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«Quella sera l’ho sentita urlare»

Basilicata

Tempo di lettura: 
8 minuti 26 secondi
Il giallo della caserma: la denuncia della madre della poliziotta morta in circostanze sospette
«Quella sera l’ho sentita urlare»
L’ultima telefonata: «Parlavamo mentre rientrava e ho capito che c’era qualcuno»
di LEO AMATO
POTENZA - L’ha accompagnata al cellulare mentre era in macchina di ritorno nel suo appartamento, mentre parcheggiava e poi a piedi fino all’ingresso della caserma. Nelle scale ha avvertito la sensazione che non fosse sola, lei però ha negato di essere in compagnia. Un attimo dopo sul pianerottolo si sono salutate. Ma non ha riagganciato così un secondo prima che cascasse la linea l’ha sentita di nuovo: urlava. E nulla più. Fino alla telefonata dell’indomani mattina quando i colleghi hanno chiamato per dire alla madre che sua figlia, il commissario capo Anna Esposito, non c’era più.
Ha accettato di parlare con il Quotidiano Olimpia Magliano dopo la notizia della richiesta di riapertura delle indagini sul giallo in divisa che da 11 anni avvolge la morte dell’ex primo dirigente della Digos di Potenza. Il suo è un appello perché venga fuori la verità perché al suicidio non riesce proprio a credere e torna sempre a quella telefonata. «Stava organizzando un viaggio di una settimana con me e le bambine a Roma, e mi ha detto di stare tranquilla per le cure del diabete perché mi avrebbe aiutato lei. Lei poi doveva tornare a Potenza perché faceva anche teatro alla chiesa dell’Annunziata e mi ha spiegato che aveva le prove della commedia che stavano preparando, dopo la prima che avevano già messo in scena. Mi ricordo che si intitolava “Camomilla a colazione”. Sempre a Potenza, con la compagnia della chiesa dell’Annunziata... Abbiamo parlato dell’università... Le mancavano 14 esami per la seconda laurea... Voleva diventare un giudice... Queste cose. Poi mi ha detto: “Ciao ma’, ciao ma’”. E allora ho sentito mia figlia che gridava: “Ooooooh!” Ho chiamato sul numero della polizia ed era occupato. Poi su quello personale ed era spento. E alla mattina ho saputo la notizia». 
Olimpia Magliano spiega che al pm di Salerno che si è occupato del caso dopo la denuncia presentata dall’ex marito un anno e mezzo fa queste cose le ha già raccontate, assieme a tante altre che stridono con la tesi di un gesto autolesionista. Poi i faldoni sono stati riportati a Potenza per competenza territoriale, una volta esclusi i collegamenti delineati con altri due terribili misteri che in parte ancora aleggiano sul capoluogo lucano: quello sulla “scomparsa” di Elisa Claps e quello sul duplice omicidio Gianfredi. Quindi sono stati ripresi dal nuovo capo della mobile Carlo Pagano e dal pm Sergio Marotta, che nei giorni scorsi ha deciso di chiedere al gip il permesso di effettuare una serie di nuovi accertamenti. Anche sui reperti prelevati dalla scena durante i rilievi a cui forse non è stata data sufficiente importanza. Come la cinta con cui la bella funzionaria di polizia è stata ritrovata nel suo appartamento appesa alla maniglia della porta del bagno attiguo alla camera da letto su cui nessuno per - esempio -ha mai provato a vedere se vi siano impronte digitali. 
«Mio figlio mi ha detto che lunedì è stato a Potenza col mio ex marito - spiega ancora la signora Magliano al Quotidiano -. Lui però è rimasto in macchina mentre il mio ex marito è salito in Questura, proprio per chiedere la riapertura del caso». Pagano e Marotta dal canto loro non si sarebbero fatti pregare: troppe le anomalie congelate negli atti della prima indagine su quanto accaduto in caserma la sera dell’11 marzo del 2001, soprattutto se sommate alle denunce dei genitori. Il movente di una profonda depressione che stride col viaggio in programma con la mamma e le due bambine che vivevano con lei, oltre agli impegni e gli appuntamenti di una donna piena di interessi. Le modalità estreme di un gesto per cui sarebbe bastato un colpo con l’arma d’ordinanza. La storia riferita dalle persone che le erano più vicine di un precedente fallito perché una volta persa conoscenza qualcosa all’improvviso l’avrebbe rianimata, una storia bollata come inverosimile dal medico legale consultato dagli inquirenti dell’epoca. 
Ora a questo si aggiunge la testimonianza della signora Magliano che parla di qualcuno che sarebbe stato con la figlia e dell’urlo spezzato al cellulare. Abbastanza per tornare a prendere sul serio gli interrogativi rimasti in sospeso sul giallo dell’appartamento al quarto piano della caserma Zaccagnino di Potenza. Se c’era qualcuno con lei quella sera mentre rientrava cosa è realmente successo? Dov’era alle 23 che è l’ora della morte annotata nell’autopsia? Anna Esposito quel giorno aveva ancora 35 anni. Ha deciso lei di farla finita o qualcuno l’ha plagiata? Suicidio oppure omicidio? Ormai gli inquirenti non escludono più nessuna ipotesi.

POTENZA - L’ha accompagnata al cellulare mentre era in macchina di ritorno nel suo appartamento, mentre parcheggiava e poi a piedi fino all’ingresso della caserma. Nelle scale ha avvertito la sensazione che non fosse sola, lei però ha negato di essere in compagnia. Un attimo dopo sul pianerottolo si sono salutate. Ma non ha riagganciato così un secondo prima che cascasse la linea l’ha sentita di nuovo: urlava. E nulla più. Fino alla telefonata dell’indomani mattina quando i colleghi hanno chiamato per dire alla madre che sua figlia, il commissario capo Anna Esposito, non c’era più.Ha accettato di parlare con il Quotidiano Olimpia Magliano dopo la notizia della richiesta di riapertura delle indagini sul giallo in divisa che da 11 anni avvolge la morte dell’ex primo dirigente della Digos di Potenza. Il suo è un appello perché venga fuori la verità perché al suicidio non riesce proprio a credere e torna sempre a quella telefonata. «Stava organizzando un viaggio di una settimana con me e le bambine a Roma, e mi ha detto di stare tranquilla per le cure del diabete perché mi avrebbe aiutato lei. Lei poi doveva tornare a Potenza perché faceva anche teatro alla chiesa dell’Annunziata e mi ha spiegato che aveva le prove della commedia che stavano preparando, dopo la prima che avevano già messo in scena. Mi ricordo che si intitolava “Camomilla a colazione”. Sempre a Potenza, con la compagnia della chiesa dell’Annunziata... Abbiamo parlato dell’università... Le mancavano 14 esami per la seconda laurea... Voleva diventare un giudice... Queste cose. Poi mi ha detto: “Ciao ma’, ciao ma’”. E allora ho sentito mia figlia che gridava: “Ooooooh!” Ho chiamato sul numero della polizia ed era occupato. Poi su quello personale ed era spento. E alla mattina ho saputo la notizia». Olimpia Magliano spiega che al pm di Salerno che si è occupato del caso dopo la denuncia presentata dall’ex marito un anno e mezzo fa queste cose le ha già raccontate, assieme a tante altre che stridono con la tesi di un gesto autolesionista. Poi i faldoni sono stati riportati a Potenza per competenza territoriale, una volta esclusi i collegamenti delineati con altri due terribili misteri che in parte ancora aleggiano sul capoluogo lucano: quello sulla “scomparsa” di Elisa Claps e quello sul duplice omicidio Gianfredi. Quindi sono stati ripresi dal nuovo capo della mobile Carlo Pagano e dal pm Sergio Marotta, che nei giorni scorsi ha deciso di chiedere al gip il permesso di effettuare una serie di nuovi accertamenti. Anche sui reperti prelevati dalla scena durante i rilievi a cui forse non è stata data sufficiente importanza. Come la cinta con cui la bella funzionaria di polizia è stata ritrovata nel suo appartamento appesa alla maniglia della porta del bagno attiguo alla camera da letto su cui nessuno per - esempio -ha mai provato a vedere se vi siano impronte digitali. «Mio figlio mi ha detto che lunedì è stato a Potenza col mio ex marito - spiega ancora la signora Magliano al Quotidiano -. Lui però è rimasto in macchina mentre il mio ex marito è salito in Questura, proprio per chiedere la riapertura del caso». Pagano e Marotta dal canto loro non si sarebbero fatti pregare: troppe le anomalie congelate negli atti della prima indagine su quanto accaduto in caserma la sera dell’11 marzo del 2001, soprattutto se sommate alle denunce dei genitori. Il movente di una profonda depressione che stride col viaggio in programma con la mamma e le due bambine che vivevano con lei, oltre agli impegni e gli appuntamenti di una donna piena di interessi. Le modalità estreme di un gesto per cui sarebbe bastato un colpo con l’arma d’ordinanza. La storia riferita dalle persone che le erano più vicine di un precedente fallito perché una volta persa conoscenza qualcosa all’improvviso l’avrebbe rianimata, una storia bollata come inverosimile dal medico legale consultato dagli inquirenti dell’epoca. Ora a questo si aggiunge la testimonianza della signora Magliano che parla di qualcuno che sarebbe stato con la figlia e dell’urlo spezzato al cellulare. Abbastanza per tornare a prendere sul serio gli interrogativi rimasti in sospeso sul giallo dell’appartamento al quarto piano della caserma Zaccagnino di Potenza. Se c’era qualcuno con lei quella sera mentre rientrava cosa è realmente successo? Dov’era alle 23 che è l’ora della morte annotata nell’autopsia? Anna Esposito quel giorno aveva ancora 35 anni. Ha deciso lei di farla finita o qualcuno l’ha plagiata? Suicidio oppure omicidio? Ormai gli inquirenti non escludono più nessuna ipotesi.

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