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Lettera ai genzanesi
nel giorno dei funerali

Basilicata

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5 minuti 40 secondi

di ANDREA DI CONSOLI

CARI cittadini di Genzano, oggi per voi è un giorno di lutto cittadino, di sgomento e di smarrimento, ma purtroppo il male dell’uomo non inizia e non finisce nel vostro piccolo paese – e questa non è né una consolazione né una “riduzione”. Dall’Olocausto ai litigi di condominio, con il male conviviamo ogni giorno da sempre, da quando l’uomo ebbe in sorte di abitare questo pianeta. Qualcuno si è legittimamente lamentato della foto di copertina del “Quotidiano” – quella che mostrava senza veli il cadavere di Maria Antonietta Di Palma –, ma il problema vero, com’è evidente, non è la foto in sé (la realtà), ma quel che la foto ci restituisce, quel che ci dice dell’uomo, e che spesso ci risulta inaccettabile, insostenibile. Ci sono state epoche – durante il fascismo, per esempio – nelle quali le notizie di cronaca nera venivano censurate; ci sono epoche invece – come la nostra – nelle quali il male viene mostrato in tutta la sua impudica verità. Io, nonostante i mille dubbi che mi tormentano, continuo a preferire una civiltà della franchezza, anche se è dolorosa e pone mille interrogativi.
Sono stato recentemente allo “Yad Vashem” di Gerusalemme, e in quell’occasione ho visto decine di foto di bambini uccisi nei campi di sterminio. Avrei preferito non vederle, francamente, eppure le ho viste; e vederle, onestamente, ha accresciuto in me la consapevolezza di cosa possa essere l’uomo date alcune circostanze storiche e private. Così come avrei preferito non vedere le foto dei giornalisti uccisi a Judad Juarez, le foto dei soldati morti in Afghanistan e Iraq, le foto di tutti quelli che, per disperazione, si buttavano dalle Torri Gemelle nel 2001. Meglio non sapere? Meglio non vedere? Ne siamo certi?
Negli ultimi due anni abbiamo vissuto la nostra quotidianità osservando Michele Misseri gesticolare nei pressi di un pozzo, gli interni della Ss. Trinità di Potenza, il sangue di Garlasco, i dettagli sui pantacollant di Melania Rea, ecc. Ho un figlio di sei anni a cui non sfuggono i nomi di Elisa Claps, di Danilo Restivo e di Sarah Scazzi. Credo di essere un padre responsabile, eppure sento di dover lentamente far capire a mio figlio che l’uomo è anche questo, e che l’uomo – che sa essere generoso e buono – a volte è anche male, male assoluto. Mio figlio mi domanda in continuazione: perché si uccide? Perché si muore? Perché c’è la guerra? Perché hanno ucciso Gheddafi? Non me la sono mai cavata raccontando frottole – anche se dire la verità, sia pure in maniera dolce, fa soffrire, e i padri e le madri come me sanno a cosa mi riferisco. Con garbo e tatto provo a fargli capire come vanno le cose su questa terra, così come non me la sento di dirgli che quando si muore si va in cielo, tra le nuvole, in una specie di parco giochi.
Certo, vedere la signora Di Palma a terra in quel modo – nella perentorietà della morte e del male ricevuto – ha scosso anche me, come sempre mi scuote vedere qualcosa che svela in tutta la sua verità la nostra condizione umana, la nostra profonda nudità e miseria. Ma questa miseria è la verità, nient’altro che la verità, e io sono il primo a sapere che fa male, e che a volte risulta inaccettabile, ma nascondere la verità, ahimè, non significa cancellarla. Essa, al massimo, ci viene restituita sotto forma di carta stagnola, magari per renderci il sonno più tranquillo. Ma, purtroppo, la realtà – benché nascosta – rimane.
Leporace ha giustamente parlato di “perdita dell’innocenza”. Aggiungo, tra parentesi, che un tempo la nostra popolazione aveva maggiore confidenza con la morte e con i morti, mentre oggi, nella rimozione edonistica generale (e nel trionfo del politicamente corretto), si tenta inutilmente di metaforizzare il reale, di abbellirlo. Perché è così semplice parlare sui giornali di omicidio, di assassinio, di killer, ecc., ed è così difficile mostrare quel che si nasconde dietro a queste parole? Non credo sinceramente che si vendano più copie mostrando un cadavere in prima pagina. Anzi, si rischia di spaventare i lettori meno coraggiosi e meno “realisti”. Eppure lo si è fatto, e io ne condivido la scelta, perché detesto l’ipocrisia di una società che parla da mane a sera di omicidi e di casi di cronaca nera, e poi si impressiona quando di quel parlare si mostra l’emblema, la prova principe.
Dovremmo maggiormente tutelare i nostri figli? Parliamone senza infingimenti, ma come si fa a non fargli ascoltare quel che si dice in ogni momento in televisione? Parliamone, ripeto, ma senza avallare censure da Minculpop, e senza nascondere ai nostri figli l’amara verità che il mondo è anche una guerra, un’atroce guerra dove si spara per un nonnulla: per ripicca, per odio, per appetito, per potere, per gelosia, per soldi. Avete idea di quante persone vengano assassinate nel mondo ogni giorno?
La piccola Lucania è mondo, non vive nell’extramondo. Siamo certamente buoni e sobri – come ci descrive la logora vulgata politico-antropologica –, ma siamo anche uomini come sono uomini in tutto il mondo; e dunque, in determinate circostanze, capaci di uccidere come, purtroppo, è accaduto nella vostra bella comunità, della quale mi onoro di essere stato recentemente ospitato insieme a mia moglie.
Genzano non deve colpevolizzarsi di nulla, così come non devono colpevolizzarsi coloro i quali fanno informazione senza censure e senza veli. Mi permetto solo – in questo giorno di tristezze e di amarezze per Genzano – di rivolgere un pensiero commosso ai famigliari e ai cari delle vittime e, mi sia consentito, un pensiero di sincera fraternità per i famigliari del signor Bruscella, che soffrono non meno di chi ha perso i propri cari. Sarebbe bello se la comunità genzanese li abbracciasse in questo momento di smarrimento e di angoscia. E sarebbe bello se, con il passare del tempo, i parenti di Bruscella trovassero il modo – con pazienza e con l’aiuto di Dio, se ci credono – di accettare e accogliere il male assoluto del loro padre, che avrà modo di capire quel che ha fatto, l’abisso che ha deciso di percorrere. Perché un padre rimane padre anche quando sbaglia, anche quando ha fatto qualcosa di atroce per cui viene spontaneo ripudiarlo. E, sinceramente, sono convinto che perdonare un assassino – o, per lo meno, auspicarlo – sia molto più scioccante di mostrare una foto atroce in prima pagina. Perché la vera resa, in ultima istanza, è tutta all’interno della moralità, di cui i corpi sono solo un’ombra, un’estensione sensibile. Il mistero è l’omicidio, il perdono, il dolore, la morte; non un corpo morto, non l’emblema, non l’effetto concreto dell’atroce e feroce mistero dell’uomo.
Vi sono vicino in questo momento di dolore, perchè mi appartengono le vostre domande e l’abisso sul quale vi siete affacciati.

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