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Il COMMENTO
La politica colga bene i segnali degli indignati

Basilicata

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di FRANCO CRISPINI
Di che si compone la “indignazione” di migliaia di giovani (e non solo) in tutto il mondo, quale ne è la scaturigine più profonda? La miscela esplosiva, il detonatore, è costituita, questa volta, dagli effetti micidiali di una crisi affrontata male dai governi, la quale è sovraccarica di negatività per l'avvenire di giovani perennemente precari, i quali pagano, senza esserne i responsabili, tutte le distorsioni di un perverso sistema economico finanziario e di una politica che si allontana sempre più dai suoi veri scopi. Dentro una grande agitazione di animi che non sanno più accettare passivamente la crudeltà di un mondo che cinicamente li cancella, ne ignora i bisogni, c'è una nuova rabbia, altre aspettative, rifiuti drastici degli idoli di una società che ha il culto dell'arricchimento da rincorrere ansiosamente, ad ogni costo. Se si tratta di illusioni, quando non le si vuole astutamente alimentare, nemmeno si deve smascherarle con la paura che esse riescano a sedurre troppo, a dare fuoco ad una rivolta responsabile. C'è davvero tanto nello slancio di una massa di giovani che non si affidano ad astratte ideologie ma si scagliano contro le fortezze del potere finanziario, soprattutto, straricco, mentre le società si trovano terribilmente indebitate e sempre più impoverite. Non è il caso però di voler solo simpatizzare con quel sussulto giovanile di denuncia dei falsi traguardi di sviluppo favoleggiati dai governi, sfoderando un “giovanilismo adulto, degli adulti”: la cosa è più seria di quel che si pensi e non perché è alle porte un altro Sessantotto, perché quella che semmai si sta avvicinando è una stagione in cui la rassegnazione verso il dispotismo della ingiustizia sta per chiudersi e gli obiettivi cui si guarda si sono resi diversi. Ma è necessario saper tradurre in nuovi compiti da assegnare alla politica, il messaggio che viene da quelle piazze dove pacificamente, ma anche col rischio di deviazioni violente, si muove, si agita, uno spirito di non sopportazione di tanta gente, di tantissimi giovani. E' importante però che la vecchia politica, quella di sempre, o l'attempato sessantottismo o i riciclati di tante stagioni, non cerchino di avere la rappresentanza della “indignazione anticapitalista” che va esplodendo sulle piazze italiane e mondiali. Di che natura è tale tentativo di ricondurre a datati ed abusati modelli tale fenomeno che ha altre radici ed altre finalità? Non sembra che ci troviamo allo “eterno ritorno dell'identico”. E tuttavia, rispetto ai modi in cui si è preso a guardare e valutare l'erompere di una disperata furia di una generazione senza futuro, vanno fatte delle distinzioni: l'ottica che usa la politica sorda alle ragioni autentiche delle spinte sociali, nasce per un calcolo di sopravvivenza: fingere di sposare le cause delle proteste per neutralizzarle; quella dei depositari, generosi e delusi, degli ideali e delle pratiche della stagione calda del '68, attinge a speranze mai cadute di apertura di un nuovo tempo vincente per abbattere i “mostri” che soffocano la società; quella dei “riciclati” è la ricerca di qualche guizzo di piccola retorica per restare ancora a galla negli agoni della provincialità politica. Lo si vede ogni volta, e lo si è visto con le recenti manifestazioni, in particolare quella a Roma, finita male a differenza delle altre a causa della infiltrazione di un teppismo delinquenziale che ha finito esso soltanto per richiamare tutta l'attenzione possibile, distraendo da quella marea di giovani e meno giovani a volto scoperto, che volevano solo far sentire il loro sdegno, si è visto appunto come si è pronti ad equivocare sulle intenzioni e gli atti di una generazione mandata allo sbando. Per i Cicchitto, i Gasparri, e tutto il coro dei vessilliferi della dottrina berlusconiana, come al solito, la manifestazione romana era una ennesima prova della pedagogia ingannevole di una sinistra incorreggibilmente violenta: inutile dire che non a questi personaggi si può chiedere di capire fermenti sociali di simile portata, tanto meno di mutare i propri ritardati indirizzi di governo. Piuttosto, perché non si butti nell'antipolitica tutto un movimento che indirizza i suoi colpi verso i nodi nevralgici di un sistema di potere, e si eviti di dare più forza ai difensori di una politica “ad usum”, è bene che sia una nuova idea di politica, non piegata e servile verso gli interessi forti, a ricavare energie da questo prodigioso risveglio di una coscienza giovanile che è stanca di chiudersi in se stessa. Anche la manifestazione di Roma va messa assieme ai tanti segnali che giungono come avvertimento alla politica ed ai politici perché, incapaci di dare il significato autentico a queste tensioni forti che attraversano il corpo sociale, non aprano spazi per altre pericolose avventure.

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