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Il COMMENTO
I nostri figli in classe con lo zingaro

Basilicata

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di MASSIMO CLAUSI
Domenica scorsa una delle principali scuole medie della città di Cosenza è rimasta eccezionalmente aperta. I cancelli, però, non si sono schiusi per una qualche attività extracurriculare bensì per raccogliere firme. L'obiettivo di genitori, docenti e personale Ata è quello di compilare una petizione contro il piano di dimensionamento appena approvato dal Comune. A Cosenza, ma il discorso può valere per qualsiasi città italiana, la riorganizzazione della rete scolastica è divenuta materiale esplosivo, con i genitori che sono scesi sul piede di guerra e l’assessore alla Formazione, Marina Machì, che ha denunciato pubblicamente di aver subito pressioni da “genitori vip” e finanche qualche minaccia nemmeno tanto velata. Il bello è che il piano, al momento, è soltanto provvisorio. Dovrà poi essere varato in seconda battuta dalla Provincia. Nel Consiglio di ieri, però, lo specifico punto all’ordine del giorno è stato rinviato alla luce di un incontro fra i genitori e il sindaco di Cosenza che si è poi tenuto nel pomeriggio. Inutile dire che i toni restano molto accesi e forse è inevitabile che sia così. Il nocciolo della questione è che di soldini per l’istruzione ce ne sono pochi. Dal ministero la direttiva è quella dei tagli e degli accorpamenti e gli enti locali si adeguano. Certamente ripensare una rete scolastica comporta non soltanto un’analisi di numeri, ma anche una filosofia di fondo. Quella seguita dall’amministrazione comunale di Cosenza traccia la strada dell’integrazione con l’accorpamento di istituti che insistono su quartieri contenenti sacche di degrado sociale, come il centro storico, con quelli del centro città. L’idea di fondo è che la scuola non può non essere la prima agenzia di integrazione sociale. Non solo per quelli che sono i suoi compiti istituzionali, ma anche perché da bambini è più facile superare certe differenze senza le sovrastrutture di noi adulti. Se sei piccolo e ti ritrovi davanti a un pallone, t’importa poco delle griffes. Questa filosofia è stata però decisamente contestata da genitori e alunni. Il problema di fondo è proprio quello dell’integrazione. Il dibattito infatti sta assumendo qualche venatura classista, sia pure sotto traccia. L’assessore Machì ha pubblicamente denunciato i «pregiudizi e la pigrizia dell’upper class cosentina». In tanti non vogliono che il proprio figlio sieda al banco accanto al ragazzo di quartiere. Scegliere l’istituto scolastico anche in base a chi lo frequenta è una delle prassi seguite dai genitori. In pochi, ovviamente, lo dicono esplicitamente, anche se c’è stato chi è arrivato a dichiarare che, con il piano approvato dal sindaco Mario Occhiuto «i bambini rischiano il trauma delle differenze sociali». Anche questo può essere un ragionamento condivisibile. Come conciliare i due aspetti è invece il problema al quale è difficile dare una risposta netta. Anche perché c’è una terza presa di posizione da considerare, quella dei docenti e del personale scolastico. Certo, in alcuni casi dietro il rifiuto al cambiamento c’è la volontà di difendere le proprie rendite di posizione personale. Ma non è sempre questo o, non è solo questo. Quel che è certo è che problemi così complessi non possono ricadere esclusivamente sulle spalle dei professori. È ingiusto assegnare a un docente una classe piena come un uovo o una con solo una manciata di alunni. Impazzirà nel primo caso nel tenere a bada tutti, si sentirà frustrato nel secondo. È altrettanto ingiusto, però, pensare che l’integrazione sociale possa arrivare soltanto attraverso l’impegno di chi insegna. L’effetto, lo ripetiamo, può essere esplosivo. In una delle scuole di Cosenza frequentata ora anche dai bambini rom che abitano il villaggio voluto da Giacomo Mancini, molti professori si sono sentiti a disagio per usare un eufemismo o lasciati a se stessi per dare un nome alle cose. Molti di loro non si erano mai trovati a dover gestire ragazzi problematici. Il risultato? In quella scuola sono subito fioccate le assenze e i certificati di malattia. Allora è giusto perseguire la strada dell’integrazione, ma la scuola non può essere lasciata a se stessa, soprattutto in un periodo in cui è alle prese con tagli di dotazione e di personale. La politica, le associazioni, il mondo del volontariato; tutti devono scendere in campo per individuare una soluzione condivisa. E naturalmente impegnarsi per accompagnare questa soluzione. Non si possono lasciare, come diceva qualcuno, esplodere le contraddizioni in seno al popolo e girare lo sguardo dall’altra parte. La vicenda del dimensionamento, a Cosenza come altrove, merita quante più discussioni e approfondimenti possibili, perché la scuola è agenzia sociale troppo importante per lasciarla andare al suo destino. Allora è bene che, almeno in questo delicatissimo settore, non si assista al solito gioco dello scarico di responsabilità in cui noi italiani spesso siamo campioni di classe adamantina. I ghetti, come dimostra la nostra storia più recente, non possono essere una soluzione, soprattutto in una città come Cosenza che in passato ha conosciuto scelte rivoluzionarie su questo fronte. Abbiamo già citato la costruzione del villaggio per i rom su via degli Stadi, dobbiamo ricordare anche la realizzazione del viale che oggi porta il nome del sindaco Giacomo Mancini. La scelta del vecchio leone socialista, oltre che urbanistica fu di matrice prettamente politica. Il senso era quello di abbattere le barriere, anche architettoniche che isolavano il popoloso quartiere di via Popilia dal resto della città. Oggi, col senno di poi, si potrebbe dire che questa impostazione ha mostrato i suoi limiti. In gran parte è vero, ma solo perché quelle iniziative così socialmente dirompenti non sono state governate nel tempo. Non ripetiamo allora gli stessi errori. I tentativi di integrazione vanno sostenuti da tutti: genitori, professori, politici, intellettuali, comitati di quartiere. La nuova società multiculturale richiede il contributo di ognuno.

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