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Genzano, la ricostruzione degli inquirenti:
«Voleva sterminare tutta la famiglia»

Basilicata

Venti minuti di "lucida follia". «Non si arrendeva, sembrava indemoniato»

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I VICINI di casa, prima affacciati alle finestre poi nascosti dietro le tapparelle hanno raccontato che sembrava «un indemoniato». Ettore Bruscella, il pensionato 77enne autore del massacro della vigilia di Natale, voleva sterminare tutta la famiglia Menchise-Di Palma. Ha inseguito Nardino, 61 anni, ferito a una gamba, fin quando un vicino non se l’è nascosto in casa. E’ tornato sui suoi passi e ha colpito per la seconda volta la moglie Ninetta a terra dopo la prima scarica di pallettoni. Ha tenuto lontani i soccorritori e si arresto soltanto quando ha sentito le sirene dei carabinieri, forse perchè a quel punto temeva che la folla lo linciasse. E ai magistrati ha raccontato di essersi sentito minacciato.
Sono occorsi non più di venti minuti per il delitto più cruento che Genzano ricordi, qualcosa che in tutta la Basilicata non si sentiva almeno dai tempi della faida tra i clan del Vulture Melfese. «Se passi ancora di qui ti faccio fare la stessa fine della macchina». Sarebbero queste le parole che hanno scatenato la furia omicida di Bruscella, a cui circa un mese fa si era incendiata la Panda parcheggiata sotto casa. Per i carabinieri e i vigili del fuoco si era trattato soltanto di un incidente, ma Bruscella non si sarebbe liberato del sospetto che fosse stata opera dei suoi vicini e avrebbe reagito in maniera spropositata a quella che ha avvertito come «una minaccia» incombente.
L’accusa nei suoi confronti e di «triplice omicidio aggravato dai futili motivi» com’è stata formalizzato nell’ordinanza di custodia cautelare depositata dal gip Rosa Larocca. Per «motivi di eccezionale pericolosità sociale», gli sono stati negati gli arresti domiciliari benchè ultrasettantenne, cosa che in normali situazioni preclude la galera per i più anziani.
La dinamica ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo che dopo la presunta «minaccia» ricevuta torna a casa e prende il fucile da caccia grossa, una scatola di cartucce calibro 12 a pallettoni, più un coltellaccio, e una volta tornato fuori si fa sotto alle vittime dall’altro lato della strada attorno all’auto con cui erano arrivati. La prima a cadere sarebbe stata la signora Ninetta, probabilmente sopraggiunta dalle spalle dell’assassino dopo aver assistito alla scena dalla vetrina della lavanderia. Bruscella dopo il primo colpo avrebbe sparato attraverso i finestrini dell’auto dietro la quale avevano cercato rifugio Nardino, il capofamiglia, e i figli Matteo e Maria Donata. Per aggirare l’ostacolo avrebbe fatto qualche passo indietro e una volta ottenuta la visuale su quei corpi accovacciati a terra con le spalle alla saracinesca di un garage avrebbe fatto fuoco di nuovo. In totale sono una quindicina i bossoli ritrovati dai militari del reparto operativo dell’Arma che hanno effettuato tutti i rilievi del caso. Bruscella avrebbe quindi ricaricato almeno una volta, e proprio in quegli istanti Nardino sarebbe riuscito ad allontanarsi lungo via Verdi girando all’angolo della prima strada sulla sinistra. Un colpo indirizzato a lui si sarebbe infranto sulla finestra di una casa di fronte conficcandosi sulla cucina di una signora scampata alla morte soltanto perchè si trovava in un’altra stanza. All’arrivo dei carabinieri era già troppo tardi. Per le vittime della sua “lucida follia” non c’era più nulla da fare.

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