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Il COMMENTO
Facebook incolpevole ospita
l’inselvatichimento del confronto

Basilicata

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di MASSIMO VELTRI
Sono in Facebook da un po’ di tempo. Attratto dalla novità, molto tempo davanti al computer, ho ritenuto di scegliere la via di entrare in contatto con persone, magari sconosciute otre che amici e conoscenti, per comunicare, apprendere, confrontarsi, condividere, riscoprire: fb, appunto. Ho incontrato molte persone che hanno inteso diventare miei "amici" su facebook, così che potevamo reciprocamente vedere quello che scrivevamo e magari discuterne. Su fb si possono pure porre foto, immagini, filmati, e si possono costituire gruppi, tematici. Che so..., tanto per parlare dei miei, quello su Cosenza, sulla Sila, sul cinema, sul mezzogiorno, sul '68... E con questi gruppi, cui possono aderire quanti lo vogliano, se le modalità sono quelle di "gruppo aperto" ovvero vagliati all'ingresso (gruppo chiuso) si discetta, si propone, si illustra, si passa il tempo. Stare su fb significa esprimere curiosità, voglia di comunicare, un poco di esibizionismo (se pure quanti nome de plume, quanti nomi falsi, quante persone sono presenti con doppie, triple identità e personalità... ). Io l'ho inteso pure, lo stare su fb, come un mezzo per indicare – stante l'età e l'esperienza...– percorsi e visioni di un certo tipo, in quest'Italia, in questo periodo, così disastrati, così in balìa di sé stessi, così sbandati, diciamo così. E mai per fini personali. Per alcuni è anche un mezzo di promozione, di propaganda, un contattare quante più persone è possibile. Uno strumento potentissimo, fb, che simultaneamente apre le finestre sul mondo, su più mondi, e ti fa parlare e ti fa ascoltare voci e pensieri. E' come si dice un social forum: e ce n'è più di uno, tutti, da tempo, come è noto oggetto di studio e di analisi da parte di sociologi, studiosi di semiologia e di comunicazione. Mezzo potente, dicevo, ma che si presta a assalti alla privacy, dipendenza, incomprensioni (non c'è, ancora, un galateo di fb), in specie per chi ci si accosta e lo frequenta in buona fede e per chi è disarmato. Ma è pure l'occasione, fb, di far emergere lati, e spigoli, di ciascuno di quanti ci sono sopra che, altrimenti resterebbero inespressi. Aggressività, protagonismo, solitudine, frustrazione, competizione accelerata. Lati e spigoli che, beninteso, non nascono, e non sbocciano, su fb; che non sono esclusiva di oggi, ma che su fb e oggi trovano terreno oltremodo propizio. Io ho quasi 2800 "amici" su fb, ma quanti ne conosco, se pur fugacemente, che amici sono? E l'amicizia, ai tempi di fb e di internet, che cos'è? Quotidianamente propongo argomenti di discussione, partecipo a discussioni proposte da altri, pubblico foto, film, musica... e spessissimo escono fuori commenti che a me arricchiscono e ho ragione di ritenere, in qualche misura, in alcuni casi, piacciono pure agli interlocutori miei. Devi stare attento a come scrivi: alle virgole e agli esclamativi – direbbero Totò e Peppino – perché l'equivoco, la diffidenza, sono dietro l'uscio. E perché? Perchè viviamo mesi e anni di difficoltà nei contatti interpersonali, di assenza di luoghi in cui, fisicamente, ci si possa ritrovare in sede di discussione e condivisione, in cui l'atomizzazione è sempre più spinta, il così detto weberiano 'controllo' sociale è assente, la costruzione di un ethos collettivo neanche la si persegue..., è come un arcipelogo di lastre di ghiaccio in movimento nell'artico: alla deriva. Un arcipelago in cui i lati e gli spigoli di cui dicevo emergono prepotentemente, in una società frantumata, appunto. Ed emergono talvolta addirittura con espressioni di aggressività gridata, di persistenza di manifestazioni battagliere, che non sono casi individuali o isolati ma ben distribuiti nel tempo e sulle diverse postazioni dei facebookiani. Un facebook, dicevo, che si presta molto: velocità di scrittura, rapidità e simultaneità; un mordi-e-fuggi che neanche ti porta a vedere, o rivedere, quel che scrivi, che forse non pensi neanche o che comunque non sottoponi al se pur minimo filtro, elementare, che sta alla base del rispetto dell'interlocutore, al vivere in comunità. Il bon ton, pure questo, dovrebbe essere riscritto. Pensavo a Honore de Balzac, alla Condizione Umana, e a La vita: istruzioni per l'uso, tempo fa, circa la frequentazione, e il successo esponenzialmente crescente, di fb: uno spaccato poderoso, a più livelli, variegato di psicologie, condizioni esistenziali, espressioni sociali e culturali... che tutti insieme appaiono, si manifestano, si buttano nel calderone della grande entropia. L'uomo oggi: potente! Senza le grandi scuole di vita che, comunque, erano i partiti, le forme organizzate della politica, le regole dello stare insieme, per il bene comune. Fb è pure figlio di questa implosione, di questa disgregazione, oltre a essere creatività, libertà, movimento... E, appunto, se e quando entra la politica le cose, di per sé già abbastanza complesse diventano aggrovigliate. Sensibilità, appartenenze, schieramenti – il più delle volte in base a paradigmi, a impostazioni, non più attuali, come vediamo giorno dopo giorno, desueti, inutili... ma tant'è... – è come se cercassero l'occasione per lo scontro frontale. E in barba a ogni eventuale buon proposito scatta la gazzarra. Lo sdoganamento berlusconiano di circa venti anni fa ha rotto argini, ha fatto irrompere, da tempo, sulla scena, tensioni e pulsioni represse che, ora, sul web individuano il massimo del contesto praticabile e utile. La casa della libertà, il berlusconismo rampante, agitano, al tramonto, in misura poderosa la loro coda indignata e sgomenta. Un inselvatichimento dunque, che non dipende da fb, certo, ma che dalla specificità del mezzo ne è favorito, esaltato. Mentre crolla un mondo che pensavamo di conoscere, paure, fobìe vere e proprie tengono il campo, la politica stenta, non ce la fa, i partiti che si rifanno ai vecchi blocchi storici quasi, o senza quasi, abdicano. AAA boe cercansi. Com'è comodo, com'è facile un computer avanti. Con la modernità bisogna fare i conti: un tempo si diceva che la televisione, l'aspirapolvere, il computer, appunto, erano, sono, strumenti: è dell'uso che se ne fa che dipendono gli effetti e gli influssi sugli uomini. Uomini che, di per sé e a prescindere, devono essere 'attrezzati' per uscire indenni o, comunque, non travolti, non sconvolti, dal'incedere della macchina che rischia di produrre un oggetto geneticamente modificato, un uomo-macchina, entro il quale la preponderanza potrebbe risultare essere quella della componente meccanica. Chi ci attrezza?

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