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Il COMMENTO
Le regole sataniche del calcio e i rischi per la Rai

Basilicata

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5 minuti 31 secondi

di SANTI TRIMBOLI
Amarcord di un calcio che non c'è più. Per i nostalgici come me che stentano a ritrovarsi fra le tante storie raccontate dalla mitica Olivetti 32 (la custodisco gelosamente!) e per quelli che sono venuti dopo di me. Perché se ne abbia memoria e perché non sia sepolto sotto la polvere del tempo un passato che è stato ed è patrimonio prezioso di intere generazioni. Intanto, la numerazione delle maglie: da uno a undici. Elementare. Poi gli “identificativi”, per così dire, dei vari ruoli: terzino, stopper, libero, ala, mezz'ala, centravanti. Elementare anche questo. Infine, le partite: tutte rigorosamente di domenica e tutte rigorosamente alla stessa ora. Elementare che più elementare non si può. Riflettori sul calcio di oggi, il calcio delle formule e delle alchimie, dei ritiri all'estero e dei procuratori voraci, dei general manager e dei Daspo, degli sponsor e dei biglietti on line, della tv negli spogliatoi e delle interviste in. zona mista. Il calcio delle telecronache a cinque, sei, sette voci e dei work-space improvvisati a bordo campo magari sull'erba sintetica; il calcio degli sceicchi e della clausola rescissoria, del bonus e delle plusvalenze, degli stewards e dei tornelli. E mi fermo qui. Intanto, la numerazione delle maglie: da uno a. cento (o, chissà, anche fino a mille?). L'anno di nascita, la data delle nozze, il battesimo del primogenito, il giorno del primo bacio, la cabala, la smorfia, il numero civico, il numero di denti sopravvissuti all'attacco della carie-killer e via così a cascata, in omaggio alla fantasia più sfrenata e improbabile. Dice: ma almeno prima i “numeri” riuscivano in qualche modo a farci orientare sulla collocazione per così dire geografica di ciascun giocatore in campo. Per esempio: il numero tre sapevi che giocava a sinistra, al di qua della linea di centrocampo; il numero sette si muoveva sulla destra, più o meno subito dopo la linea di centrocampo; il numero nove lo trovavi davanti a tutti, in posizione centrale. Obiettano: non vale più. Oggi parliamo di calcio totale. Vuol dire che tutti fanno o dovrebbero saper fare tutto. Le fasi. Hai sentito parlare di fasi? La fase difensiva e quella offensiva? Ecco, quella cosa lì. Vuol dire, tradotto urbi et orbi, che se fosse stato protagonista di questo tempo, di questo calcio, il grande Gigi Riva, ad esempio, oltre che starsene lì a fare gol, il suo pane quotidiano, si sarebbe dovuto occupare anche di presidiare la propria area di rigore, di proteggere anche lui la porta di Albertosi e quindi dare il via alla ripartenza (non più contropiede, per carità). E gli “identificativi” dei ruoli? Esterno basso e non terzino; centrale difensivo e non stopper; regista difensivo e non libero; esterno alto e non ala. Tutto stravolto, linguaggio compreso. Già, il linguaggio: un vero e proprio trionfo della fantasia estrema e dell'ermetismo linguistico più spregiudicato: sottomisura, veronica, diagonale, spizzata, tap-in, sovrapposizioni e via di questo passo. E infine le partite. “A duminica è du palluni”, sentivo ripetere un tempo ad ogni angolo di strada. Oggi non vale più. Ormai è la pay tv che comanda e gestisce il calcio. Anticipi, posticipi, gare a colazione e all'ora del tè: programma spalmato dal venerdì al lunedì successivo. Lo chiamano calcio-spezzatino. Buono per tutti gusti, soprattutto quelli dei cannibali della pubblicità e del business. Ed è così che la Rai, leggo, sta pensando seriamente di rinunciare al vecchio, glorioso, romantico Novantesimo minuto e, forse anche, all'effervescente e non meno leggendario Stadio sprint. Qualche domenica fa, alle 15, si sono disputate soltanto quattro partite di Serie A e, in larga parte, tutte di seconda fascia. Briciole, insomma, una inaccettabile mortificazione e una palese penalizzazione nei confronti della Rai che a questo punto non sarebbe più intenzionata a pagare alla Lega calcio i diritti in chiaro per il filetto in cambio dello spezzatino. E come dare torto alle teste pensanti (!) di Viale Mazzini. Addio calcio alla Tv di Stato, addio servizio pubblico? Il pericolo è reale. La minaccia mi turba e mi immalinconisce. Consentitemi la riflessione personale. Io ho lavorato per 25 anni alla Rai, sede regionale della Calabria, e pur non avendo vissuto un distacco morbido e indolore (ma questa è un'altra storia, peraltro ancora tutta da scrivere) alla Rai, la Rai che io ho conosciuto e che, ahimè, non c'è più mi sento ancora visceralmente legato. Legato in maniera indissolubile anche alla storia delle trasmissioni sportive della mia vecchia azienda. Perché, pur non essendo organicamente inquadrato nei ranghi di Rai Sport, ho avuto il privilegio, per meglio dire mi è stato concesso il privilegio, di raccontare le vicende sportive del Cosenza (erano gli anni 90) per la rubrica televisiva “A tutta B”, all'epoca condotta da Marco Civoli e Paolo Paganini (andava in onda il lunedì), e per la popolare trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto” condotta da Alfredo Provenzali. E non è tutto. Dapprima Ignazio Scardina, a seguire Iacopo Volpi, e infine Stefano Mattei, tutti e tre nell'ordine capiredattori centrali di Rai Sport calcio, mi hanno poi concesso l'onore di raccontare i dieci campionati della Reggina sul palcoscenico della Serie A. Naturalmente per tutte le rubriche domenicali inserite nei palinsesti della Rai. Per l'appunto “Novantesimo minuto”, “Stadio sprint”, la “Domenica sportiva”. Le lunghe attese negli angusti pullmini satellitari, frigoriferi d'inverno e fornaci d'estate, aspettando il momento del collegamento; i salti mortali per montare i servizi a tempo di record (per fortuna ho potuto lavorare con tecnici bravissimi); il ripasso più veloce della luce sotto le luci martellanti della telecamera; la durata dei servizi da rispettare draconianamente (magari due minuti per sei gol, due espulsioni, un rigore, due infortuni, incidenti dentro e fuori lo stadio); la linea da restituire con perfetto sincronismo (più o meno, si capisce) ora a Fabrizio Maffei, ora ad Enrico Varriale, ora a Franco Lauro, ora a Mario Mattioli. Un pezzo importante e indimenticabile della mia storia professionale. Pagine esaltanti e irripetibili, di quelle che fanno gonfiare il petto a qualsiasi cronista sportivo. Ecco perché la prospettiva che tutti questi appuntamenti televisivi possano essere cancellati con un colpo di spugna,assassinati dalle regole sataniche di un calcio che non mi appartiene,mi atterrisce,mi fa star male. Per la Rai sarebbe il colpo di grazia alla sua stessa essenza di servizio pubblico e alla sua immagine; una immagine peraltro seriamente compromessa in questi ultimi anni da inadeguatezze e pressappochismi, da logiche clientelari miopi e arroganti, da discriminazioni insopportabili e appetiti insaziabili, da scelte chiaramente asservite alla politica dominante e palesemente, a volte anche volgarmente, piegate al volere del suo dominus, Silvio Berlusconi, e della sua corte piaciona di nani e ballerine. Ma sarebbe anche, consentitemi un ultimo riferimento personale, come se si cancellasse anche un pezzo di me.

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