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Fiat ritorna agli italiani

Basilicata

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Industria lucana 
 La nuova azienda rinasce a Melfi con un “Punto e a capo” E ricuce il rapporto con il Paese. Applausi degli operai
 Fiat ritornaagli italiani
 Endorsement di Marchionne ed Elkann per il premier L’Ad: «Alla Sata centralità e prestigio mondiale»
dall’inviato MARIATERESA LABANCA
MELFI - E’ targato Melfi-Basilicata-Mezzogiorno il nuovo corso Fiat che ieri mattina ha avuto consacrazione solenne nello stabilimento di San Nicola. Dal centro del reparto Montaggio, dove nel giro di un anno si tornerà a lavoro per produrre due nuovi modelli, il presidente Elkann, l’amministratore delegato Marchionne e il premier Monti hanno ufficializzato il rilancio del gruppo in mezzo a una platea di lavoratori che non ha risparmiato applausi.  E’ la svolta che il professore chiama il “Punto e a capo”, con riferimento all’auto di successo che ha fatto di Melfi lo stabilimento in grado di produrre cinque milioni e mezzo  di vetture in vent’anni. A chi ha consentito tali risultati, lavoratori in primis, è andato il ringraziamento dei vertici Fiat. Con una garanzia: «Nel giro di qualche anno la Sata ritroverà la sua centralità e il prestigio mondiale di fabbrica modello». Parola di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato a cui il presidente Elkann ha riconosciuto il grande merito di aver aperto l’azienda all’estero. «Senza l’accordo con Chrysler non ce l’avremmo fatta», dice il giovane nipote dell’Avvocato.  Ma quella era sola una fase, una scelta necessaria, mai equivalente alla volontà di abbandonare l’Italia, come in tanti hanno insinuato. «La stampa autorevole internazionale - dice Marchionne - riconosce che investire in Italia sarebbe stato un azzardo. Siamo rimasti per senso di responsabilità e ora investiamo senza aiuti pubblici. I nostri competitor europei chiudono stabilimenti e licenziano operai. Noi non lo abbiamo fatto e non lo faremo». 
Da Melfi ripartono non solo gli investimenti Fiat in Italia ma soprattutto i rapporti con il Paese. E il premier lo sottolinea più volte. «Quello che sta accadendo  qui non è una magia ma l’emblema di quanto può accadere in Italia continuando su questa strada. Fiat ci dimostra che è ancora possibile investire nel nostro Paese. E questo in particolare è un messaggio di speranza per il Mezzoggiorno intero».
L’auspicio del presidente del Consiglio è che si tratti solo del primo passo. Ma l’Ad assicura: dopo quelli che per la Basilicata seguiranno altri annunci negli stabilimenti italiani del gruppo. Una scelta «di coraggio», «non per deboli di cuore», che non poteva essere fatta prima, perché «sarebbe stato un suicidio». «Abbiamo deciso di rinviare gli investimenti - aggiunge  - in maniera consapevole. Oggi procediamo, sappiamo che non sarà facile, ma anche di avere la forza e la determinazione per farlo». Ed ecco il piano industriale: diciassette nuovi modelli, con sette restyling, fino al 2016. La Fiat si riposiziona, con prodotti che andranno a coprire una fascia più alta di prodotto. Due le nuove auto prodotte a Melfi per più di un miliardo di euro di investimenti. Agli annunci dell’amministratore delegato segue lo scroscio degli applausi. In prima fila seguono i lavori il presidente della Giunta, Vito De Filippo, e il vescovo di Melfi, Gianfranco Todisco. Poco dietro gli assessori Pittella e Martorano e il presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza.
«Siamo davanti alla sfida più importante dal Dopoguerra ad oggi»: quando lo dice Marchionne non pensa solo alla nuova fase dell’azienda ma anche al particolare momento storico politico. Come ha  già fatto il presidente Elkann, il manager italo canadese ribadisce: «Se oggi siamo nelle condizioni di poter pensare a un futuro in Italia è anche grazie alla stabilità e alla credibilità che il nostro Paese ha saputo riconquistare per merito  al Governo Monti a cui siamo molto grati». Certo, alcune «zavorre» che pesano sull’industria italiana «restano», ma l’auspicio è che «chiunque ci rappresenterà sia in grado di portare avanti il nostro Paese con la stessa dignità e lo stesso orgoglio». Mario Monti lo dice ancora più chiaramente. Al giornalista che gli chiede se il suo sia l’ultimo atto da tecnico o il primo da politico non risponde. Ma poi a metà intervento dice: «Siamo stati chiamati a curare un’Italia molto malata. Abbiamo cercato di somministrare una medicina che non curasse solo i sintomi ma estirpasse il male. Gli italiani hanno fatto sacrifici mostrando grande disponibilità. Sarebbe irresponsabile oggi dissiparli al solo fine di guadagnare consensi. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali. Quelle vere. Non quelle promesse negli anni passati e non realizzate». 
E’ sintonia perfetta quella tra Fiat e Monti. Con il premier che aggiunge: «Ringrazio i vertici del Lingotto per la nuova scommessa che si apprestano a giocare in Italia e per il senso di responsabilità di cui la giornata di oggi è testimonianza».  E agli scettici ricorda: «Questo risultato è l’ultimo atto di un serrato confronto e lungo iniziato in un sabato del settembre scorso. A dispetto di quello che in molti si aspettavano, il Governo non ha avuto bisogno di battere i pugni sul tavolo, e Fiat non ha chiesto soldi alla Stato, avanzando l’unica richiesta di creare condizioni di stabilità per un Paese che ha bisogno di tornare a essere competitivo».
Un patto suggellato da un virtuale avvio dei lavori in corso che nel giro di un anno trasformeranno lo stabilimento di Melfi, a cui è seguita una visita nel reparto. E chissà che «quel Paese per forti di cuore» auspicato da Monti da Melfi possa essere più di un annuncio. Le condizioni per il professore ci sono. Prima di lasciare lo stabilimento ha scritto una frase sul libro degli ospiti: «Una bellissima giornata per Fiat, per Melfi e per l’Italia. Un piacere aver partecipato ad un momento di svolta, di ripartenza. “Punto e a capo”».

MELFI - E’ targato Melfi-Basilicata-Mezzogiorno il nuovo corso Fiat che ieri mattina ha avuto consacrazione solenne nello stabilimento di San Nicola. Dal centro del reparto Montaggio, dove nel giro di un anno si tornerà a lavoro per produrre due nuovi modelli, il presidente Elkann, l’amministratore delegato Marchionne e il premier Monti hanno ufficializzato il rilancio del gruppo in mezzo a una platea di lavoratori che non ha risparmiato applausi.  E’ la svolta che il professore chiama il “Punto e a capo”, con riferimento all’auto di successo che ha fatto di Melfi lo stabilimento in grado di produrre cinque milioni e mezzo  di vetture in vent’anni. A chi ha consentito tali risultati, lavoratori in primis, è andato il ringraziamento dei vertici Fiat. Con una garanzia: «Nel giro di qualche anno la Sata ritroverà la sua centralità e il prestigio mondiale di fabbrica modello». Parola di Sergio Marchionne, l’amministratore delegato a cui il presidente Elkann ha riconosciuto il grande merito di aver aperto l’azienda all’estero. «Senza l’accordo con Chrysler non ce l’avremmo fatta», dice il giovane nipote dell’Avvocato.  Ma quella era sola una fase, una scelta necessaria, mai equivalente alla volontà di abbandonare l’Italia, come in tanti hanno insinuato. «La stampa autorevole internazionale - dice Marchionne - riconosce che investire in Italia sarebbe stato un azzardo. Siamo rimasti per senso di responsabilità e ora investiamo senza aiuti pubblici. I nostri competitor europei chiudono stabilimenti e licenziano operai. Noi non lo abbiamo fatto e non lo faremo». Da Melfi ripartono non solo gli investimenti Fiat in Italia ma soprattutto i rapporti con il Paese. E il premier lo sottolinea più volte. «Quello che sta accadendo  qui non è una magia ma l’emblema di quanto può accadere in Italia continuando su questa strada. Fiat ci dimostra che è ancora possibile investire nel nostro Paese. E questo in particolare è un messaggio di speranza per il Mezzoggiorno intero».L’auspicio del presidente del Consiglio è che si tratti solo del primo passo. Ma l’Ad assicura: dopo quelli che per la Basilicata seguiranno altri annunci negli stabilimenti italiani del gruppo. Una scelta «di coraggio», «non per deboli di cuore», che non poteva essere fatta prima, perché «sarebbe stato un suicidio». «Abbiamo deciso di rinviare gli investimenti - aggiunge  - in maniera consapevole. Oggi procediamo, sappiamo che non sarà facile, ma anche di avere la forza e la determinazione per farlo». Ed ecco il piano industriale: diciassette nuovi modelli, con sette restyling, fino al 2016. La Fiat si riposiziona, con prodotti che andranno a coprire una fascia più alta di prodotto. Due le nuove auto prodotte a Melfi per più di un miliardo di euro di investimenti. Agli annunci dell’amministratore delegato segue lo scroscio degli applausi. In prima fila seguono i lavori il presidente della Giunta, Vito De Filippo, e il vescovo di Melfi, Gianfranco Todisco. Poco dietro gli assessori Pittella e Martorano e il presidente della Provincia di Potenza, Piero Lacorazza.«Siamo davanti alla sfida più importante dal Dopoguerra ad oggi»: quando lo dice Marchionne non pensa solo alla nuova fase dell’azienda ma anche al particolare momento storico politico. Come ha  già fatto il presidente Elkann, il manager italo canadese ribadisce: «Se oggi siamo nelle condizioni di poter pensare a un futuro in Italia è anche grazie alla stabilità e alla credibilità che il nostro Paese ha saputo riconquistare per merito  al Governo Monti a cui siamo molto grati». Certo, alcune «zavorre» che pesano sull’industria italiana «restano», ma l’auspicio è che «chiunque ci rappresenterà sia in grado di portare avanti il nostro Paese con la stessa dignità e lo stesso orgoglio». Mario Monti lo dice ancora più chiaramente. Al giornalista che gli chiede se il suo sia l’ultimo atto da tecnico o il primo da politico non risponde. Ma poi a metà intervento dice: «Siamo stati chiamati a curare un’Italia molto malata. Abbiamo cercato di somministrare una medicina che non curasse solo i sintomi ma estirpasse il male. Gli italiani hanno fatto sacrifici mostrando grande disponibilità. Sarebbe irresponsabile oggi dissiparli al solo fine di guadagnare consensi. L’Italia ha bisogno di riforme strutturali. Quelle vere. Non quelle promesse negli anni passati e non realizzate». E’ sintonia perfetta quella tra Fiat e Monti. Con il premier che aggiunge: «Ringrazio i vertici del Lingotto per la nuova scommessa che si apprestano a giocare in Italia e per il senso di responsabilità di cui la giornata di oggi è testimonianza».  E agli scettici ricorda: «Questo risultato è l’ultimo atto di un serrato confronto e lungo iniziato in un sabato del settembre scorso. A dispetto di quello che in molti si aspettavano, il Governo non ha avuto bisogno di battere i pugni sul tavolo, e Fiat non ha chiesto soldi alla Stato, avanzando l’unica richiesta di creare condizioni di stabilità per un Paese che ha bisogno di tornare a essere competitivo».Un patto suggellato da un virtuale avvio dei lavori in corso che nel giro di un anno trasformeranno lo stabilimento di Melfi, a cui è seguita una visita nel reparto. E chissà che «quel Paese per forti di cuore» auspicato da Monti da Melfi possa essere più di un annuncio. Le condizioni per il professore ci sono. Prima di lasciare lo stabilimento ha scritto una frase sul libro degli ospiti: «Una bellissima giornata per Fiat, per Melfi e per l’Italia. Un piacere aver partecipato ad un momento di svolta, di ripartenza. “Punto e a capo”».

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