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Perchè ho pubblicato l'immagine
di Maria Antonietta

Basilicata

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di PARIDE LEPORACE - HA provocato profondo sconcerto e viva indignazione la nostra scelta editoriale di pubblicare a tutta pagina la foto del corpo ucciso di Maria Antonietta Di Palma nell‘orrenda strage di Natale a Genzano di Lucania che ha turbato l‘atmosfera natalizia in tutta la Basilicata. Nella giornata di ieri al nostro centralino sono giunte le ferme proteste del sindaco Pasquale Vertulli, dell‘ex primo cittadino Rocco Cancellara, di un ex amministratore, l‘ingegnere Rinaldi che per conto e a nome dell‘intera comunità hanno chiesto spiegazioni e censurato la nostra scelta reclamando, con fermo garbo, scuse pubbliche. Anche dei lontani parenti delle vittime hanno protestato via facebook e al telefono, poi abbiamo ricevuto una lettera e una mail che pubblichiamo insieme a questo editoriale. Comprendiamo di aver toccato sentimenti veri e ne prendiamo atto. Comprendiamo molto meno, anzi siamo costretti a condannare il fatto che qualcuno si sia preso la briga di minacciare di morte il nostro fotografo Andrea Mattiacci, che non ha nessuna colpa, se non quella di aver fatto molto bene il suo dovere. E‘ bene spiegare che il fotografo ferma l’immagine di quello che è accaduto, il giornalista si assume la responsabilità di pubblicare l’immagine più consona a quel racconto, e comunque certe reazioni non fanno onore ai motivi della protesta.
Sul fronte della critica, per i colloqui avuti, ci siamo resi conto che in molti sostenevano una tesi falsa. Ovvero che i mass media non mostrano mai i cadaveri. Abbiamo pertanto deciso di corredare le pagine odierne sulla strage di Genzano con un repertorio minimo di foto di cronaca che mostrano la morte nella sua drammaticità. Da Aldo Moro cadavere nella R4 a coloro che si lanciano dalle Torri gemelle infuocate la cronaca è spesso immagine in presa diretta di chi perde la vita. Scorrendo l’archivio fotografico del nostro giornale, abbiamo rivisto istantenee di fatti locali anche piu’ crude di quelle pubblicate ieri, che non avevano provocato le reazioni che abbiamo registrato questa volta. E’ evidente che qualcosa di diverso si è attivato con la strage di Genzano.
Partiamo dai fatti. La strage è avvenuta una sera particolare. La vigilia di Natale quando tutti ci sentiamo più buoni e umani. Nonostante i giornali il giorno dopo non uscissero, abbiamo con riflesso condizionato attivato i meccanismi della cronaca. Sul nostro sito abbiamo pubblicato la notizia. Il nostro fotografo, mettendo da parte famiglia e Natale, è arrivato presto sulla scena della strage. Alcuni hanno sostenuto che la scena vera del delitto da proporre era quella con il cadavere nascosto da un involucro. Ovvero la finzione del set che da qualche tempo abbiamo metabolizzato come immagine reale ricostruita dalle decisioni del magistrato. Ma la cronaca è lotta con tempo, ricostruzione del reale, proposizione di un fatto accaduto. La sera di Santo Stefano, dovendo scegliere tra le numerose foto del repertorio non ho avuto esitazioni nello scegliere quella poi pubblicata. Ne avrei, forse, avuto, in caso quel corpo strappato alla vita avesse presentato sangue e devastazioni sul corpo. Forse, non sono certo. Quella donna esangue sull’asfalto, nel suo normale vestito, mi è sembrata racchiudere nella foto tanto contestata la tragicità di quella vicenda e dei suoi amari risvolti. La reazione registrata mi costringe a qualche riflessione. E’ evidente che per la comunità di Genzano, estranea a fatti di sangue e lontana anni luce da certe consuetudini della cronaca nera, la strage di Natale rappresenti una sorta di perdita dell’innocenza. Non era mai accaduto, non avevamo pensato fosse possibile qui nel nostro paese. La foto del Quotidiano della Basilicata, a mio parare, ha suscitato un inconscio sentimento di rimozione. La foto di Maria Antonietta a tutta pagina ricorda a noi tutti, e soprattutto a chi vive a Genzano, che Maria Antonietta, Maria Donata e Matteo sono “veramente” morti alla vigilia di Natale. Quel corpo è rimasto lungamente a terra quella sera circondato dalla decine di sguardi di chi con naturale curiosità è andato a vedere quello che era accaduto. In questo caso è giunto il sacco argenteo che copre e occulta il misfatto compiuto. Come ha saggiamente scritto la psicologa forense, Assunta Basentini, quella triste sera non si è registrata una strage della follia, è stato ben altro che ha armato Ettore Bruscella. A chi mi chiede i motivi di quella prima pagina, quindi, rispondo, che quella foto era corredo vistoso di titoli che ben altro chiedevano, e se permettete chiedono, alla comunità di Genzano e alle istituzioni: perché il controllo sociale del paese non è riuscito a fermare la guerra personale di Ettore Bruscella contro i Menchise? Perchè l’omicida possedeva un regolare porto d’armi e un fucile con cui ha consumato la strage? Nessun sindaco, ex sindaco, maresciallo, o postino a questo si è sentito in dovere di dare risposte. E’ una domanda che resta in un paese che ha registrato anche atti di grande generosità, come nel caso di quel signore che a suo rischio e pericolo ha impedito di contare la quarta vittima, e che a mio parere merita una medaglia al valor civile.
Però resta la foto di Maria Antonietta ritratta in tutto il suo verismo. Come Gesù Cristo è scolpito in Chiesa sulla Croce e non riprodotto dai cristiani con il sudario, noi abbiamo forse avuto il torto di documentare il martirio di quella donna strappata al suo Natale, ai suoi affetti e alla vita.
Le foto oggi si riproducono con facilità. Poi si subiscono o si guardano con attenzione. La foto di Andrea Mattiacci ha trafitto come una freccia molte persone ieri. E’ scattato qualcosa di soggettivo che di solito varia da persona a persona, e che a volta, non spesso, in un giornale diventa sentimento di gruppo. Per noi quella foto, voleva essere il messaggio: “potevamo evitare questa strage”. Ma inevitabilmente, quella foto è anche il fatto che Maria Antonietta Di Palma fosse cadavere a Genzano la sera di Natale e allo stesso tempo che quella stessa persona fosse stata una persona viva, con delle emozioni e una storia anagrafica prima di quello scatto.
Il problema è che oggi la nostra cultura vorrebbe rimuovere la morte. Ma questo è impossibile. Nelle telefonate polemiche che ho ricevuto ieri qualcuno insisteva sul fatto che dei bambini sarebbero stati turbati dalla nostra foto. Oggi infatti non portiamo più i bambini ai funerali e spesso li inganniamo sulla morte che fa parte della vita. Per chi vuole approfondire questo aspetto segnalo un buon libro scritto dalla collega Concita De Gregorio e che s’intitola “Impararsi a dire addio”.
Oggi la comunità di Genzano si raccoglierà pubblicamente nel suo dolore e costernazione iniziando il rito funebre di questa tragedia. Non ho scuse da farvi perchè non servono a nessuno. Io e i miei colleghi abbiamo fatto soltanto il nostro dovere. Ci spiace aver provocato sussulti e ferite. Ma riteniamo utile questo reciproco interrogarsi da parte mia e nostra con le vostre ansie e turbamenti. Rimuovere l’immagine della morte significa negarla, e non mi sembra giusto. Come monito e come interrogativo collettivo oggi la proponiamo in prima pagina come voi avreste preferito vederla già ieri. Perché voi siete la nostra comunità e pur non concordando con la vostra tesi e forse con la vostra rimozione vi dobbiamo comunque un tangibile segno d’ascolto lasciando aperta questa utile discussione. Con la religione del dubbio che ogni giorno attraversa il nostro agire, pensiamo di aver fatto anche oggi un buon giornale. Esattamente come quello di ieri.

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