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Il petrolio e la guerra della bonifica.
I ritardi sospetti della Regione

Basilicata

La concessione solo un anno dopo la fine delle trivellazioni «La provincia verifichi», ma la discarica era già ricoperta. Il perito dei pm: «Alla fine potrebbero aver sversato direttamente in superfic

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POTENZA - Un bel giorno la giunta regionale si svegliò e decise di approvare il progetto di una discarica «per lo smaltimento di fanghi esausti e detriti derivanti da perforazione del pozzo esplorativo Tempa Rossa 2». Peccato solo che quel giorno era passato poco meno di un anno dalla fine delle trivellazioni.
C’è un capitolo misterioso nella vicenda della discarica abusiva di fanghi pericolosi a Corleto Perticara, su cui stanno indagando i militari del Noe di Potenza da quando un contadino pastore della zona ha denunciato tutto, poco prima di morire per tumore a 43 anni. E’ il capitolo che riguarda i mancati controlli su quello che avveniva dentro e fuori gli impianti supersorvegliati delle compagnie impegnate nello sviluppo della concessione per le estrazioni nella valle del Sauro. Una serie di sviste, omissioni e leggerezze talmente lunga, che lascia sospettare complicità che partono dalle amministrazioni locali e arrivano agli uffici dei ministeri competenti, passando per le stanze della Regione.
Il 25 maggio del 1992 la giunta, guidata dal governatore Antonio Boccia, diede il via libera al progetto avanzato due anni prima da Total mineraria spa a una serie di condizioni, perchè tornasse nelle sedi delegate per l’autorizzazione. Secondo le normative dell’epoca è lì che si sarebbe dovuto approvare il piano di sistemazione finale e recupero dell’area. Inoltre nei tre anni a venire la polizia provinciale avrebbe avuto il compito di controllare tutto. Peccato solo che all’epoca i lavori erano già finiti.
Quei «fanghi esausti e detriti» erano belli che sepolti da mesi - sepolti si fa per dire, a meno di un metro di profondità - in quel terreno che ancora non si capisce bene come fosse stato individuato. E qui viene in luce una seconda anomalia. Al catasto infatti passaggi di proprietà non ce ne sono, e non risultano nemmeno contratti di affitto come quello stipulato con lo stesso proprietario per l’area del pozzo vero e proprio, più un’altra particella poco distante. Insomma «fanghi e detriti» erano già lì, assieme a dosi generose di idrocarburi leggeri e pesanti perchè alla fine il petrolio s’era trovato, e s’è continuato a scavare per almeno 200 metri di profondità. In pratica la “cannuccia” andava infilata per bene in quello che i tecnici chiamano «il livello produttivo a olio». E’ così che funzionano le estrazioni.
Ma allora è davvero possibile che i tecnici della Regione non ne sapessero nulla? Possibile che nemmeno al Comune di Corleto nessuno si sia domandato di chi erano i terreni su cui veniva chiesto di costruire una discarica di fanghi esausti? Possibile che al Ministero dell’ambiente abbiano liquidato la pratica di quel progetto come se la discarica dovesse ospitare solo rifiuti «non tossici e nocivi»? E nessuno si sia chiesto a che punto erano le opere?
Per la Regione Basilicata i lavori sarebbero dovuti partire entro due anni dal via libera, ma comunque non prima di aver ottenuto l’autorizzazione vera e propria, e si sarebbero dovuti concludere «entro i tre anni successivi al primo». Fatti due conti un termine ragionevole sarebbe stato entro la fine del 1995. Invece a luglio del 1991 Total mineraria spa aveva già ultimato la perforazione del pozzo mentre la capofila d’oltralpe cedeva tutte le quote della società alla britannica Lasmo. Anche il tempismo lascia spazio a qualche sospetto, soprattutto se si aggiunge un particolare svelato dal geologo incaricato dalla procura di Potenza che oltre ai campioni di terreno del sito contaminato ha analizzato anche le foto aeree della zona realizzate in quel periodo. Possibile che all’epoca nessuno le avesse guardate con attenzione? Vero è che spesso bisogna avere qualcosa da cercare per accorgersi di quello che succede, ma anche questo lascia molto da pensare.
«Dall’osservazione dell’ortofoto scattata il 29 maggio del 1991 - scrive il perito ai pm che si stanno occupando del caso - è possibile notare delle strisce parallele che testimoniano l’azione ripetuta di un mezzo meccanico (presente all’ingresso del sito) e che fanno presupporre che sia in atto un aspergimento di materiale». L’ultima fase di perforazione del pozzo, quella nel «livello produttivo dell’olio» riportato in superficie assieme ai «fanghi» che dovevano agevolare il lavoro delle trivelle, e ai detriti classificati come rifiuti non pericolosi, era avvenuta proprio in quel periodo. Quel volume ridotto di sostanze molto tossiche e molto nocive, perchè contaminate non solo da metalli pesanti ma anche da idrocarburi, «poteva essere smaltito spargendolo in superficie e quindi senza necessità di tenere aperte le vasche», che nel frattempo erano state già ricoperte. Forse qualcuno aveva fretta e non si è fatto scrupolo di mettere a repentaglio l’esistenza di chi su quelle terre meno di due anni dopo sarebbe tornato a pascolare le sue pecore.

Leo Amato

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