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Il COMMENTO
Ma il mondo accademico non è da disprezzare

Basilicata

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Ma il mondo accademico
non è da disprezzare

di LUIGI M. LOMBARDI SATRIANI
Abbiamo assistito con un mistodi stupore, soddisfazione, speranza al repentino tramonto, seppur iniziato da tempo, di Berlusconi, e alla formazione di un nuovo governo che ci costringerà a sacrifici necessari per tentare di uscire dalla crisi economico-finanziaria di dimensione internazionale, ma aggravata nel nostro paese dall’irresponsabile negazione-sottovalutazione dei nostri governanti. Diversi giornali hanno annunciato il nuovo governo con titoli che ruotavano sulla sua analogia con i consigli di facoltà, assimilando Monti a un preside, puntando sul numero dei professori, sulla forte presenza di “bocconiani”; si tratta, certo, di quotidiani di area berlusconiana o appartenenti direttamente a lui o alla sua famiglia allargata, ma questi possono ricorrere a una titolazione siffatta perché sanno di rifarsi a diffusi convincimenti. Nel nostro Paese si è andato sempre più diffondendo un sanguigno disprezzo per gli intellettuali, considerati inutili perdigiorno, dediti a elucubrazioni e talmente lontani dalla realtà da essere patetici, ridicolizzabili appunto. Si aggiunga a tutto ciò la campagna di delegittimazione rovesciata su di loro dalla, per fortuna “ex”, ministra Gelmini, che ha additato, di fatto, al pubblico ludibrio le scuole del Sud, con relativi insegnanti, ai quali si doveva impedire l’invasione del Nord, con conseguente penalizzazione dei docenti padani, secondo un opportunistico omaggio agli umori della dirigenza leghista. Ai professori universitari, invece, la Gelmini, ha riservato una diversa valutazione: baroni dediti esclusivamente a trame accademiche e familistiche, abbarbicati alle loro cattedre da mantenere comunque per la propria libidine di potere, anche a costo di togliere di fatto qualsiasi spazio per i giovani ricercatori e per le loro legittime aspettative di carriera. Si trattava di una colossale sciocchezza, che strumentalizza erroneamente alcuni casi, purtroppo pur presenti nelle università, ma che non ritraggono certo il corpo sano della galassia del mondo accademico. Il disprezzo per gli intellettuali ha larghissima diffusione e una lunga storia alle spalle. Esso è potenziato certo dalla rabbia di chi, intuendosi in qualche modo ignorante, deve esaltare tale condizione, degradando l’altro che, avendo la testa tra le nuvole, è di fatto inutile alla società, perché inadatto radicalmente a risolvere i problemi concreti. Tra i segnali, apparentemente minuti, della realtà di questi giorni, ma non per questo non significativi, il rifiuto di Barak Obama di indossare la camicia hawaiana nella consueta foto di gruppo dei leader in chiusura del Forum dell’Asia Pacific Economic Cooperation (Apec). Il Presidente degli Stati Uniti ha dichiarato: «Sono enormemente orgoglioso di essere nato nelle Hawaii, ma siamo qui per lavorare. /./ ho deciso di fare a meno delle camicie hawaiane perché, osservando le foto di alcune riunioni precedenti dell’Apec con quei costumi così vistosi, ho pensato che fosse una tradizione di cui potevamo tranquillamente fare a meno». Questa camicia apparve negli Stati Uniti, dopo la Seconda guerra mondiale e fu indossata da numerosi personaggi del mondo della politica e di quello dello spettacolo. Harry S. Truman era solito indossarla; John Wayne la pubblicizzava; Montgomery Clift e Frank Sinatra la lanciarono nel cinema con il film “Da qui all’eternità”; Elvis Presley contribuì alla sua diffusione internazionale; Al Gore, ex sfidante di George W. Bush, utilizzò la camicia hawaiana come un elemento del suo stile “easy wear”; l’attore Ben Affleck indossa frequentemente questa camicia con i fiori esotici. Essa travalica le mode e interpreta lo stato dell’anima, secondo Luciano Pavarotti, grande appassionato della camicia Aloha. Paradossalmente, il rifiuto di Obama esalta la forza della moda, sottolineando ancora una volta che è l’abito a fare il monaco, contrariamente a quanto sostiene il noto proverbio. A questo proposito Gillo Dorfles ha osservato: “L’abito fa l’uomo. Per fortuna, l’uomo è più abito che pelle naturale. [.] L’uomo è fatto dell’artificio che lo circonda, se non ci fosse l’artificio a contrastare la natura, non si affermerebbe l’attività umana”. Che sia l’abito a fare il monaco e che l’“apparire” sia modo dell’“essere” sono stati e sono temi oggetto di un’ampia riflessione antropologica. “Vestirsi Spogliarsi Travestirsi” costituisce il titolo di un’ottima monografia etnologica di Ernesta Cerulli, che qui ricordo a titolo esemplificativo di una vasta letteratura scientifica. L’importanza della moda e i giganteschi processi economici connessi all’abbigliamento testimoniano, se pur ve ne fosse bisogno, quanto il vestirsi sia determinante nella nostra e, con modalità differenziate, nelle altre società. Anche lo “spogliarsi” si carica di una serie di valori, di segnali, non secondari o marginali. Dalla pornografia, così diffusa nei mass media, all’esibizione del proprio corpo nudo o vestito in maniera estremamente succinta per attirare clienti, per sedurre o per trasmettere attraverso il proprio corpo nudo la propria radicale protesta, è tutto un infittirsi di messaggi che non possono essere ignorati. Analogo discorso può essere fatto per il “travestirsi”. Si pensi ai travestiti che affollano le nostre strade e negli ultimi anni la nostra cronaca nera e, a volte, politica, con tutta la dinamica di ricatti, espliciti o impliciti, che essa pone in essere, anche attraverso intimidazioni e allusioni; si pensi, per fortuna più gioiosamente, alle maschere di Carnevale con le quali si sperimenta la dialettica identità-alterità, indispensabile per celebrare sulla scena sociale la trasgressione rituale dell’ordine, della norma; si pensi ai riti delle società tradizionali in cui i singoli si costituiscono come organi della comunità per attingere il piano della comunicazione con il Divino: flagellazioni collettive, scarificazione del volto o del corpo con valore religioso e culturale prima che estetico, e così via. Attraverso queste innumerevoli forme gli uomini articolano il loro bisogno di Assoluto, la loro speranza di Eterno.

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