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Spetta lo status di vittima di mafia alla figlia di Lea

Basilicata

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«Dedichiamo l’8 marzo alle donne che si sono ribellate alla 'ndrangheta», a parlare è la vicepresidente dei deputati democratici e parlamentare calabrese in aula, Rosa Villecco Calipari che chiede inoltre di riconoscere alla figlia di Lea Garofalo lo status di vittima di mafia.
In aula, alla Camera dei deputati la Calipari ha affermato: «Abbiamo aderito, fin dal primo momento all’iniziativa del direttore del Quotidiano della Calabria Matteo Cosenza che ci ha invitato a dedicare il prossimo 8 Marzo a tre donne Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo e Giuseppina Pesce che con il loro coraggio e la loro stessa vita hanno dato un’immagine combattiva e positiva di una Calabria che si ribella alla ‘ndrangheta. - e ancora ha continuato - Lo abbiamo fatto convintamente, in tanti del PD, a cominciare dal segretario Pierluigi Bersani, e lo ripetiamo oggi poche ore dalla Giornata internazionale della Donna».
Così nell’aula di Montecitorio Rosa Vllecco Calipari, vicepresidente dei deputati PD e parlamentare calabrese ha ricordato l’iniziativa del Quotidiano, “Tre foto e una mimosa” e ancora la Calipari ha aggiunto: «Voglio segnalare in particolare la vicenda di Lea Garofalo la collaboratrice di giustizia sequestrata e uccisa a Milano e poi sciolta nell'acido nel 2009. Secondo il pm si sarebbe trattato di un omicidio comune e non di ‘ndrangheta. Non posso entrare nella vicenda processuale, ma voglio sottolineare che oggi la figlia Denise, parte civile contro il padre e gli zii imputati, non sarebbe più, quindi, vittima di mafia. Non è un bel segnale per chi non è nato in una famiglia lontana dalla ‘ndrangheta, non ha imparato da bambina a combattere contro il crimine, la sopraffazione, il ricatto, la violenza».
E ancora la Calipari aggiunge, parlando appunto del caso crotonose della donna che si è ribellata alla mafia: «Queste donne, figlie, mogli, sorelle, cugine, madri di chi spaccia e uccide, di chi ricatta e controlla, di chi sotto il colletto bianco ha le stesse armi di un mafioso da icona hanno denunciato, si sono fatte uccidere o si sono tolte la vita. Il loro - ha concluso - non è stato soltanto il sacrificio o l’atto di coraggio singolo, ma è il segnale di una rivolta possibile».

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