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I segreti di Cossidente:
«Conosco i killer di Tiziano Fusilli»

Basilicata

Non pagò una partita di droga e fu ammazzato a Poggio Tre Galli. Il collaboratore indica i sicari del 29enne potentino: «Sono stati Renato Martorano e Dorino Stefanutti»

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POTENZA - «Aveva sbagliato». Di mezzo ci sarebbe stata una partita di droga non pagata. Per questo lo avevano ucciso. «Renato Martorano e Dorino Stefanutti». Il secondo guidava «una moto o un vespone». Antonio Cossidente non riesce ad essere più preciso. Ma una volta portato a termine l’agguato racconta che il mezzo sarebbe stato nascosto «in un officina meccanica dietro l’Enel del Gallitello». Chi impugnava la pistola, l’assassino rimasto da sempre avvolto nell’ombra, sarebbe stato Renato Martorano in persona. Ed è così che è morto Tiziano Fusilli (in foto), ventinovenne di Potenza, il 22 maggio del 1989. E’ così, almeno stando a quello che ha detto agli investigatori l’ultimo pentito della Dda lucana, Antonio Cossidente. Lui non c’entra con questa storia, ma racconta quanto gli avrebbe rivelato lo stesso Martorano.
Per quale ragione il capo del clan rivale dei giovani basilischi avrebbe confessato il delitto al boss della calciopoli rossoblu, collaboratore di giustizia da ottobre dell’anno scorso, è una domanda che affonda le sue radici in una data successiva al 1989, esattamente 8 anni dopo, il 27 aprile del 1997, quando a Potenza a morire furono in due, Pinuccio Gianfredi e Patrizia Santarsiero. Cossidente ha ammesso di essere stato l’organizzatore dell’agguato di Parco Aurora, un delitto pensato per «dare un segnale» della nascita della nuova “famiglia basilisca” ai gruppi «egemoni» che operavano sul territorio: in primis proprio il clan di Martorano e i melfitani di Rocco Delli Gatti. Gianfredi, secondo Cossidente, «dopo gli anni ‘80» si muoveva «sotto l’egida» di Mauro Strozza di Barile, che all’epoca reggeva «l’unico “locale” lucano legittimato dalla ‘ndrangheta». Non era «un uomo attivato», Gianfredi, al contrario di Martorano, Stefanutti, Pio Albano ed altri. Ma era comunque «il dominus delle attività usuraie di Potenza». Un personaggio da “zona grigia” tra il crimine organizzato e la faccia pulita di una piccola comunità di provincia. Per questo negli ambienti della mala la sua eliminazione avrebbe raccolto un consenso trasversale. I basilischi volevano lanciare un segnale e uno degli uomini del clan di Martorano avrebbe riportato indietro “un’ambasciata” per cui «nulla interessava» anche al suo capo, dal momento che in carcere se la stavano vedendo da soli, e Gianfredi non si era preoccupato di spedire nemmeno due lire.
Renato Martorano sarebbe uscito di galera soltanto nel 2002, dopo aver finito di scontare una condanna per associazione mafiosa rimediata nell’ambito del vecchio processo Penelope. A quel punto la resa dei conti con Cossidente e i suoi basilischi sarebbe stata inevitabile, ma Martorano si sarebbe mostrato arrendevole con i nuovi signorotti del crimine organizzato e gli avrebbe proposto un accordo, benedetto da un regalino di 2mila euro per chiarire chi è che comandava tra i due: «ognuno nel proprio settore». Senza ostacolarsi a vicenda. A Martorano gli appalti e ai basilischi tutto il resto. Di droga il vecchio boss, che è in carcere da maggio del 2008 con l’accusa di usura ed estorsione aggravata dal metodo mafioso ai danni di un noto imprenditore di Potenza, non ne voleva più sapere. Per discutere la questione si sarebbero visti nel bosco di Sant’Antonio La Macchia. «Parlammo dei periodi in carcere che avevamo trascorso (...) Mi disse che non voleva sapere nulla dell’omicidio di Gianfredi, perchè dopo il suo arresto non aveva mai provveduto al suo sostentamento». E parlando del futuro con uno sguardo al passato avrebbe confessato il delitto del 22 maggio del 1989. «Fusilli trafficava droga». Avrebbe detto Martorano a Cossidente, anche se da un po’ sembra che stesse cercando di uscirne tant’è che quando gli hanno sparato era al lavoro con alcuni operai sul verde del quartiere Poggio Tre Galli. Prima di perdere conoscenza, in ambulanza aveva fatto appena in tempo a dire: «lo hanno detto e lo hanno fatto».
L’anno dopo anche Dorino Stefanutti si sarebbe fatto scappare qualche parola di troppo, durante un “summit” nella villa di Vito Zaccagnigno, titolare di un’impresa di impiantistica elettrica, assieme ad altri affiliati e personaggi insospettabili. Cossidente avrebbe avvicinato Stefanutti per cercare di mettere pace tra lui e un altro esponente di spicco dei basilischi, il pignolese Saverio Riviezzi per il pestaggio che aveva subito il fratello di quest’ultimo. «Lì mi fece capire che sapeva dell’omicidio di Fusilli». Tutte dichiarazioni al vaglio degli inquirenti. Ma a distanza di quasi ventitre anni è certo che le indagini hanno segnato finalmente una svolta.

Leo Amato

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