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Libera, il congedo
di Don Marcello

Basilicata

Tempo di lettura: 
5 minuti 30 secondi

LAURIA - «Il mio mandato dura da troppo tempo. Se non ci facciamo noi per primi da parte come facciamo a dire agli altri di farlo?» E’ uno stralcio del discorso di congedo di don Marcello Cozzi (in foto) da Libera Basilicata. Non un addio - tiene a precisare il sacerdote - ma «un passo di lato», rinnovando l'impegno da un'altra prospettiva. «Loro - ha continuato il prete antimafia - speravano che oggi qualcuno facesse un passo indietro, invece no. Termina il mio mandato ma non la lotta e l'impegno con la mia associazione e continuerò ad affiancare la richiesta di verità e giustizia per questa terra. Il mio impegno andrà anche oltre portando la Basilicata sulla scena nazionale grazie alla mia presenza nell'ufficio di presidenza nazionale di Libera». Dunque, don Marcello Cozzi, come aveva annunciato lascia il testimone di Libera. E lo fa a modo suo. Con un discorso carico di suggestioni in cui non risparmia nessuno.

Rabbia e giustizia

Don Marcello inizia citando un dialogo tra Letta e Matteoli in un Consiglio dei ministri. Sullo sfondo la scelta di Scanzano come deposito di scorie nucleari. Il sacerdote va giù duro. «Disgusto nausea per questi signori. Rabbia per le testimonianze delle associazioni presenti, e per le parole di questo Consiglio dei ministri. In tutti questi anni c'é stato chi nell'ombra ha svenduto la Regione e i sogni della gente. C'è rabbia per i dati Istat e Caritas e per le responsabilità di questa situazione. Rabbia per l'emigrazione, per le fabbriche che chiudono. Sarà pure responsabilità di qualcuno? Ci hanno rubato la dignità. E’ ora di dire basta!». Il sacerdote elenca i “casi” che fanno della Basilicata una regione di misteri. Tra il pubblico c'è Olimpia Orioli «che cerca la verità» sul figlio Luca. C'è poi Gildo Claps: «che ha passato - dice il sacerdote - metà della propria vita a cercare la sorella e adesso teme di dover passare l'altra metà per capire tutta la verità». C'è rabbia per don Marcello anche per la Chiesa: « sempre meno compagna di strada» e «ridotta alla vuota profezia simile a un cadavere senz'anima». Il «disgusto» è anche per «un sistema criminale che tiene ostaggio una regione questa in un vita parallela silenziosa e nascosta».

La politica

Per il prete antimafia la «politica è timida, incomprensibile e arrogante quando non risponde alle domande di un magistrato, quando invece di licenziare certi soggetti gli offrono un incarico simile in un altro dipartimento: l'agricoltura». Pur non nominandoli il riferimento è a Erminio Restaino e Vincenzo Sigillito. «E' un paradosso - spiega - perché in questo momento l'agricoltura di tutto ha bisogno fuorché di questo». «Un fatto così svela che esiste una casta trasversale di privilegiati, una democrazia sempre più pallida. Quanta strada indietro é stata fatta da quando Peppino Impastato ha detto che la mafia é merda. Quanta vergogna ci ha buttato addosso chi ha detto che questo Paese é una merda. La verità é che gli unici extracomunitari sono i signori gravati da condanne definitive che ancora ricoprono incarichi pubblici. Loro sì che sono clandestini e invece che cercarli nelle campagne vanno cercati in via Anzio a Potenza».

Non seguire le mode

«Attenzione alle mode. Quante semplificazioni, anche tra di noi». Per don Marcello ci sono «bravi politici e amministratori spesso soli che soffrono nel sentir fare ogni erba un fascio. Bravi giudici e magistrati che lavorano nel silenzio con certi loro colleghi corrotti». E inoltre «Brave persone nelle forze dell'ordine e preti modelli di povertà. Mai - dice - cedere alle generalizzazioni».

L'impegno e l'indignazione

«Attenzione all'indignazione in pantofole, part time, da week end. Un'indignazione fatta solo di parole e proclami sui siti internet che si esprime in alcune nicchie da cui pretendiamo dare lezioni. Attenzione a una protesta ripiegata». Per il sacerdote «c’é troppo intellettualismo. Così ci si trasforma in un popolo di ideologi e l'indignazione finisce per fare rima con rassegnazione. Noi - dice - l'orizzonte in cui crediamo dobbiamo abitarlo qui. Ci sarà un problema se siamo sempre gli stessi. C'é un problema in mezzo a noi. La rabbia - spiega - va coniugata con l'impegno politico quotidiano dove dobbiamo rivendicare un forte protagonismo contro i professionisti lucani delle zone grigie. Quella che loro chiamano antipolitica é la strenua difesa della democrazia e delle istituzioni a partire dagli ultimi e dai più deboli. L'indignazione deve diventare carne e mani o é un parlarsi addosso. La cultura clientelare é la vera mafia della nostra regione. Noi dobbiamo continuare ad essere l'antimafia. Non abbiamo padroni e nemmeno certi compagni di strada». A questo punto don Marcello fa dei nomi. «Basilischi, eredi di Martorano, Cassotta, Delli Gatti, Lopatriello, Mitidieri, Scarcia. Spesso tra gli eredi ci sono figli. Noi dobbiamo essere pronti a denunciarli questi signori, reato per reato. Non ci fanno paura, non ce ne hanno mai fatta.

Il congedo

«Sedici anni fa quando abbiamo dato l'adesione con il Cestrim a Libera, che era appena nata c'era solo l'associazione di Filippo Zollino a Matera. Oggi in Basilicata siamo tutti questi. Le nostre sono lotte che si arricchiscono vicendevolmente dei volti sempre più arrabbiati di ognuno di noi. Anche noi preti dovremmo ritrovare il senso della collera di Dio invece abbiamo smielato il messaggio del Padreterno». E poi una precisazione. «Per me non ci sono promozioni in vista. Il mio mandato é finito semplicemente qui. Si rassegni chi pensava che i panni sporchi si lavano in famiglia - ha concluso il prete - perché quei panni saranno stesi all'attenzione nazionale e lì resteranno appesi fino a quando non verranno fuori tutte le verità. La Basilicata è terra di luce: rinasca da qui il nuovo sole del Paese. Proprio qui, in Basilicata».

Il cambio

Anna Maria Palermo (nel riquadro), ex senatrice del Prc, docente di matematica e fisica al Liceo artistico di Potenza, la nuova coordinatrice di Libera Basilicata. Da sempre impegnata nel sociale, dai movimenti femministi degli anni Settanta, al sindacalismo del settore scuola, è stata anche portavoce a livello nazionale del Basilicata Social Forum. Sposata con l’ex consigliere comunale Marcello Travaglini, ha due figli. Da ieri ha preso il posto, alla guida dell’associazione Libera di Basilicata, di don Marcello Cozzi, a capo della rete dell’associazione lucana “nomi e numeri contro le mafie” fin dalla sua nascita, nel 1996. «Una referenza - ha dichiarato Palermo - in piena continuità con quella di don Cozzi. I presidi territoriali siano protagonisti sulla scena di Libera Basilicata. I movimenti spontanei di resistenza si riconoscano nel percorso di Libera e si sentano pezzi di uno stesso puzzle che per essere composto ha bisogno di tutti i tasselli».
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