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"Riaprite il caso Anna Esposito"
Svolta nel mistero sulla morte della poliziotta

Basilicata

Tempo di lettura: 
4 minuti 55 secondi

POTENZA - A giugno il fascicolo è tornato a Potenza da Salerno,
dov’era stato trasferito perché si sospettava un collegamento con il
caso di Elisa Claps e quello del duplice omicidio Gianfredi. Quattro
mesi più tardi si è insediato il nuovo capo della mobile, e non c’è
voluto molto prima che passasse per le sue mani. Sembrano essersi
intesi subito lui, Carlo Pagano, e il pm Sergio Marotta. Per entrambi
qualcosa che non torna nella morte del giovane dirigente della Digos
Anna Esposito c’è davvero. Ma per riaprire le indagini manca ancora il
permesso del gip.
E’ stata depositata nei giorni scorsi la richiesta di svolgere una
serie di nuovi accertamenti sul mistero che ancora avvolge gli eventi
dell’11 marzo di dodici anni fa. L’indomani mattina alcuni colleghi
della funzionaria di polizia, forzando la porta del suo appartamento
all’ultimo piano della caserma Vito Zaccagnino di Potenza, l’avrebbero
trovata senza vita appesa alla maniglia della porta del bagno attigua
alla sua stanza da letto. L’esito dell’autopsia, assieme alle
testimonianze di alcune persone vicine alla donna avrebbero avvalorato
l’ipotesi di un gesto autolesionista. Ma il dubbio che le cose siano
andate in maniera diversa non è mai scomparso del tutto. Troppe le
anomalie con cui fare i conti.
IL METODO
Innanzitutto ci sono le modalità del suicidio: impiccarsi con una
cinta alla maniglia della porta con le gambe poggiate per terra non
sembra così semplice e la poliziotta aveva in dotazione un’arma
d’ordinanza. Poi ci sono proprio le parole di chi le era stato
affianco negli ultimi tempi, le amiche e persino il confessore, che un
paio di mesi prima le avevano notato dei graffi sul collo. A loro lei
avrebbe ammesso di aver fatto una sciocchezza, provando a farla finita
già una volta in quel modo così strano. Soltanto che dopo aver perso
conoscenza all’improvviso si sarebbe rianimata tornando indietro sui
suoi passi. Almeno è questo quello che hanno raccontato agli
investigatori dell’epoca. Ed è già la seconda anomalia.
IL PRECEDENTE
Sentito sulla possibilità di riprendere conoscenza in quel modo, senza
interventi dall’esterno, il medico legale l’avrebbe infatti esclusa.
Di più a riguardo nemmeno il diario-agenda del commissario, che aveva
l’abitudine di annotare tutto quello che le
accadeva di buono e di cattivo, rivelerebbe alcunché nel periodo in
cui sarebbero comparsi quei segni. Altra anomalia è perché una
giovane donna laureata e in carriera, madre di due figlie che anche
all’epoca già vivevano coi nonni a Cava de’ Tirreni, abbia deciso
di uccidersi.
IL MOVENTE
Dai documenti e dalle testimonianze raccolte nei primi mesi dopo la
morte era emerso subito che nei giorni precedenti Anna Esposito stava
organizzando un viaggio con le piccole, e continuava a programmare la
sua vita sociale come ogni donna moderna e istruita di 35anni sa fare.
Altro che depressione insomma. All’apparenza. Eppure è anche a questo
e a una terribile delusione inamore che si è fatto riferimento quando
il caso è finito in archivio.
LA DENUNCIA DEL PADRE
A chiedere la sua riapertura quasi un anno è mezzo fa è stato quindi
il padre, che non si è mai rassegnato alla versione ufficiale
sull’accaduto. A Chi l’ha visto? Enzo Esposito avrebbe puntato il dito
contro gli errori commessi durante le prime ore dai colleghi della
figlia, che avrebbero compromesso in maniera irrimediabile le
indagini. Ha parlato di minacce anonime che lei gli avrebbe rivelato
di aver trovato sulla sua scrivania, di qualcuno che in Questura
voleva fargliela pagare, mentre la madre ha denunciato che nei pochi
giorni prima di morire le aveva confidato di aver fatto delle scoperte
sul caso Claps: alcuni poliziotti come lei avrebbero saputo che fine
aveva fatto Elisa, e dove era stata nascosto il suo cadavere.
LA PERENTESI DI TOGHE LUCANE
In realtà non era la prima volta che il giallo della Trinità e quello
della caserma di Santa Maria si incrociavano in maniera
suggestiva. Nel 2006 a raccontare un sinistro collegamento tra le due
vicende era stato don Marcello Cozzi, oggi vicepresidente di Libera,
sentito dal allora pm Luigi De Magistris nell’ambito della prima
inchiesta sulle Toghe lucane, poi conclusa con un nulla di fatto. Lo
stesso Don Cozzi non più tardi di 10 mesi fa dalle colonne della
Repubblica avrebbe raccontato all’inviato Attilio Bolzoni di essere
convinto che la morte del commissario fosse «legata» al mistero sugli
autori dell’agguato in cui morirono i coniugi Gianfredi, il 29 aprile
del 1997, e con questo «ai colpevoli ritardi nell’individuazione di
Danilo Restivo come assassino
di Elisa». Il sacerdote nei giorni successivi avrebbe sminuito la
portata di quelle affermazioni che occhieggiavano complottismi
mai del tutto sopiti. Ma trattandosi di denunce circostanziate si è
messo in moto il meccanismo della giustizia, e per mesi a Salerno sono
state prese molto sul serio, laddove ormai da anni finiscono i
fascicoli in cui ciclicamente riemergono i sospetti sul magistrato che
ha condotto le prime indagini sulla “scomparsa” di Elisa Claps, il pm
Felicia Genovese, e suo marito Michele Cannizzaro. Tutte accuse
puntualmente smentite. Ma questa è davvero un’altra storia.
UN FASCICOLO IN TRASFERTA
Il punto della situazione l’avrebbe quindi offerto il procuratore capo
di Salerno Franco Roberti, in un’intervista al Quotidiano della
Basilicata proprio per l’ultimo anniversario dell’omicidio della
studentessa potentina, lo scorso 12 settembre. «Dalle indagini sulla
morte del funzionario di polizia Anna Esposito, dopo le prime
verifiche, - precisava il capo dei pm campani - non è emerso alcun
collegamento con i delitti Claps e Gianfredi, tanto che, nel giugno
scorso, il fascicolo è stato trasmesso alla Procura di Potenza per
competenza territoriale».
L'APPARTAMENTO
Infine a ottobre l’arrivo di Pagano, che ha preso il posto della
dottoressa Barbara Strappato e l’appartamento affianco a quello che
era di Anna Esposito all’ultimo piano della caserma Zaccagnino. Se il
gip darà il via libera starà a lui cercare di far luce sul giallo
della caserma. Apartire dalla cinta trovata al collo della poliziotta,
che non è mai stata esaminata.

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