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Arpab, fannulloni e raccomandati

Basilicata

Gli interinali “a spintarella” dell’Arpab di Vincenzo Sigillito. Chi lavorava e chi prendeva lo stipendio per non far nulla

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POTENZA - Quanti non si fanno tentare dall’idea di un posto fisso in una terra avara di opportunità come la Basilicata? Quanti ogni giorno affrontano la gavetta dei contratti a progetto, delle assunzioni a tempo determinato, e tutte le possibili declinazioni della parola “precariato”? L’unica speranza è quella di leggere il proprio nome tra i vincitori di un concorso. Chi c’è riuscito lo sa bene. Chi c’è riuscito per merito soprattutto. Chi c’è riuscito in un altro modo sa che una volta dall’altra parte se impara a muovere i fili giusti può cambiare la vita di qualcuno che gli sarà debitore molto a lungo. Trovare il modo di farsi ripagare è un esercizio libero di fantasia.
C’è chi è arbitro della sua fortuna, e ci sono gli arbitri delle fortune altrui. Nell’Agenzia per la protezione dell’ambiente a gestione Sigillito i giocatori contavano poco e nulla, tanto alla fine la partita la decidevano loro. L’avvocato Claudio Dresda era uno dei collaboratori più fidati dell’ex direttore generale. È indagato per truffa e associazione a delinquere nel filone sulle assunzioni dell’inchiesta del pm Salvatore Colella per cui da più di due settimane Sigillito e il coordinatore provinciale dell’Arpab Bruno Bove sono agli arresti domiciliari. Col disastro di Fenice non ha niente a che vedere, e nemmeno con l’intrigo dietro il progetto di ampliamento della discarica comunale del capoluogo. Lui sarebbe stato il primo consulente in fatto di «reclutamento» di “amici di”, “parenti di”, “affini di” e raccomandati vari. Quanto a lungo si potevano prorogare dei contratti di lavoro a progetto? Come andava preparato il bando di un concorso ? Ci pensava Dresda e secondo gli investigatori, se c’era da piazzare un requisito per far fuori tutti i possibili aspiranti e riuscire a favorire una persona ben precisa lui sapeva come fare. Bisogna essere molto bravi altrimenti al Tar si possono passare dei guai. Se poi qualcuno lo provocava, faceva persino sfoggio di quest’abilità e già che c’era, diciamo per scherzare, ci piazzava una contropartita sessuale dato il valore della sua prestazione.
Sigillito al confronto sembra Platone. I carabinieri del reparto operativo hanno registrato ore di preghiere nel suo ufficio di giovani che chiedevano il rinnovo del loro misero contratto. A volte non andavano nemmeno loro, e cercavano di sfruttare le stesse conoscenze che erano riuscite a farli entrare lì dentro per sentirsi dire di rimando che il direttore li teneva «dentro il suo cuore».
Qualcuno lavorava duro, altri non facevano nemmeno finta. Che fine ha fatto la figlia dell’amico del direttore, quello che alle elezioni sceglie sempre il candidato che gli dice lui? E chi lo sa? Forse è malata o forse in maternità. Di sicuro in ufficio non si vede. E quell’altra che è la moglie del geometra capo di una delle più famose ditte di costruzioni del capoluogo? Lei in ufficio c’è, ma «non è una grossa lavoratrice», «si scoccia», insomma se una cosa si può rimandare lei la rimanda. D’altro canto non sarà mai una giustificazione ma quest’arbitrio palese, a volte ostentato, sui destini di chiunque lavorasse o ambisse a lavorare lì dentro potrebbe avere aver avuto l’effetto di demoralizzare chiunque, anche il più stakanovista dei tecnici di laboratorio.
Quando stanno per arrivare i soldi dalla Regione per l’emergenza creata a tavolino da Sigillito e company i militari hanno registrato toni da negrieri nell’ufficio del direttore, dove si facevano i conti di chi tenere e chi no, chi poteva entrare e chi doveva aspettare un turno. Altro che meritocrazia. Schiavismo camuffato di modernità.

Leo Amato

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