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«Non sono io il falso Lospinoso»

Basilicata

Il factotum di Erminio Restaino, Sergio Paolino, si difende dalle insinuazioni: «Luongo mi accusa ma si guardi dai suoi “manutengoli”»
«Mai - aggiunge Paolino - avrei potuto scrivere quella nota tr

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POTENZA - Ormai ognuno dice la sua. Tra le segreterie di partito e i corridoi della Regione il giallo della mail del falso vice-segretario regionale del Pd tiene banco quasi quanto gli incontri per la composizione della nuova giunta. C’è chi ipotizza che l’autore si nasconda nell’entourage del presidente della Provincia, Piero Lacorazza. Altri sospettano dei fedelissimi del presidente della giunta Vito De Filippo, attribuendo a loro la conoscenza necessaria dei meccanismi, sia tecnici sia mediatici, per portare a termine un’operazione di questo tipo. Altri ancora, forse i più fantasiosi, puntano il dito contro l’assessore all’agricoltura Wilma Mazzocco. Com’è ovvio tutti chiedono l’anonimato. Sembra insomma che la caccia al responsabile sia destinata ad andare avanti almeno fino a quando non sarà chiaro il movente di quella lettera di apparente solidarietà all’assessore Erminio Restaino, “dimissionato” dopo il suo coinvolgimento nello scandalo sulle raccomandazioni all’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, con l’invito rivolto al segretario lucano del Pd, Roberto Speranza, perchè si apra un dibattito in piena regola sugli amministratori finiti sotto inchiesta. A meno che non arrivino prima gli investigatori della Polizia postale.
C’è poi chi proprio non riesce a sopportare il pensiero di finire nel calderone, e ha deciso di uscire allo scoperto per proclamarsi estraneo all’accaduto. Il rischio è di apparire come quello che pronuncia un’excusatio non petita, che vale a dire un’accusatio manifesta nei suoi stessi confronti secondo il motto dei saggi d’altri tempi. Ma le strategie per qualcuno sembrano saltate da un pezzo, o almeno questa è l’impressione.
Sergio Paolino è l’uomo ombra dell’assessore Erminio Restaino. Un amico prima del fedele collaboratore di una vita spesa al servizio della politica nella Dc, nel Partito popolare, nella Margherita e infine nel Pd. Se chiede la parola è perchè si dice sicuro del fatto suo, e a chi crede che sia lui il finto Lospinoso replica sfidando chicchessia a portargli una sola prova che abbia mai spedito una mail prima d’ora. «Non so nemmeno che cosa sia un account». Spiega al Quotidiano. Il resto lo affida ad una breve nota inviata in redazione grazie alla consulenza informatica della moglie, che col computer se la cava meglio.
L’obiettivo dei suoi strali è lo stesso contro cui si era scagliato Restaino nella drammatica direzione regionale del Pd dello scorso 12 novembre, poco meno di un mese dopo l’esplosione dell’inchiesta sulle raccomandazioni all’Arpab. Sia Restaino che Paolino che la moglie risultano indagati per un concorso sospetto, sospeso dai nuovi vertici dell’Agenzia in attesa che si faccia chiarezza sull’accaduto. All’epoca la “colpa” del deputato Antonio Luongo sarebbe stata quella di aver chiesto un passo indietro all’assessore alle attività produttive in carica. Due mesi dopo il suo factotum se la prende con quello che da fonti «di primo livello» gli viene riferito, ossia che il deputato in più di un’occasione gli avrebbe attribuito la paternità di quella lettera intitolata «Avanti con il rinnovamento» inviata ai principali organi di stampa domenica sera.
«All’onorevole Antonio Luongo - scrive piccatissimo Paolino - che, seppure soltanto nel corso delle sue esternazioni verbali e/o informali, mi indica quale reale estensore della nota fasulla a firma di Arduino Lospinoso, vorrei dire che evidentemente ha perso contezza della realtà, avvezzo com’è a frequentare ambienti dei servizi segreti, intrighi e complotti».
La stoccata sulle spie è l’ennesimo frutto avvelenato di un’altra inchiesta giudiziaria clamorosa, quella dei pm di Catanzaro soprannominata Toghe lucane bis, sull’autore di un’altra lettera che ai suoi tempi fece molto scalpore, in cui il pm Henry John Woodcock, autore di gran parte delle indagini più importanti degli ultimi anni sulla mala amministrazione in Basilicata, veniva indicato come l’autore di una clamorosa fuga di notizie. Per i pm di Catanzaro dietro il «signor Sicofante», come si firmava l’estensore della missiva, ci sarebbe un ex agente del Sisde originario di Moliterno, intercettato a lungo al telefono con Luongo, con cui parlava di un suo rientro nei servizi o di una consulenza nel Copasir di Massimo D’Alema. Gli agenti della Squadra mobile di Potenza hanno persino filmato un incontro tra i due a un Autogrill sulla Basentana.
Paolino però non si limita a rispedire la contumelia, ma ci tiene a spiegare perchè un’insinuazione sul suo conto sarebbe totalmente priva di senso e lo fa recuperando i toni confidenziali dell’amico prima ancora del compagno di partito. «Mai avrei potuto essere io a scrivere quella nota, prima di tutto perchè la ritengo fin troppo diplomatica, prudente e accorta, direi edulcorata; in secondo luogo, perché di certo mi sarei esposto in prima persona, assumendomi con piacere la responsabilità e la paternità di quanto affermato, come è mio costume. Mi spiace che Antonio sia incorso in questo errore di valutazione, e mi sorprende, perché dovrebbe conoscermi molto bene. Ci frequentiamo da più di 40 anni! Certo, il nostro rapporto non è stretto come quello che lo lega ad Erminio Restaino e ad altri amici comuni, ma di certo è di troppo lunga durata perché siano ammissibili tali marchiani errori».
Poi di nuovo un affondo. «In ogni caso - conclude Paolino - per fugare ogni dubbio conto in un prossimo futuro di porre a conoscenza dell’onorevole Luongo le mie valutazioni circa l’operato suo e dei suoi “manutengoli”, ovviamente apponendo la mia firma, non avendo alcuna necessità di nascondermi dietro improbabili identità altrui». Manutengoli come complici, ma tra virgolette. Perchè per quanto i confini siano sfumati in teoria è sempre di politica che si parla. Anche se da un po’ di tempo in Basilicata si combatte con altri mezzi.

Leo Amato

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