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Bancarotta fraudolenta. Indagata coppia di gioiellieri

Basilicata

Arresto per bancarotta fraudolenta per il marito e obbligo di dimora per la moglie accusati di aver fatto fallire la propria gioielleria per aprirne una seconda. Sequestrati beni per un milione di eur

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E' stata definita in codice «gioiello» l’operazione della Guardia di Finanza di Vibo Valentia che stamani ha portato all’arresto di due coniugi, Giorgio Giganti, 43 anni, e di Rosetta Lanzafame, di 38, legalmente separati, ma in realtà conviventi nello stesso appartamento in cui stamani i finanzieri hanno notificato l'ordinanza di custodia cautelare disposta dal Gip del Tribunale di Lamezia Terme, Carlo Fontanazza su richiesta del procuratore capo Salvatore Vitello. I due sono accusati di concorso in bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale, commessa nell’ambito della gestione di una gioielleria a Filadelfia (Vv). Alla coppia sono stati inoltre sequestrati beni per circa un milione di euro che erano nella disponibiltà della donna, mentre Giglio risultava nullatenente. Nell’indagine sono indagate altre tre persone, di Marcellinara (Cz), Catanzaro e Curinga (Cz), operanti sempre nel settore del commercio di preziosi. Gli accertamenti sono scattati quando nel corso di altre indagini di polizia giudiziaria si è appreso che l’uomo, titolare di una gioielleria con sede a Filadelfia, era stato dichiarato fallito con sentenza del Tribunale di Lamezia Terme e che nello stesso periodo la moglie aveva avviato un’analoga attività commerciale nelle immediate adiacenze dell’impresa fallita. I due coniugi sono accusati di avere distratto e dissimulato merci e beni strumentali dell’impresa a danno dei fornitori e degli intermediari finanziari, anche mediante la costituzione di una nuova impresa individuale, operante nello stesso settore merceologico. In particolare, il piano messo in atto dai coniugi, anche mediante l’ostentazione di una fittizia separazione, ha consentito di dirottare gli acquisti di merce effetuati dall’impresa destinata consapevolmente al fallimento, verso la nuova impresa intestata all’altro coniuge, così da evitare le azioni esecutive dei creditori.
Proprio in prossimità del fallimento, a fronte di un considerevole aumento del volume di acquisiti, l’imprenditore avrebbe progressivamente e volutamente disatteso tutti gli impegni economici con i relativi fornitori, pagando la merce con assegni o ricevute bancarie risultate sistematicamente insolute. Tale condotta ha causato danni ai fornitori di merce, costituiti da imprese operanti nel settore del commercio di preziosi e di articoli di bigiotteria, con sede in tutto il territorio nazionale, con prevalenza nell’area nord-orientale della penisola. Le aziende in questione, nell’ambito dei rapporti commerciali intrattenuti con l’imprenditore fallito, hanno maturato un credito di circa 700 mila euro. In seguito alla dichiarazione di fallimento, inoltre, l’imprenditore fallito avrebbe ostacolato le operazioni del curatore fallimentare volte alla ricostruzione dei rapporti patrimoniali dell’impresa, non esibendo la dovuta documentazione bancaria e contabile.

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