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Il caso Fenice.
L'inceneritore brucia ancora

Basilicata

Il giudice: «La Provincia non dice dove intervenire per Arpab e Asp è a posto e poi chiuso frena la bonifica»

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STARANNO festeggiando i dipendenti, magari un po’ meno le aziende agroalimentari che stanno muro e muro con l’inceneritore. Però nella tarda serata di ieri il Tar ha dato ragione a Fenice Ambiente e tanto basta a distribuire anche una serie di torti.

Il ricorso
La società che gestisce l’inceneritore aveva fatto ricorso contro il provvedimento della Provincia di Potenza, che dopo lunghi giri di Walzer, finalmente s’era decisa – complice anche il clima giudiziario infuocato – a sospenderne le attività in attesa di capire se inquini ancora e come possa smettere di farlo, in caso di risposta positiva. Da oggi il gigante di Melfi torna in funzione, piaccia o no, per cui veniamo ai torti. Arpab, già nei guai per la gestione passata, non è che fosse stata così chiara nel segnalare l’inquinamento del sito. Aveva anzi specificato di non avere tutti gli strumenti a disposizione per dire: inquina, no non inquina. Per cui, in assenza di un parere perentorio, la Provincia s’era cautelata così come a molti era parso logico.

Arpab: tutto a posto
Sempre Arpab, però, una settimana dopo il provvedimento, spedisce agli uffici un parere positivo al mantenimento in funzione dell’impianto stesso. In sostanza l’Agenzia per la protezione ambientale conferma quanto dichiarato il 20 settembre nella commissione (fiume) dei servizi: Fenice inquina, Edf però sta mettendo il sito in sicurezza, per cui può continuare a bruciare. La sospensione comunque rimane. Fenice, dichiarandosi in un primo momento disponibile ad accettare la decisione, aveva poi deciso di ricorrere per «la totale infondatezza dell’atto di sospensione, in quanto – a partire dal 2009 – con la messa in sicurezza di emergenza dell’impianto, tutte le sorgenti di contaminazione sono state individuate ed eliminate e le possibili fonti di diffusione della stessa sono state confinate».

I via libera
Del resto chi aveva detto fino a quel momento – e dunque prima dell’inchiesta della magistratura – che a San Nicola di Melfi era tutto a posto? «Gli stessi enti competenti» dice la società che gestisce l’inceneritore. Un lasciapassare che poggiava sulla seguente valutazione: «Gli interventi di messa in sicurezza dell’impianto hanno ridotto sensibilmente i livelli di contaminazione delle acque sotterranee» e ancora perché «il processo è governato nell’ambito del procedimento sui siti contaminati nel pieno rispetto della normativa vigente».

Gli arresti
Poi arrivano gli arresti di Sigillito e Bove e con essi avvisi di garanzia come se piovesse, ed ecco che il sistema di controlli e valutazioni subisce un’improvvisa accelerata. Il presidente della Regione Basilicata chiede al gruppo francese Edf «se ha intenzione di sospendere l’attività», ma non ottiene la risposta sperata. Così l’Ufficio ambiente della Provincia emana il «provvedimento di sospensione».

La diffida
In sostanza si diffidano i titolari dell’impianto a: fornire tutti gli elementi necessari alla verifica della compatibilità dell’esercizio dell’impianto e a fornire ogni altro elemento utile a verificare la sussistenza dei requisiti per l’autorizzazione dell’attività di smaltimento dei rifiuti. Autorizzazione che Fenice aveva ottenuto appena l’anno scorso dalla stessa Provincia di Potenza. Oggi però, alla luce dei nuovi valori riscontrati nelle falde acquifere, con un innalzamento delle sostanze inquinanti, se l’inceneritore vuole tornare a operare, deve auto dichiarare di essere a norma. Il 16 novembre si tornerà a parlarne davanti al collegio del Tar Basilicata. Quello di ieri è il risultato soltanto di una prima delibazione degli atti da parte del presidente del tribunale amministrativo Michele Perrelli, per scendere nel merito servirà poi un’ulteriore udienza.

Le falle del provvedimento
Secondo Perrelli non stanno in piedi sia la diffida che la sospensione dell’autorizzazione: la diffida, in quanto «non sono individuate le inosservanze che devono essere eliminate», risultando rivolta solo «a una sorta di inversione dei ruoli tra amministrazione controllante e soggetto sottoposto a controllo (Fenice, ndr)»; la sospensione in quanto l’Azienda sanitaria provinciale nega l’esistenza di «situazioni di pericolo per la salute pubblica» mentre l’Arpab esclude «pericoli per l’ambiente». Piuttosto, secondo Perrelli, ci sarebbe da considerare seriamente il pericolo che assieme al funzionamento dei forni la sospensione possa provocare l’interruzione degli interventi di bonifica che sono ancora in corso. Fenice in pratica potrebbe addirittura lavarsene le mani, levare le tende e piantare tutti con una bomba ecologica innescata tra le mani e una richiesta di risarcimento di 40mila euro per ogni giorno d’inattività. Meglio quindi mettere «le mani nell’acqua fredda» prima di avallare la decisione della Provincia, per dirla con una battuta di Vincenzo Sigillito intercettato mentre aveva a che fare con la stessa scottante materia.

L’udienza del 16 novembre
Il 16 Perrelli rivedrà tutto assistito da altri due giudici, comprese le motivazioni di tutti i legali intervenuti in udienza contro Fenice. Oltre a quelli della Provincia, Emanuela Luglio e Nicola Sabina: Anna Possidente e Antonio Pasquale Golia per la Regione; Nicola Tartaglia e Donato Trafficante per il Comune di Melfi e Francesco Di Ciommo per il Comune di Lavello. Nel frattempo l’inceneritore torna a funzionare. Per cui la situazione, almeno dal punto di vista delle carte bollate, si ribalta di brutto: se l’inceneritore torna a funzionare come nulla fosse, chi ha sbagliato fino ad adesso?

Il comitato
«La decisione del Tar in merito all’annullamento della sospensione dell'attività di Fenice-Edf da parte della Provincia è inaccettabile». E’ lapidario il commento del Comitato “Diritto alla salute” di Lavello alla lettura della decisione del Tar. «Tutto l’impianto del ricorso presentato da Fenice si basa su poco chiare dichiarazioni dell’Arpab in merito alla diminuzione dei contaminanti in falda e sull’ennesima, offensiva dichiarazione da parte dell’Asp sulla base della quale in assenza di una indagine epidemiologica non è possibile stabilire una relazione tra l’inquinamento delle falde e le patologie delle popolazioni residenti nella zona del Vulture-Melfese. Ancora una volta è venuto meno il rispetto del principio di precauzione a danno delle popolazioni ed in favore di un soggetto privato che svolge una attività con forte impatto ambientale e fuori da ogni ragionevole controllo».

Leo Amato

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