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Ospedale Cosenza. Neonato morto
a luglio, due medici indagati

Basilicata

Chiesta l’archiviazione per altri sei sanitari dell’Annunziata. Per il pm è stato ritardato il cesareo e dunque è stata colpevolmente protratta la sofferenza fetale

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Il pubblico ministero Salvatore Di Maio, della Procura di Cosenza ha addebbitato la morte di un neonato, avvenuta lo scorso mese di luglio presso l’ospedale civile dell’Annunziata, a due ginecologi, i dottori Maria Grazia R. e Rossella M., e il pm «la condotta censurabile e omissiva» l'ha addebbitata unicamente a loro. Da qui la contestuale richiesta di archiviazione del procedimento, accolta in questi giorni dal gup bruzio Livio Cristofano, che era stato aperto a carico di altri sei medici, ossia i ginecologi Alessia T. e Gemma D. B., l’anestesista Pasqualina B. e i neonatologi Matteo C., Maria Antonia S. e Rodolfo G., chiamati in causa all’indomani dell’apertura delle indagini.
Il piccolo, atteso da una coppia di filippini residenti in città e al quale era stato dato il nome di John Joseph, nacque alle 4 di domenica 3 luglio a seguito di un parto cesareo. Morì alle 23.30 della stessa domenica. Secondo i genitori la colpa era dei medici che ritardarono il cesareo. L’azienda ospedaliera parlò di una morte successiva a uno stress respiratorio per sindrome di aspirazione meconiale.
Da qui la decisione, da parte della Procura, di procedere con l’autopsia, eseguita dai dottori Cavalcanti e Vercillo. Ebbene, «dalla consulenza tecnica disposta - ha scritto il pm Di Maio nella sua richiesta di archiviazione per i sei medici - è emerso come la morte del neonato Alfonso John Joseph sia stata determinata da un errore e ritardo diagnostico dovuto a una inadeguata valutazione del dato cardiotocografico che indicava una sofferenza fetale e alla conseguente inerzia nel procedere al tempestivo espletamento dell’amnioressi e del taglio cesareo».
Avevano ragione i genitori del piccolo: «In particolare - ha aggiunto sempre il pm - a causa di una scorretta interpretazione del tracciato cardiotocografico e di un’omessa valorizzazione delle alterazioni da esso rilevabili, univocamente indicative di uno stato di sofferenza fetale in atto, non si procedeva con la necessaria e doverosa tempestività all’espletamento del parto. Ciò ha comportato la protrazione, per un inaccettabile lasso temporale, della situazione di sofferenza fetale, impedendo la riduzione del tempo di esposizione del feto all’ipossia e agli effetti lesivi correlati all’inalazione del meconio, che hanno causato le complicanze respiratorie che hanno poi condotto al decesso del neonato».
Per i due ginecologi è stato chiesto il rinvio a giudizio con l’accusa di omicidio colposo mentre per gli altri sei sanitari dell’Annunziata è stata disposta l’archiviazione.

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