolio, ecc.), riorganizzare la macchina burocratica, creare un contesto territoriale capace di attrarre investimenti interni ed esterni sono obiettivi che si possono perseguire, uscendo da logiche del passato che vanno smontate con strutture di supporto, scevre da interessi contingenti, localistici, come dire, riportando le singole questioni nella loro corretta dimensione. Il limite più grave alla crescita sta nel basso livello di competenze che caratterizza i vari luoghi ed i vari attori, in cui si articola la vita sociale. A ben vedere, dotarsi ed issare la tormentina può essere il primo passo nella direzione di un cambiamento del modo di fare politica ed un segnale a tutti gli attori sociali per convergere all’unisono verso percorsi virtuosi di sviluppo. La parola passa, in primo luogo, a De Filippo: chiami gli stati generali dei vari soggetti e li responsabilizzi. La politica non può supplire a tutte le deficienze degli altri. E tocca anche ai partiti.
Farlo o meno è un modo per capire, se, ad esempio, il Partito democratico, dopo il seminario di Rifreddo, voglia veramente alzare l’asticella della politica, aprendo un confronto con La Regione Basilicata sui temi accennati prima.

Nino D'Agostino

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