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Vibo, Operazione "Cerbero". Linguaggio
in codice per mascherare la droga

Basilicata

La cessione della cocaina e il ruolo apicale di Pasquale Accorinti. Il linguaggio criptico: per mascherare la droga si usavano svariati termini

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«Ma dimmi una cosa, un po' di vino non lo vuole nessuno?». Questo uno dei passi della conversazione intercettata tra Domenico Pugliese e uno degli indagati dell'operazione “Cerbero” che ha portato in carcere sei persone con l'accusa di traffico di sostanze stupefacenti: Pasquale Accorinti 42 anni, di Santa Domenica di Ricadi, Giuseppe Accorinti, (30) di Tropea; Francesco De Benedetto, (26), pure di Tropea; Giuseppe Marchese, (25) di Tropea; Nicola Zangone, (24) di Tropea. Ai domiciliari Agos Enrico Tropeano, (53) di Ricadi.
Per altre tre persone emessa la misura dell’obbligo di dimora: Domenico Pugliese, di Spilinga, Saverio Tranfo, di Tropea e Francesco Romani, di Briatico, tutti 25enni.
Tutti compariranno oggi davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia. Un linguaggio criptico che il gruppo degli Accorinti utilizzava, secondo gli investigatori dell'Arma e della Dda di Catanzaro, per mascherare la vendita della sostanza stupefacente.
Sempre in questa conversazione, Pugliese aggiungeva che si trattava di «vino bianco» e il suo interlocutore rispondeva che «è quello buono. Magari un quattro bottiglie se le vuoi portare me le vendo qui al locale». Circa 48 ore dopo, nuova telefonata tra i due nel corso della quale l'impiegato del ristorante si dichiarava soddisfatto della qualità del vino ricevuto da Pugliese: «Sì.sì, l'ho provato, è buono una bottiglia. l'ho venduto ad uno.un bel vino vendi.vedi che l'ho tolto dalla damigiana e l'ho messo nella bottiglia».
A riprova di questo, poche ore dopo i carabinieri della stazione di Pizzo avevano eseguito una perquisizione personale e domiciliare presso l'attività di ristoro scoprendo, celati in una bottiglia posta su un bancone, due involucri contenenti cocaina.

In base alle risultanze investigative, a capo del gruppo c'era Pasquale Accorinti che teneva sotto controllo il sodalizio e aveva contatti telefonici anche con Giuseppe Marchese al quale, nel periodo di assenza, chiedeva informazioni sull’andamento degli affari e sul lavoro degli accoliti. Quest’ultimo, inoltre, era delegato a riscuotere somme di denaro di cui alcuni “clienti” erano debitori.
Per quanto concerne Zangone, secondo la ricostruzione investigativa, le conversazioni intercettate nel corso dell'intero periodo, hanno consentito di accertare che questi «ha sempre continuato a reggere, in qualità di fornitore, una rete di pusher dediti al traffico di droga, non solo a Tropea ma anche nelle zone limitrofe».
In relazione a Francesco De Benedetto nell'ordinanza si riporta una conversazione intercettata tra il giovane e una persona indagata la quale chiedeva una quantità di sostanza stupefacente che avrebbe consumato all'interno di un'automobile. De Benedetto rispondeva «di avrebbe della buona», in più in un'altra conversazione con Zangone, affrontava la questione relativa al recupero dei soldi della fornitura di cocaina operata a favore dei pusher e dei clienti abituali. Conversazione nella quale i due si scambiavano informazioni su quanti soldi aveva fruttato la serata precedente nel corso del quale era stato il menzionato il nome di una persona che era in debito con gli indagati: «Non ho fatto una lira io», affermava De Benedetto che aggiungeva: «Mi ammazzerei, non sto facendo una lira. sono andato da Claudio con la scusa che gli porto un caffè, e mi faceva così, davanti alla madre di nascosto.i soldi. inc.le. dopo va bene, ci vediamo dopo». Una terza persona ribatteva: «Quando ti ha visto che ti ha detto? Duecento, duecentocinquanta.?», alla quale De Benedetto replicava: «A me cento bastavano.». Secondo il pm Boninsegna, titolare dell'indagine, «il rapporto di colleganza, sia pure gerarchicamente discendente, tra Zangone e De Benedetto con Saverio Tranfo, è segnalato da numerose conversazioni in cui i soggetti discutono con linguaggio convenzionale cercando, così, di celare l'oggetto illecito delle loro attività». A dimostrazione della «natura illecita» degli appuntamenti c'è anche un filmato che testimonia il passaggio di cocaina tra i due e, successivamente, tra Tranfo ed un assuntore che, di lì a poco, sarebbe riuscito a sottrarsi alla cattura dei carabinieri. In base alle risultanze investigative proprio Tranfo, sarebbe stato «uno dei pusher più attivi dell'associazione che colloquiava con Zangone utilizzando termini quali «cd, lettori cd, giornali, pacchetti di sigarette, ecc.», mentre i «documenti e passaggi» erano il sostantivo dato ai soldi o al pagamento.

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