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Cosenza, due presunti casi di malasanità
Per un 13enne chiesto il giudizio per 7 medici

Basilicata

Due casi di presunta malasanità all'Ospedale di Cosenza. Un anziano deceduto in circostanze poco chiare, e un ragazzino al quale i medici avrebbero sbagliato la prognosi

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La Procura di Cosenza ha aperto un'inchiesta sulla morte di un anziano soccorso in strada a Saporito di Rende e deceduto subito dopo il trasporto all’ospedale dell’Annunziata. Ernesto Lucchetta, 88 anni, di Rende, deceduto dopo essere stato trasportato all’ospedale dell’Annunziata di Cosenza a seguito di un trauma del quale non si conosce la natura e la causa. Potrebbe essersi trattato di un incidente o di uno spavento per un investimento evitato all’ultimo istante dal conducente di una vettura. Quello che è certo, per ora, è che l’uomo, è stato soccorso lo scorso pomeriggio in strada a Saporito dopo essere stato rinvenuto a terra a bordo strada. Arrivato nel nosocomio bruzio è deceduto.
Subito dopo la morte dell’uomo, i familiari hanno presentato denuncia al Posto fisso di Polizia dell’ospedale, con gli agenti che hanno provveduto ad acquisire i documenti sanitari.

Sempre a Cosenza, per un altro caso di presunta malasanità, il pm Antonio Bruno Tridico, della Procura di Cosenza, ha insistito, ieri mattina, sulla colpevolezza di sette medici in servizio presso l’ospedale civile dell’Annunziata ritenendoli responsabili della morte del tredicenne Romano Marino, di Cosenza, risalente al 16 marzo del 2010. Il magistrato, ipotizzando il reato di omicidio colposo, ha chiesto il loro rinvio a giudizio nel corso dell’udienza che si è svolta dinanzi al giudice per le udienze preliminari Branda. I medici indagati sono Domenico Sperlì, originario di Caccuri (Kr), Natale Dodaro, di Cosenza, Rosanna Camodeca, di Cosenza, Vittoria Greco, di Maida (Cz), Rosaria De Marco, nativa di Edmonton (Canada), Marianna Neri, di Reggio Calabria, e Clementina Rossi, di Cosenza. Romano Marino perse la vita al Bambin Gesù per la sindrome Mas, diagnosticata con ritardo a Cosenza. In sostanza, secondo l’ipotesi accusatoria, i medici indagati avrebbero sottovalutato il caso, accorgendosi in ritardo della patologia che, se pur rara, poteva essere contrastata.
Persino l’avvocato Francesco Iacovino, che rappresenta i genitori dello sfortunato Romano, ha ribadito ieri in aula: «Si tratta di una malattia rara. Ma questo non vuol dire che non sia curabile. Basta diagnosticarla in tempo».
Sulla vicenda intervenne anche Paolo Maria Gangemi, all’epoca dei fatti commissario straordinario dell’Azienda ospedaliera. Confermando «stima e fiducia» nell’operato dei medici coinvolti, scrisse, riferendosi alla Mas, di una «patologia gravissima e rarissima, che non può essere configurato come caso di malasanità». Di diverso avviso il pm Tridico, che ieri ha appunto insistito sul rinvio a giudizio dei sette medici indagati. L’udienza riprenderà il prossimo 27 ottobre, con le arringhe difensive e la decisione del gup.

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