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OSSIMORI
Amanda e la civiltà dello spettacolo

Basilicata

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di LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
La tragica vicenda di Meredith ha avuto un (provvisorio) epilogo giudiziario con l’assoluzione in appello di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, che ha ribaltato il giudizio di primo grado, che aveva condannato i due imputati per concorso in omicidio assieme all’ivoriano Rudy Guede, attualmente detenuto dopo aver patteggiato la pena. Ben venga un’assoluzione, quando non vi è alcun elemento che testimoni la colpevolezza di un imputato al di là di ogni ragionevole dubbio. È preferibile, certamente, un colpevole libero piuttosto che un innocente in galera. La nostra civiltà giuridica, della quale possiamo andare giustamente orgogliosi, come della nostra magistratura, si basa su tali principi e, ripeto, va benissimo così. Ciò non toglie che nell’accoglienza di Amanda al suo ritorno in America vi sia qualcosa che stona. Si intende che i suoi familiari e amici siano esultanti, ma che un numero elevatissimo di persone che non l’hanno mai conosciuta l’accolgano quale un’eroina, come del resto l’avevano sostenuta presentandola come un’innocente vittima della “giustizia medievale (sic!) italiana” desta non poche perplessità. Il giudizio di tanta stampa statunitense sulla giustizia italiana non sorprende. Da lungo tempo uno spregiudicato imprenditore brianzolo giunto rapidamente al potere con una serie di azioni sulle quali sta indagando appunto la magistratura, divenuto attraverso elezioni democraticamente svoltesi presidente del Consiglio, va ripetendo in tutto il mondo la monotona litania delle toghe rosse che lo perseguitano, di una magistratura italiana politicizzata e perciò inaffidabile e analoghe fantasie. Lo ha detto a Barack Obama, lo ha detto a capi di Stato e di Governo, suscitando fastidio, stupore, sconcerto. Anche per questo la sua credibilità internazionale è scesa a livelli bassi, quando non infimi. Chi semina vento raccoglie tempesta: l’antico adagio ci rende immuni da un’eccessiva meraviglia. È nota, inoltre, ed è stata più volte rilevata la presunzione di avere il privilegio del migliore sistema giudiziario, convinzione che rientra in una mentalità degli americani, che - procedendo a schematizzazioni sicuramente eccessive - a noi europei appare un po’ ingenua ed eccessivamente preoccupata di essere i gendarmi del mondo, gli unici custodi della democrazia, e così via. Non è vero, ma per il nostro discorso è importante che lo credano. La giustizia italiana si riscatta dalle sue “colpe” solo quando assolve, qualsiasi sia la motivazione, o constata la prescrizione del reato: non è una musica che abbiamo già sentito? Sul ritorno in America di Amanda si possono aggiungere alcune considerazioni. Il tragico evento in cui è rimasta coinvolta la ragazza le ha conferito anche una notorietà e conseguentemente una visibilità dalle proporzioni vastissime. Il suo essere tanto presente su teleschermi e giornali l’hanno fatta percepire come una protagonista del nostro tempo; è coerente quindi che al suo ritorno in patria sia accolta come una star. Non è il primo caso, non sarà l’ultimo. Vediamo come vengono contesi, anche se per un breve periodo, i protagonisti del Grande Fratello; come i protagonisti di delitti siano pressati perché vendano le loro memorie o autorizzino film sulle tragedie in cui sono stati coinvolti. Tra i tanti esempi possibili, possiamo ricordare che un ricercatore dell’Università “Sapienza” di Roma, indagato per l’omicidio di Marta Russo e successivamente scagionato, sia stato accolto nel proprio paese, nella nostra Calabria, con festeggiamenti collettivi. Vi è una cifra comune alla quale questi e tanti altri episodi possono essere ricondotti: il fatto che si tratti di persone giunte prepotentemente e comunque alla ribalta. È banale ripetere a questo punto che la nostra è civiltà dello spettacolo e che quindi il palcoscenico è lo spazio su cui si muovono i diversi attori sociali. Tutto il mondo è paese, dunque, anche se nelle diverse aree questo meccanismo è più o meno macroscopico, più o meno esasperato. Anche nelle epoche precedenti la notorietà era percepita come tratto estremamente positivo e pertanto realtà cui era bene avvicinarsi, quasi che il contatto comunque realizzato trasmettesse effetti positivi anche per contiguità. Vi sono però, a mio avviso, notevoli differenze. Nelle società tradizionali gli appartenenti alle classi al potere, certamente noti, accettavano di mostrarsi ritenendo un loro indiscutibile attributo il timoroso rispetto da parte di tutti gli altri, che appariva loro forma dovuta. Con tale presunzione, si poteva ritenere che fosse sufficiente mostrarsi perché scattasse una sorta di “presenza rassicurante”. Nelle piccole comunità dei paesi, poi, la notorietà era da rapportare al fatto che ognuno era conosciuto da tutti e quindi non vi era né privilegio, né sottomissione, ma mera fruizione di un dato considerato naturale. Si poteva così fruire di una “ presenza naturale”. Nei casi di cui stiamo parlando, invece, tra la celebrità e la moltitudine dei suoi seguaci non vi è alcun rapporto diretto, tranne quello mediatico, che sostiene l’illusione che sia sufficiente guardare la persona nota per esistere a propria volta. Abbiamo cioè una sorta di “presenza fondante”. Il principio su cui si basa tutto ciò può essere riassunto nell’espressione: appaio, dunque sono. È questa l’espressione che sembra aver sostituito il “cogito ergo sum” di cartesiana memoria. E molti possono pensare che guardare chi è, in qualche modo “fa essere” anche il soggetto dello sguardo. Un antico proverbio calabrese afferma icasticamente “cu' non ha, non è”. Nella nuova mentalità di cui sto parlando quasi tutto ruota sull’assioma: “chi non appare, non è”, ovvero l’esistenza è solo dei protagonisti. Il noto personaggio calviniano esisteva perché il suo nome veniva ripetuto; l’anonimo guardone esiste solo se guarda; sempre, comunque. L’omologazione culturale ha portato anche questo, pur con rilevanti eccezioni. In ogni caso non mi sembra una grossa crescita. L’ineludibile dignità di ogni essere umano sembra realtà sempre più sfumata e dai labili contorni. Forse non è strano che vi sia tanta violenza, tanta ferocia. E non è strano che nella sua visita in Calabria Benedetto XVI abbia pronunciato una così dura condanna della ’ndrangheta, un monito così severo. Posizione altissima, da rispettare, da condividere. Il pericolo è che da parte di tutti noi vi sia una condivisione formale, alla quale far seguire immediatamente dopo una negazione sostanziale, lasciando che tutto scorra esattamente come prima. Eppure se tutte le articolazioni della Chiesa attuassero un radicale impegno quotidiano contro la ’ndrangheta vi sarebbero effetti impensati, rivoluzionari. È proprio impossibile sperare in essi?

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