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'Ndrangheta. Boss, manager e "Bellu
lavuru", 21 arresti e 17 indagati

Basilicata

Spunta nell'indagine anche il nome dell'ex senatore Pietro Fuda. In manette ieri anche il cugino di Franco Fortugno. Le indagini sul crollo della galleria di Palizzi

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Un’operazione che ha messo in luce i rapporti tra anager e boss per la gestione degli appalti. Ieri i carabinieri e dal Ros hanno arrestato 21 persone (17 sono invece gli indagati). In carcere sono finiti capi e affiliati dei clan della costa jonica reggina e responsabili di cantiere di Anas e Condotte. Un terremoto, che ruota tutto attorno alle opere della variante di Palizzi della Statale 106. «E' nu bellu lavuru» dicevano i parenti del boss della ‘ndrangheta Giuseppe Morabito, detto «il tiradritto». Ed in effetti, per le cosche della zona, nel 2007, quei lavori erano importanti e redditizi.
I clan gestivano tutto, anche la fornitura di materiale di cancelleria, con il beneplacito di dirigenti della società appaltante, la Condotta d’acque, e di un tecnico dell’Anas che avrebbe dovuto vigilare sullo svolgimento dei lavori e che invece in più di uno occasione aveva chiuso non uno ma tutti e due gli occhi. A fare emergere lo spaccato che parla di clan e appalti è stata l’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio (il fascicolo porta la firma del procuratore Giuseppe Pignatone e del sostituto Giuseppe Lombardo) chiamata “Bellu lavuru 2“ dopo la prima operazione del 2008, che aveva iniziato a dimostrare le infiltrazioni mafiose da parte delle cosche Morabito-Bruzzaniti-Palamara di Africo, Maisano, Rodà, Vadalà e Talia della zona di Bova Marina e Palizzi, Bruzzano Zeffirio.
In carcere, però, per concorso esterno in associazione mafiosa, sono finiti anche Vincenzo Capozza, direttore dei lavori dell’Anas, Pasquale Carrozza, capo cantiere della Società Italiana per Condotte d’Acqua, Rinaldo Strati, amministrativo di cantiere della stessa società, Antonino D’Alessio, direttore di cantiere della società, Sebastiano Paneduro, project manager della società, e Cosimo Claudio Giuffrida, direttore tecnico della società appaltatrice.
Le cosche per spartirsi il denaro degli appalti avevano sotterrato l’ascia di guerra dopo anni di faide, giungendo a federarsi con un apposito organismo denominato «base». Quindi si erano infiltrate imponendo le assunzioni, le forniture del materiale, i contratti di subappalto e nolo. Un’infiltrazione diretta con l’impresa di famiglia Imc (riferibile ai Morabito), e con la D’Agui Beton, che si erano aggiudicate forniture di calcestruzzo per 7 milioni e 400 mila euro a testa. Il movimento terra era appannaggio della Ati capeggiata dalla ditta Clarè. Che però, attraverso il nolo a freddo, si rivolgeva ai soliti noti.

Spunta il nome dell’ex senatore Pietro Fuda
«L'architetto lo stanno arrestando che non ha vigilato e che il cemento non c'era, quindi lo hanno trasferito lo hanno cacciato e buona notte. Adesso vediamo di riprendere tutte queste cose con i nuovi soggetti che hanno messo, non ho avuto tempo di muovermi se non solo su quella questione dei vigili là e per quanto riguarda il resto vi saprò dire la prossima». A parlare è Pietro Fuda, ex senatore e attuale consigliere provinciale di opposizione. L’intercettazione telefonica è del 2008 e per i magistrati della Dda, che chiesero al Parlamento di poter utilizzare il materiale raccolto ma ricevettero una risposta negativa, dimostrebbe l’interesse del politico sidernese di avere spazio nelle assunzioni presso il cantiere per l’ammodernamento della Strada statale 106. Il nome di Fuda, infatti, è emerso dall’agenda sequestrata a Pasquale Carrozza: capo cantiere nell'appalto pubblico della variante di Palizzi. E’ stato lo stesso Carrozza, nell’interrogatorio del dicembre del 2008, ha fare chiarezza sui nomi riportati nell’agenda. «Il Fuda indicato nella mia agenda si riferisce al senatore Fuda che mi ha segnalato Caricari Carlo di Siderno». Per i magistrati della Procura antimafia reggina, poi, il direttore dei lavori Vincenzo Capozza avrebbe avuto un rapporto diretto con Pietro Fuda ed «era il principale riferente anche di questi ultimi per le assunzioni di operai all'interno dei lavori pubblici in trattazione».
Un’intercettazione telefonica raccolta nel 2008, racconterebbe le difficoltà politiche di Pietro Fuda - in cerca di una candidatura romana - e il suo interessamento al cantiere della Strada statale 106. «Pezzimenti:Pronto; Fuda: Si Peppino ditemi; Pezzimenti: Ah Senatore, no vi volevo domandare, a me mi pare che ci prendono tutti in giro; ora l'architetto mi ha chiesto, ha...; Fuda: All'architetto lo stanno arrestando Peppino (ndr si riferisce all'architetto Capozza Vincenzo, già direttore dei lavori per conto dell'Anas, in relazione all'appalto di riammodernamento della Strada statale 106); Pezzimenti:Ah e quindi?; Fuda: Quindi chiudiamo con il coso... ora stiamo parlando con l'ingegnere nuovo vediamo chi è; andiamo avanti; Pezzimenti: Va bene, no, no, il discorso è questo, di questi ragazzi, se potevamo....; Fuda: Peppino sto vedendo che non mi stanno mettendo neanche nella lista; Pezzimenti: Uhm; Fuda: Si, e non ho avuto tempo neanche di muovermi per queste cose e sono un periodo che sto salendo e scendendo da Roma adesso dobbiamo salire e scendere per l'ultima cosa e vediamo, poi, queste cose le vediamo lo stesso, datemi un poco di respiro perché l'architetto lo stanno arrestando che non ha vigilato e che il cemento non c'era». Questa la conclusione di Fuda: «Sostanzialmente nel coso si, e quindi lo hanno trasferito lo hanno cacciato e buona notte. Adesso vediamo di riprendere tutte queste cose con i nuovi soggetti che hanno messo, non ho avuto tempo di muovermi se non solo su quella questione dei vigili là e per quanto riguarda il resto vi saprò dire la prossima... perché la prossima settimana abbiamo gli ultimi tre giorni di aula per il mille proroghe e sto combattendo per vedere cosa vogliono fare per la messa in lista, perché se mi mettono dopo del terzo, io vi saluto e mi riposo don Peppino, ferma restando l'amicizia che saremo sempre a disposizione».

Dopo il crollo della galleria di Palizzi
Dirigenti di Anas e Condotte cercarono versioni comuni per coprire le responsabilità ma il crollo della galleria di Sant’Antonino, e i cantieri della variante di Palizzi erano già nel mirino degli ispettori della Prefettura per la storia delle infiltrazioni mafiose. E ora si aggiungeva anche l’ombra cupa che la frana del 3 dicembre del 2007 gettava sulla qualità delle lavorazioni. Condotte era costretta a spiegare l’incidente ad Anas da cui ha avuto l’appalto. Tant’è che Vincenzo Capozza, direttore dei lavori per conto della società, in una intercettazione - parlando con Pasquale Carrozza, capocantiere di Condotte - afferma: «Per questo crollo passeranno guai a non finire».
«Capozza – è scritto nell’ordinanza del gip – chiede cosa è successo, Carrozza dice che il fronte della galleria è franato su tutte e due le canne, gli dice che tutte e due le gallerie sono crollate, che adesso sono piene di terra. Carrozza a domanda specifica dice al suo interlocutore che avevano già scavato 300 e passa metri. Capozza dice che per questo crollo passeranno guai a non finire». Il crollo, scrive il gip, «è indicativo dell’approssimazione con la quale è stato gestito l’appalto pubblico, nonché degli artifici messi a punto per nascondere le frodi messe in atto dalla società appaltatrice nella realizzazione dell’opera pubblica, con le complicità dell’organo di controllo dell’ente appaltante, ovvero il direttore dei lavori dell’Anas, che ha omesso i dovuti controlli e che, anche quando ha avuto modo di rilevare le inadempienze della società appaltatrice, non ha adottato i dovuti provvedimenti o quantomeno informato i sovraordinati uffici dell’Anas».
Secondo quanto scrive il gip Domenico Santoro, all’epoca dei fatti, da alcune intercettazioni tra il project manager di Condotte Giovanni Parisi (indagato in stato di libertà) ed il progettista dei lavori di Condotte, Paolo Ricci (estraneo all’inchiesta), «si rileva la linea che la società sin dal primo momento dall’avvenuto crollo intende seguire per sottrarsi da ogni responsabilità, nonostante, come agevolmente rilevabile dal contenuto stesso della conversazione, Ricci abbia perfettamente compreso le cause che hanno portato, o quantomeno contribuito, al verificarsi del crollo della galleria Sant’Antonino, ovvero il mancato rispetto, nella realizzazione della succitata galleria, dei parametri progettuali previsti». Sintomatiche, scrive il gip, sono le parole di Ricci nel descrivere le cause dell’avvenuto crollo: «Sono completamente fuori progetto .. l’arco rovescio doveva seguire il fronte e le gallerie dovevano stare a 50 metri .. se queste cose vengono sottostimate questi sono i risultati». Altrettanto indicative sono le parole di Ricci allorquando descrive la linea che seguirà Condotte nella circostanza: «No, daremo colpa alla montagna questo è sicuro, è ovvio, però ..».
Insomma, da una parte sono accertati gli errori commessi nella fase di esecuzione dell’opera, dall’altra bisogna trovare la maniera di nascondere le responsabilità, cosa che può essere fatta soltanto se c’è un accordo tra responsabili di Anas e di Condotte.
Va spiegato che il tracciato dell’opera è stato disegnato da Anas e che la progettazione vera è propria è poi stata effettuata da Condotte. Su un terreno instabile di suo, di natura vulcanica, e quindi franoso. Problemi che però di fronte ad un’esecuzione dell’opera corretta non avrebbero influito sull’esito finale. Da qui la necessità di dare la responsabilità ad eventi improvvisi, imprevedibili. Ad una fatalità insomma. Come ha provato a fare il project manager di Condotte, Giovanni Parisi, in sede di interrogatorio: «la cosa che ultimamente si stava focalizzando e sviluppando era una faglia, una grossissima faglia che fosse diciamo latente nel corpo del monte e invece risultava nascosta anche alle indagini geologiche, perché la colta detritica delle successive ere geologiche l’aveva coperta (.) andando ad ascoltare le persone del posto, facendo delle indagini anche geologiche sul posto abbiamo trovato una cartina geologica del 1955 che nel punto esatto dove passa la galleria S. Antonino la chiama il vulcano, abbiamo trovato delle documentazioni fotografiche dove si hanno queste, queste, queste formazioni di vulcanesimo, diciamo, di secondo grado viene chiamate, volgarmente vengono chiamate salinelle».
Tentativi di trovare giustificazioni a parte, per il gip la verità è che «nella fase esecutiva dei lavori la società appaltatrice non ha rispettato le prescrizioni progettuali e nello specifico per quanto riguarda la galleria Sant'Antonino i rivestimenti eseguiti erano carenti rispetto alla raggiunta profondità dello scavo all’interno della galleria e i fronti di scavo non rispettavano le previste distanze».
Per questo i responsabili di Condotte tentarono di trovare un accordo con quelli di Anas. Giuseppe Digivine, nel corso di una telefonata registrata con Giuffrida e riferendo di un colloquio avuto con il direttore centrale nuove costruzioni dell’Anas, ingegnere Gavino Angelo Giuseppe Coratza dice: «Poi alla fine Corazza mi ha detto: perlomeno diciamo che ha assentito a questa mia proposta: “Prima di assumere qualunque posizione formale, entrambe le parti, cerchiamo di convenirla”. Perché io gli ho detto chiaramente è inutile sparare sulla croce rossa in questo momento e cercare un capro espiatorio, per lo meno noi non lo vogliamo fare, cerchiamo delle soluzioni anche perché è evidente che chi viene attaccato poi si difende, questo dall'una e dall'altra parte [.]».
Quanto basta basta per far dire a Giuffrida: «Cioè se si va in caduta, poi possiamo vedere che alla fine il più pulito c’ha la rogna, si dice. Secondo me è utile per tutti chiudere la partita e andare avanti».

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