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Quei sacrifici sono anche il segnale che una rivolta è possibile

Basilicata

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di ROSA VILLECCO CALIPARI
Aderisco con convinzione all’iniziativa del direttore del Quotidiano della Calabria Matteo Cosenza che ci invita a dedicare il prossimo 8 Marzo a tre donne, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo e Giuseppina Pesce che con il loro coraggio e la loro stessa vita hanno dato un’immagine combattiva e positiva di una Calabria che si ribella alla ’ndrangheta.
E’ facile, se sei nata in una famiglia lontana dalla ’ndrangheta o che ti ha insegnato fin da bambina a combattere contro il crimine, la sopraffazione, il ricatto, la violenza. E’ facile se sei andata a scuola, se hai viaggiato, se hai conosciuto persone che ti hanno trasmesso valori e ideali.
Ma se sei figlia, moglie, sorella, cugina, madre di chi spaccia e uccide, di chi ricatta e controlla, di chi sotto il colletto bianco ha le stesse armi di un mafioso da icona, diventa difficile. Impossibile. Per questo quanto hanno fatto queste tre donne: denunciare, farsi uccidere o togliersi la vita non è soltanto il sacrificio o l’atto di coraggio singolo, ma è il segnale di una rivolta possibile.
Mi piacerebbe che l’iniziativa di Matteo Cosenza ricevesse tanti consensi, e già ne leggo molti. Mi piacerebbe che chi l’8 Marzo non lo prende neanche in considerazione, accettasse questa data che ricorda il sacrificio delle donne sul lavoro, come momento di svolta per una Calabria e un’Italia libera dalle mafie. Mi appello alla Chiesa, alle istituzioni politiche, ai partiti, ai sindacati, alle organizzazioni no profit, alle associazioni di ogni tipo e colore, alle donne e agli uomini calabresi e non. Abbiamo il tempo per darci un appuntamento, magari in Calabria. Nel nome di Maria Concetta, Lea e Giuseppina.

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