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Fenice, anche diossine tra i veleni
Protestano ambientalisti e cittadini

Basilicata

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8 minuti 15 secondi

 

Ambiente e rifiuti 
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 Diossina, anche Agrobios mentì 
 Prima che entrasse in funzione l’impianto era già una bomba ecologica ma gli enti rilasciarono l’autorizzazione all’esercizio
di MARIATERESA LABANCA
POTENZA -  Dello scandalo Fenice si conoscono  molte cose ma non tutto. Sappiamo, a esempio, che quando i veleni di sostanze altamente tossiche  nelle falde acquifere sono venuti ufficialmente a galla l’inquinamento era incorso già da anni. Anche a causa delle gravi responsabilità dell’Agenzia regionale per l’Ambiente. Ma non solo. Nella storia del disastro ambientale lucano gli enti pubblici come Regione e Provincia hanno avuto pesanti responsabilità. Lo hanno confermato di recente anche i lavori della Commissione regionale d’inchiesta che hanno fatto emergere un sistema complessivamente “malato”. Ma proprio dalla relazione conclusiva dell’organismo regionale emergono nuove inquietanti verità. Il presidente Nicola Pagliuca ha già spiegato che una delle conclusioni a cui approda l’indagine è che Fenice inquinava già dalle prime prove a caldo, ovvero prima che l’impianto entrasse pienamente a regime. I valori di floruri, piombo e altri metalli pesanti erano presenti nelle acque di falda in concentrazioni ben superiori ai limiti massimi fissati da legge, già dal ‘99. Ma ciò che fino a questo momento non si sapeva è che Fenice era fuori legge già dal suo avvio, non solo rispetto all’inquinamento delle acque ma anche dell’aria. E’ il 2000 quando vengono effettuati i primi rilievi delle emissioni dei forni dell’inceneritore. In gioco c’è il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio. Regione e Provincia devono controllare Fenice che produce le sue analisi in autonomia. A occuparsene non può essere l’Arpab che non ha gli strumenti necessari. La competenza passa ad Agrobios, società oggi in liquidazione, con trasferimento di ramo d’azienda all’Arpab.  I risultati del monitoraggio sono fondamentali in quanto funzionali al rilascio dell’autorizzazione dell’esercizio. Nella lettera che accompagna la trasmissione dei dati, Agrobios attesta: «Non si riscontrano irregolarità». Ma non è così. Perché dai risultati prodotti dalla stessa società emerge una concentrazione di Pcdd+Pcdf esattamente doppia rispetto alle soglie fissate dalle norme in materia. Quella sigla sta per diossina. Sostanza altamente tossica che avrebbe dovuto far suonare l’allarme. Ma per quanto i numeri secchi parlino chiaro le considerazioni allegate escludono irregolarità. Nei due enti preposti ai controlli nessuno evidentemente si accorge che le conclusioni non sono corrispondenti ai dati delle tabelle. E non si accorgono neppure che molte analisi trasmesse da Fenice per la stessa matrice sono prive di giudizio di merito, che non tutti i parametri chimici, microbiologici e tossicologici sono stati rilevati. Sfugge pure la discordanza delle date: Fenice invia i risultati il 7 luglio del 2000, quando sulla tabella è indicata la data del 12 luglio. La presenza di diossina nelle emissioni di Fenice costituisce un fatto molto grave data la tossicità di questo inquinante. I valori oltre soglia sono ufficialmente documentati solo nelle analisi Agrobios per il periodo relativo alle prove a caldo. Non sappiamo cosa sia successo dopo. Fenice ha sempre escluso emissioni pericolose. Dai monitoraggi non risultano. Basta per stare tranquilli? Forse no, visto che le uniche analisi  costanti nel tempo a disposizione - scrive la Commissione - sono esclusivamente quelle elaborate dalla stessa Fenice. Che, per le prove a caldo, per la stessa matrice, aveva fornito risultati differenti rispetto a quelli di Agrobios. Torniamo a dodici anni fa. Fenice  è in attesa del rilascio dell’autorizzazione all’esercizio.  Gli enti preposti al controllo dei risultati, Regione e Provincia, sono in possesso dei seguenti documenti: le analisi trasmessi da Fenice, parziali, e comunque indicanti la presenza di concentrazioni di sostanze come piombo e nichel  già fuori legge; i dati Arpab, lacunosi, non firmati o sottoscritti da facenti funzioni; i monitoraggi Agrobios che indicano il superamento delle diossine ma corredati da una lettera tranquillizzante. I presupposti ci sono tutti per comprendere che l’impianto di Melfi non si è adeguato al decreto ministeriale dell’anno precedente e agli stringenti parametri in fatto di tutela ambientale indicati. E chi non rispetta le regole - dice chiaramente la legge - non può essere autorizzato all’esercizio. Ma Fenice dice altro. Lo fa con un rapporto inviato alla Regione e per conoscenza alla Provincia al termine delle prove a caldo in cui si legge: «Si evidenzia una situazione in termini di funzionalità degli impianti e di efficienza nelle fasi di combustione, recupero energetico e depurazione fiumi e acque di scarico in linea con i dettami progettuali per tutte le tipologie di rifiuti previsti e in piena rispondenza con le prescrizioni autorizzative». La storia ci ha detto com’è andata a finire.

POTENZA -  Dello scandalo Fenice si conoscono  molte cose ma non tutto. Sappiamo, a esempio, che quando i veleni di sostanze altamente tossiche  nelle falde acquifere sono venuti ufficialmente a galla l’inquinamento era incorso già da anni. Anche a causa delle gravi responsabilità dell’Agenzia regionale per l’Ambiente. Ma non solo. Nella storia del disastro ambientale lucano gli enti pubblici come Regione e Provincia hanno avuto pesanti responsabilità. Lo hanno confermato di recente anche i lavori della Commissione regionale d’inchiesta che hanno fatto emergere un sistema complessivamente “malato”. Ma proprio dalla relazione conclusiva dell’organismo regionale emergono nuove inquietanti verità. Il presidente Nicola Pagliuca ha già spiegato che una delle conclusioni a cui approda l’indagine è che Fenice inquinava già dalle prime prove a caldo, ovvero prima che l’impianto entrasse pienamente a regime. I valori di floruri, piombo e altri metalli pesanti erano presenti nelle acque di falda in concentrazioni ben superiori ai limiti massimi fissati da legge, già dal ‘99. Ma ciò che fino a questo momento non si sapeva è che Fenice era fuori legge già dal suo avvio, non solo rispetto all’inquinamento delle acque ma anche dell’aria. E’ il 2000 quando vengono effettuati i primi rilievi delle emissioni dei forni dell’inceneritore. In gioco c’è il rilascio dell’autorizzazione all’esercizio. Regione e Provincia devono controllare Fenice che produce le sue analisi in autonomia. A occuparsene non può essere l’Arpab che non ha gli strumenti necessari. La competenza passa ad Agrobios, società oggi in liquidazione, con trasferimento di ramo d’azienda all’Arpab.  I risultati del monitoraggio sono fondamentali in quanto funzionali al rilascio dell’autorizzazione dell’esercizio. Nella lettera che accompagna la trasmissione dei dati, Agrobios attesta: «Non si riscontrano irregolarità». Ma non è così. Perché dai risultati prodotti dalla stessa società emerge una concentrazione di Pcdd+Pcdf esattamente doppia rispetto alle soglie fissate dalle norme in materia. Quella sigla sta per diossina. Sostanza altamente tossica che avrebbe dovuto far suonare l’allarme. Ma per quanto i numeri secchi parlino chiaro le considerazioni allegate escludono irregolarità. Nei due enti preposti ai controlli nessuno evidentemente si accorge che le conclusioni non sono corrispondenti ai dati delle tabelle. E non si accorgono neppure che molte analisi trasmesse da Fenice per la stessa matrice sono prive di giudizio di merito, che non tutti i parametri chimici, microbiologici e tossicologici sono stati rilevati. Sfugge pure la discordanza delle date: Fenice invia i risultati il 7 luglio del 2000, quando sulla tabella è indicata la data del 12 luglio. La presenza di diossina nelle emissioni di Fenice costituisce un fatto molto grave data la tossicità di questo inquinante. I valori oltre soglia sono ufficialmente documentati solo nelle analisi Agrobios per il periodo relativo alle prove a caldo. Non sappiamo cosa sia successo dopo. Fenice ha sempre escluso emissioni pericolose. Dai monitoraggi non risultano. Basta per stare tranquilli? Forse no, visto che le uniche analisi  costanti nel tempo a disposizione - scrive la Commissione - sono esclusivamente quelle elaborate dalla stessa Fenice. Che, per le prove a caldo, per la stessa matrice, aveva fornito risultati differenti rispetto a quelli di Agrobios. Torniamo a dodici anni fa. Fenice  è in attesa del rilascio dell’autorizzazione all’esercizio.  Gli enti preposti al controllo dei risultati, Regione e Provincia, sono in possesso dei seguenti documenti: le analisi trasmessi da Fenice, parziali, e comunque indicanti la presenza di concentrazioni di sostanze come piombo e nichel  già fuori legge; i dati Arpab, lacunosi, non firmati o sottoscritti da facenti funzioni; i monitoraggi Agrobios che indicano il superamento delle diossine ma corredati da una lettera tranquillizzante. I presupposti ci sono tutti per comprendere che l’impianto di Melfi non si è adeguato al decreto ministeriale dell’anno precedente e agli stringenti parametri in fatto di tutela ambientale indicati. E chi non rispetta le regole - dice chiaramente la legge - non può essere autorizzato all’esercizio. Ma Fenice dice altro. Lo fa con un rapporto inviato alla Regione e per conoscenza alla Provincia al termine delle prove a caldo in cui si legge: «Si evidenzia una situazione in termini di funzionalità degli impianti e di efficienza nelle fasi di combustione, recupero energetico e depurazione fiumi e acque di scarico in linea con i dettami progettuali per tutte le tipologie di rifiuti previsti e in piena rispondenza con le prescrizioni autorizzative». La storia ci ha detto com’è andata a finire.

 

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