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Il COMMENTO
Due “antiche bambine” nell’orrore ormai eterno

Basilicata

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4 minuti 45 secondi

di FRANCO LARATTA
La bambina bellissima gioca e si diverte. E ogni tanto fa qualche domanda. Una bambina splendida nel Campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, è un fiore di vita in un luogo devastato dalla morte, violentato dall'orrore senza fine! Poco più in là, “due antiche bambine”, un tempo belle come lei, raccontano come in quel Campo sono riuscite a sopravvivere, forse perché l'orrore non le aveva riconosciute! Auschwitz-Birkenau, fine ottobre 2011, visita al Campo di concentramento dove l'umanità si è spenta. Dove lo scempio ha preso il posto della ragione e della pietà. Andare nei campi di concentramento e di sterminio nazisti della Seconda guerra mondiale, dovrebbe essere un obbligo per ogni uomo: almeno una volta nella vita. Per immaginare l'inimmaginabile, per scoprire come l'uomo sia diventato un cannibale insaziabile, come abbia potuto facilmente distruggere i suoi simili, bruciarne milioni, trasformarli in cenere: compresi i bambini con le loro mamme, anziani e disabili, zingari, omosessuali, prigionieri politici. Una strage lunga cinque anni che si è consumata senza spargere nemmeno una goccia di sangue; una carneficina che puzzerà di gas e di bruciato per secoli, che ricopre di cenere umana i fiumi, la terra, l'aria, il cielo, il mare, la notte. Quella cenere, quel gas, quella puzza di bruciato, quell'orrore bestiale, sono lì per sempre, ma sono anche e soprattutto dentro di noi. E non se ne andranno mai. Il terrore sembra regnare ancora oggi in quei luoghi opachi della terra polacca, in quei campi di sterminio dove una fabbrica della morte produceva così tanti cadaveri al giorno – a migliaia, grazie ad una efficientissima produzione industriale tedesca – che smaltirli era diventato un grande problema. E giù fuoco, forni crematori, fosse comuni incendiate per liberarsi da ingombranti cadaveri! La mia due giorni in Polonia, organizzata con alcuni colleghi parlamentari, qualche giornalista di grande testata e alcune famiglie, si è appena conclusa. Nessuno pensi di andare ad Auschwitz-Birkenau e di ritornare identico alla partenza. Non è possibile. Sono cose che ti segnano per sempre. Perché non è possibile non rimanere sconvolti nel sentire la voce dei sopravvissuti, che ti raccontano i loro incubi attraversando con passo lento e stanco i resti di quel campo, che loro da bambini hanno vissuto senza alcuna mediazione. Come le “due antiche bambine”, come le chiamano ancora oggi, Tatiana e Andra Bucci, due sorelline che nel 1944, quando avevano 4 e 7 anni entrarono a Birkenau, vennero divise dalla mamma, conobbero l'orrore del campo di concentramento, riuscirono miracolosamente a sopravvivere, vennero salvate e portate a Londra. E le commoventi testimonianze degli ebrei italiani Piero Terracina, Sami Modiano e Nedo Fiano che ad Auschwitz dal 1943 hanno trascorso molti mesi lavorando insieme nei campi, nel silenzio della morte che si abbatteva senza sosta su tutti, come in un tragico incubo. Riuscirono a sopportare gli orrori di Auschwitz dove trovarono una sconvolgente morte oltre un milione e mezzo di persone, ebrei in grandissima maggioranza. Tutti uccisi solo perché la follia degli uomini, la pazzia di un'umanità stritolata dalla bestialità, lo avevo deciso per purificare la razza, per eliminare i “diversi”, per seppellire la storia. Senza altra ragione, semmai una ragione potesse mai esserci. La tragedia è lì, in quei campi di concentramento, tra quei binari che ancora oggi ti lasciano vivere come in un incubo infinito, fatto da centinaia di vagoni che arrivano stracolmi di povera gente prelevata con la forza dalle loro case in mezza Europa. Sono i musei dell'orrore vivente, in cui vedi le montagne di capelli rasati ai prigionieri e le centinaia di paia di scarpe ammassate, e i forni ancora intatti, e il filo spinato collegato alla rete elettrica che separa l'immane tragedia dei campi dall'indifferenza di un mondo che fingeva di non capire! Su tutto, colpisce vedere “le due antiche bambine” che si commuovono nel raccontare di come la morte ha avuto pietà di loro. Quella bambina bella e vivace ascolta le “due antiche bambine” di Auschwtiz. Con la sua famiglia è venuta con noi in questa visita nei luoghi della notte dell'umanità. La sua allegria ci ricorda ci fa sperare. E ci fa credere in quel “mai più! mai più!”, che i grandi della Terra hanno gridato qui in più occasioni. Ma non è stato così! Slobodan Milosevic, con l'obiettivo di assicurare al popolo serbo il dominio sulla Jugoslavia, tra il 1989 e 1990 liquida le autonomie del Kosovo e della Vojvodina. Seguono le aggressioni alla Slovenia (1991), alla Croazia (1991) e la Bosnia-Erzegovina (1992-1995). Ma nel marzo 1998 ha scatenato un'altra guerra di aggressione contro lla provincia autonoma del Kosovo. La pulizia etnica provoca migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e in fuga, decine di migliaia di feriti e mutilati, un'altra carneficina di donne e bambini. Orrore su orrori su una terra che non conosce pace. Nel frattempo c'è stato il Ruanda, anzi Il “genocidio del Ruanda”, tra i più terribili del secolo scorso e della storia dell'orrore umano. Dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994, per oltre tre mesi, vennero massacrate sistematicamente (a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati) circa un 1.000.000 persone, di etnia Tutsi, ma anche tanti Hutu “moderati”. A scannarli erano gli estremisti Hutu, che per l'occasione si fecero fuori migliaia di altre persone, genericamente bollate come traditori! Un fiume di sangue senza fine, che ricorda tanto da vicino il fumo, il fuoco, la cenere le montagne di cadaveri dei nazisti tedeschi. Le due antiche bambine non hanno ancora finito di piangere, anche se si sentono “fortunate” ad essere uscite vive da quei campi della morte. Sono qui, ormai stanche ed anziane, a testimoniare che la morte e gli orrori non possono vincere. La bambina di oggi, quella bella e vivace, è il seme della speranza. La forza della luce, che alla fine penetra nel buio, si allarga, si espanda, esplode. Cancellando le tenebre! Noi ci crediamo.

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