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Una riedizione della Legge Reale
e della “strategia della tensione”

Basilicata

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Il 15 ottobre, a Roma abbiamo assistito ad un copione trito e ritrito: è la “strategia della tensione” e vi ricorre ancora una volta chi teme e cerca di criminalizzare le proteste e le rivendicazioni popolari. Il trucco non funziona più e non servirà ad arrestare l’azione spontanea delle masse e le istanze di protagonismo politico provenienti dal basso.
Sul piano storico e politico le violenze di piazza servono solo a chi ha interesse a tacitare le ragioni che guidano le manifestazioni e le iniziative di un movimento spontaneo, in questo caso le istanze anti-capitaliste e l’indignazione contro la violenza istituzionalizzata insita nella crisi e nel sistema che l’ha generata. Non è un caso se personaggi come Di Pietro e il ministro Maroni cavalchino l’onda emotiva e il clima d’allarme che si è creato dopo il 15 ottobre, per invocare con forza il ripristino della legge Reale, che risale al 1975, una legislazione varata nel pieno degli “anni di piombo”.
Rispolverare una legge che prevedeva, tra l’altro, il fermo di polizia preventivo ed altre misure repressive eccezionali adottate in un’ottica oltranzista ed antidemocratica, come se dovessimo fronteggiare una pericolosa emergenza terroristica, significa alimentare spinte eversive e reazionarie che coincidono esattamente con quanti, pure a sinistra, si affannano a scongiurare ed esorcizzare lo spettro dello spontaneismo politico di massa.
Dopo aver ascoltato l’ennesima intercettazione telefonica in cui il “premier a tempo perso” viene beccato a conversare con il faccendiere Valter Lavitola, stretto da legami ambigui con la massoneria del Grande Oriente Democratico, accennando ad una “rivoluzione”, vale a dire un’azione eversiva di stampo golpista, è lecito chiedersi chi siano i veri “sovversivi”, i “cattivi maestri” che traviano le nuove generazioni. Quando gli esempi provenienti dall’alto non sono esattamente educativi o edificanti sul piano dell’etica pubblica, come si può pretendere una condotta civile e corretta da parte dei giovani, oltretutto esasperati da condizioni e prospettive di vita affatto incoraggianti?
L’istanza più radicale contenuta nella piattaforma degli Indignati è la richiesta di una maggiore trasparenza democratica e di un’effettiva partecipazione politica dal basso, l’esigenza di un controllo e di un intervento più diretto delle masse popolari nei canali decisionali, un’idea che si concretizza nelle forme auto-organizzate dell’assemblea pubblica, aperta al contributo di tutti coloro che ne condividono lo spirito collegiale.
Le imponenti manifestazioni di piazza promosse ovunque, sono state assolutamente pacifiche e vivibili, con proteste indignate e fermenti di rabbia fisiologica, ma nel complesso sono state intelligenti e civili, tranne quella di Roma, che pure ha registrato un’elevata partecipazione numerica, ma si è distinta in termini oltremodo negativi. I motivi sono per certi versi riconducibili ad un quadro di specificità storiche nazionali, a situazioni di degrado ed imbarbarimento antropologico, a sottoculture urbane di tipo marginale e particolaristico, nell’accezione pasoliniana del termine. Non si possono banalizzare simili fatti come semplici fenomeni di teppismo. Tuttavia, un personaggio grottesco e pittoresco come “er Pelliccia” sembra uscito proprio dalla penna di Pasolini.
In ogni caso, lo spettacolo fornito dalla piazza, che ha visto la partecipazione di migliaia di persone anche in Italia, è stato infinitamente migliore dell’indegno “mercato delle vacche” messo in scena nelle aule parlamentari. La reale democrazia sorta dal basso, probabilmente ancora ingenua ed immatura, tuttavia autentica, è indiscutibilmente superiore alla falsa democrazia che alberga nei Palazzi istituzionali, all’oscena e disgustosa compravendita di voti a cui si è assistito in occasione dell’ennesima fiducia parlamentare che ha consegnato ai posteri un altro squallido esempio di “antipolitica”.
Bando ad ogni facile e comoda ipocrisia da benpensanti. Chi sta in alto ed ogni giorno semina violenza, stupidità e maleducazione, non può raccogliere altro che i frutti marci di questo malcostume e questa inciviltà. Nulla accade per caso, tantomeno gli avvenimenti umani. Non è un caso se il 15 ottobre scorso, in Italia abbiamo assistito alla dimostrazione di una violenza inutile e balorda. Tali accadimenti, apparentemente insensati e primitivi, esigono un’analisi più complessa ed approfondita, capace di fornire una spiegazione articolata che è di ordine politico e sociale, antropologico e culturale.
Così come la crisi economica italiana mostra una serie di peculiarità proprie, riconducibili ad esempio alle percentuali record di evasione fiscale, nonché alla corruzione dilagante ad ogni livello, a cominciare dalle alte sfere istituzionali e all’insieme di quella che (ironicamente) si potrebbe definire la “classe digerente” del Paese, parimenti la crisi morale e culturale della società italiana è legata al degrado del sistema scolastico nazionale, ma anche alla rozzezza e all’imbarbarimento di chi detiene le redini del comando, e non mi riferisco semplicemente agli organi di governo, bensì alle forze economiche e sociali in grado di formare e condizionare l’opinione pubblica.
E’ ingenuo e commovente chi si stupisce nell’apprendere che autorevoli esponenti del Gotha del capitalismo bancario e finanziario mondiale, quali George Soros e Mario Draghi, vice-presidente della Goldman Sachs e prossimo governatore della BCE, presi di mira dagli Indignati, hanno dichiarato di comprendere le ragioni dei giovani. A questo punto una domanda sorge spontanea: per caso, tali personaggi si rivolgono e si indignano contro se stessi? E’ palese l’intento di cavalcare il movimento in un’ottica anti-politica.
Una delle peculiarità più originali del nuovo movimento è l’innata vocazione alla globalizzazione delle lotte e delle rivendicazioni, nonché l’assenza di leadership personale, per cui esso si configura come un soggetto politico orizzontale. Il fenomeno degli Indignati si distingue nettamente dai movimenti precedenti, inclusi i no-global, in cui emersero figure di sedicenti “capetti”, diventati poi parlamentari o aspiranti tali.
Chi ha vissuto molte esperienze e non è più incline a facili entusiasmi, non può non seguire con interesse e con occhio vigile e critico una corrente globale che non è solo di indignazione e protesta anticapitalista, nella misura in cui si adopera in modo attivo e cosciente per elaborare soluzioni concrete per uscire dalla grave crisi che attanaglia il sistema capitalista, propugnando un’alternativa seria e credibile, oltre che necessaria.
Lucio Garofalo

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