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Toghe lucane bis. Riecco pure Margiotta (Pd).
«Mani sugli uffici giudiziari»

Basilicata

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IL DEPUTATO Salvatore Margiotta, assieme all’ex dg del San Carlo, nonché marito dell’ex pm di Potenza Felicia Genovese, Michele Cannizzaro, influivano per conto della prima delle due associazioni segrete nascoste negli uffici della Procura generale del Capoluogo sulla nomina alla dirigenza di imprecisati «uffici giudiziari». Il nome del politico del Pd è una delle poche novità dell’avviso di conclusione delle indagini che è stato notificato ieri a 13 persone. Nè per Margiotta, nè per Cannizzaro, nè per Genovese i pm di Cannizzaro muovono accuse precise, ma in un’eventuale processo, che potrebbe innescarsi se dovessero decidere di chiedere il rinvio a giudizio per questi capi d’imputazione, non è da escludere che vengano chiamati a testimoniare.
I destinatari dell’avviso, che a partire da ieri potranno cominciare a difendersi a tutti gli effetti, sono il sostituto pg Gaetano Bonomi, il collega Modestino Roca e il loro ex capo Vincenzo Tufano, accusati di reati vari e di aver messo in piedi un’associazione segreta con l’ex capo della Squadra mobile di Potenza, Luisa Fasano (moglie di Margiotta) e il colonnello dei carabinieri Pietro Gentili, per ostacolare il lavoro dei pm più impegnati sul fronte delle indagini contro i colletti bianchi e i vari potentati lucani. In cambio Bonomi avrebbe ricevuto incarichi per la figlia, avvocato, mentre Tufano è accusato di abuso d’ufficio perchè avrebbe segnalato al Csm il pm Vincenzo Montemurro dal momento che non aveva depositato alcuni verbali dove veniva denunciato un presunto complotto ai danni di Cannizzaro e Genovese, mentre il figlio partecipava a un concorso al San Carlo che all’epoca era diretto dallo stesso Cannizzaro.
Bonomi, l’ex agente del Sisde Nicola Cervone, due marescialli dei carabinieri, Consolato Roma e Antonio Cristiano, assieme a un maresciallo della finanza, Angelo Morello, avrebbero poi messo in piedi una seconda società segreta che dossierava magistrati e politici locali. L’esposto a firma del «signor Sicofante», che accusava il pm Henry John Woodcock di essere uno dei responsabili di una clamorosa fuga di notizie durante l’inchiesta sugli appalti per le estrazioni nella Valle del Sauro, sarebbe stato opera loro, anche se a spedirlo materialmente sarebbe stato un poliziotto di Cerignola, Leonardo Campagna, anche lui indagato, come un autista della procura generale di Potenza, Marco D’Andrea, che è accusato di favoreggiamento per aver negato di sapere se Bonomi e Cervone si conoscessero e se l’ex 007 fosse mai stato nell’ufficio del sostituto pg.
Bonomi e Roca sono accusati di abuso d’ufficio anche in relazione alla condotta tenuta durante l’appello del processo stralcio per tre avvocati del foro di Potenza, ai quali avrebbero «segnalato» la possibilità di ricusare uno dei tre giudici della Corte, e a maggior ragione assicurando che per conto loro avrebbero comunque chiesto l’assoluzione. Tra Bonomi e uno di quei tre avvocati, Piervito Bardi, secondo i giudici di Catanzaro, ci sarebbe stato un rapporto di amicizia tant’è che gli contestano anche in un’altra occasione di non essersi astenuto in un processo in cui si fronteggiavano dai banchi dell’accusa e della difesa.
Poi c’è la vicenda dell’imprenditore Ugo Barchiesi, che risponde di corruzione perchè avrebbe offerto un soggiorno per capodanno a Bonomi, ed essersi interessato con un politico di livello nazionale per un suo trasferimento di sede, in cambio di notizie riservate che Bonomi avrebbe appreso da un carabiniere di Policoro e della promessa di cercare di far riaprire le indagini partite dalle denunce dello stesso Barchiesi archiviate senza successo.
Infine c’è un altro ex pm di Potenza, Claudia De Luca, unica condannata nella prima “Toghe lucane”. Anche per lei l’accusa è di abuso d’ufficio per aver svolto indagini su alcuni colleghi del capoluogo in barba alle regole che fissano la competenza della Procura della Repubblica di Catanzaro.

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