Salta al contenuto principale

Quegli strani giri attorno all’Arpab.
Com’è nata l’inchiesta che ha sconvolto la Basilicata?

Basilicata

Pregiudicati, spioni, lacchè, gioielli e quadri di lusso. Uomini dei clan dentro e fuori le porte dell’Agenzia. Il filone disperso: qualcuno portava droga negli uffici.

Tempo di lettura: 
3 minuti 36 secondi

POTENZA - C’è un altro filone a parte le questioni ambientali e le assunzioni degli “amici di”. Un filone disperso come tanti altri perchè non sempre a una denuncia - per quanto eclatante - segue un processo e alla fine una condanna. A volte tocca ricredersi, ma i segreti, che sono fatti di una materia diversa dalle verità rivelate, si apprendono così. È un percorso di conoscenza difficile e tortuoso che si sa sempre dove inizia, ma non si può immaginare dove porterà. Così indagando su un presunto giro di coca, che arrivava all’interno degli uffici dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente, sarebbe uscita fuori Fenice, il caso Pallareta e le assunzioni dei grandi elettori dell’assessore Erminio Restaino.
Tutto è iniziato così e ruoterebbe attorno a un personaggio già noto alle cronache giudiziarie potentine, Michele Badolato, indagato e poi prosciolto nelle inchieste che negli ultimi quindici anni hanno preso di mira il clan di quello che a lungo è stato considerato il massimo esponente della ‘ndrangheta in Basilicata. Renato Martorano, il boss che non sbaglia un congiuntivo, è uno che aveva trent’anni quand’è finito in carcere per la prima volta. Curava gli interessi di alcune aziende “amiche”, dialogava coi politici e la pubblica amministrazione. Da tre anni a questa parte è in carcere per usura, ma gli inquirenti continuano a seguire le mosse di chi gli è sempre stato attorno. Badolato ha ancora un processo sulle spalle per fatti che risalgono a quando aveva messo in piedi una ditta che si occupava di sicurezza per alcuni locali notturni del potentino. Lo avrebbero notato più volte in compagnia di un avvocato che era anche tra gli uomini più fidati di Vincenzo Sigillito. Claudio Dresda lavora all’Arpab da diversi anni. Sarebbe stato lui a svelare all’ex dg alcuni documenti dell’inchiesta della Procura di Potenza. Gli investigatori sono convinti che quelle carte fossero proprio le denunce sul suo conto. Da almeno cinque mesi controllavano i telefoni di Sigillito e gli avevano piazzato telecamere e microspie nell’ufficio. Avrebbero registrato tutto, persino il rumore dei fogli sulla scrivania, tranne quello che si sono detti a bassa voce. Sigillito ostentava sicurezza e i fatti gli avrebbero dato ragione. Di droga neanche a parlarne. E non se n’è mai parlato in quell’ufficio anche negli anni a venire. Non si è parlato di soldi, nè gioielli, nè la splendida collezione di orologi del direttore, che aveva un filo diretto con almeno un noto gioielliere di Potenza, tanto che adesso si ritrova accusato di avergli fatto assumere la figlia come interinale nell’agenzia. Si è parlato di Fenice, della maniera migliore di sistemare la situazione, quando nessuno poteva pensare che ai carabinieri quella storia interessasse sul serio. Oggi rivendicano il risultato, ma all’epoca si parlava soltanto dell’inchiesta della procura di Melfi, quella in cui Vincenzo Sigillito non risulta nemmeno tra gli indagati. Se ne parlava eccome, anche con chi non avrebbe dovuto sentire, come quell’imprenditore in rapporti strettissimi con Fenice, che è anche socio del fratello del pm che si stava occupando del caso e può vantare amicizie sia a destra che a sinistra. Così alla fine i vertici della società che gestisce il termovalorizzatore di San Nicola sapevano dell’inchiesta.
Quello che nessuno si aspettava è successo l’estate scorsa quando i militari del Noe si sono presentati negli uffici della Procura della Repubblica di Melfi e se ne sono usciti con tutto l’incartamento. Fenice spa si è fatta in due, creando quella che gli inquirenti considerano una specie di “bad company”. Il tentativo sarebbe stato quello di scaricare ogni possibile responsabilità su un’entità ben distinta dai 330 milioni di euro di capitale della società madre, così che al peggio se la sarebbero cavata pagandone 55mila per un disastro ambientale mai visto, almeno da queste parti. Sigillito non è stato riconfermato alla guida dell’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente ed è finito in «punizione» in un ufficietto di via Anzio. Ma mancava ancora qualcosa, ossia il filone raccomandazioni. Quello si è scoperto più tardi di tutti gli altri ed è il lavoro dei militari del reparto operativo dei carabinieri, quelli che avevano iniziato l’inchiesta seguendo quello strano giro di persone attorno agli uffici di via della Fisica. E i precari non sono stati più rinnovati.

lama

http://www.facebook.com/pages/Il-Quotidiano-della-Basilicata/14415881228...|14]Visita la nostra pagina Facebook

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?