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23 novembre 1980. Quella notte
a Potenza tutti al Park Hotel

Basilicata

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NON avrei mai pensato che in un campo da tennis in cemento, coperto e riscaldato, dovevo dormire per terra su materassi di fortuna, insieme a circa 300 persone di ogni ceto sociale. Ricchi e poveri, operai e imprenditori, commercianti e impiegati, pubblici e privati dipendenti, uomini di sinistra, di centro e di destra, tutti uniti dalla paura, come in una grande famiglia. Era un grande governo tecnico! C’erano due bagni all’esterno della struttura pressostatica, negli spogliatoi del circolo tennis del Motel Park di Potenza, uno maschile ed uno femminile. Ero il segretario tesoriere del circolo tennis, avevo le chiavi e quella sera del 23 novembre non esitai ad aprire le porte della struttura alla gente impaurita che sostava presso la stazione di servizio, guardando la città con la speranza di trovare la propria casa ancora in piedi. Molti non erano mai entrati in un “pallone” ed esitarono per il rumore del vento quando sostavano nella camera d’aria tra le due porte d’ingresso. Io ero là a tranquillizzarli, dicendo che quello era il posto più sicuro per passare la nottata. Spiegai loro che quella era diventata per me e la mia fidanzata la nostra seconda casa e che, anche se andava via l’energia elettrica, entrava in funzione il gruppo elettrogeno sempre efficiente, perché controllavo sempre ogni domenica mattina il livello del carburante che lo alimentava. Ricordo l’ansia che esprimevano gli occhi di quella gente quando il giorno dopo mi assentai per alcune ore, lasciando mio padre e la mia fidanzata nel campo da tennis, per andare a sistemare la mia roulotte in viale Dante, all’incrocio di via Vaccaro di fronte alla Schell. Sono stato sempre un campeggiatore, ma non avevo mai usato la caravan durante l’inverno. Mia madre, che mi prendeva sempre in giro dicendo che ero uno zingaro, per un periodo lungo riuscì a dormire tranquilla passando tante notti da zingara. Quando tornai, trovai la mia dolce metà che aveva finito di pulire i due bagni e tutti i terremotati in fila, come quando in chiesa si va a prendere l’ostia consacrata. No, prima lei, dopo di lei, prego signora, grazie, abbracci e baci. C’erano scene da Vangelo vivente: i lupi a braccetto con gli agnelli. Dopo tre giorni, l’hotel del Motel Park fu dichiarato agibile e tanti impellicciati e ingioiellati cambiarono subito dimora e ripristinarono ben presto gli anelli della catena alimentare che si era rotta malauguratamente in quei pochi giorni. Come mai questa metamorfosi? Perché non siamo capaci di vivere secondo i principi che la poesia “La livella” spiega così bene? E’ mai possibile che la solidarietà, l’umiltà, la premura per il prossimo sono presenti solo quando passiamo dei guai? Alcuni terremotati rimasero per mesi a dormire nel campo di tennis e fui accusato da alcuni consiglieri che nel mese di gennaio avevo impedito lo svolgimento del Master della Basilicata, perché non avevo una dimora notturna e mi ero permesso di utilizzare pubblicamente una struttura privata. Veramente fui minacciato anche di dover pagare personalmente il gasolio consumato per il riscaldamento. Per fortuna intervenne il Comune e così il mio stipendio di insegnante fu salvo. Naturalmente quando l’ultimo terremotato lasciò il campo da tennis libero, consegnai le chiavi al presidente e rassegnai le mie dimissioni irremovibili dalla carica di segretario tesoriere. Sbagliai a non comportarmi come tanti politici professionisti incollati alla loro poltrona? Fu così che la mia carriera politica terminò.

Matteo Castello

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