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A tutta birra... dietro le sbarre
Un buco da 40 milioni di euro

Basilicata

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POTENZA - Hanno architettato e messo in movimento per anni, un complesso meccanismo di «scatole cinesi», con la creazione di 40 società usate per il classico «gioco delle tre carte»: aperture e chiusure repentine, compravendite fittizie di beni aziendali, concentrazione di debiti nella bad company di turno e trasferimento finale in Svizzera, dove la legislazione sulla bancarotta è molto più morbida. Obiettivo: evadere il fisco e ottenere ingiusti profitti, per un giro di denaro che complessivamente ammonta decine di milioni di euro.  

Secondo gli investigatori il sistema in questione era stato progettato da cinque fratelli di Muro Lucano, imprenditori molto noti nel Potentino, tutti arrestati, e accusati a vario titolo di bancarotta fraudolenta, frode fiscale, malversazione, formazione fittizia di capitale e appropriazione indebita. L'operazione è stata condotta dal nucleo di polizia giudiziaria delle Fiamme gialle di Potenza supportato dai colleghi della tributaria, al comando del tenente colonnello Antonio Vernillo. A coordinare le indagini sono stati due pm della procura della Repubblica di Potenza, Eliana Franco e Sergio Marotta, che con la supervisione di Laura Triassi, procuratore capo facente funzioni, hanno ottenuto cinque ordinanze di custodia cautelare e il sequestro conservativo di beni mobili e immobili e conti correnti fino all'equivalenza di una cifra che una stima riduttiva può fissare sui 40 milioni di euro.

Il gip Rosa Larocca ha disposto il carcere per Vito, Fabrizio e Federico Tarricone, mentre soltanto i domiciliari per Giuseppe e Carlo. Per altre cinque persone, Fulvio e Giuseppe Maffeo, Francesco e Federico Schettini e Salvatore Idà, tutti revisori contabili di Praia a Mare inseriti nel collegio dei sindaci di alcune delle società della holding, è stato invece disposto l'obbligo di presentazione. Mentre in totale gli indagati sono 15, e tra questi anche c'è anche un insospettabile notaio di Potenza, Antonio Di Lizia.

Le indagini sono cominciate nel 2008, ma hanno spiccato il volo due anni dopo, con le denunce di due diversi fornitori di una delle società del gruppo Tarricone, la Tarricone spa, che all'epoca gestiva lo stabilimento ex Birra Moretti nell'area industriale di Balvano. Al centro c'erano delle partite mai pagate di tappi e bottiglie, per più di 4milioni di euro, su cui si è innestato un contenzioso legale in sede civile che poi si è trasferito in sede penale. Infatti una volta ottenuto un decreto ingiuntivo dal Tribunale il primo dei due fornitori si sarebbe attivato per il recupero del suo credito, ma sul più bello avrebbe scoperto che la Tarricone spa non esisteva più. Si era trasferita in Svizzera ed era diventata la Tarricone sa, sostanzialmente inattiva ma con un amministratore nuovo di zecca, che ora si ritrova indagato come prestanome dei fratelli di Muro Lucano. Solo a quel punto l'imprenditore avrebbe sporto querela, e qualche giorno dopo i finanzieri si sono presentati nello stabilimento che nel frattempo era passato alla Birra Morena srl, sempre dei fratelli Tarricone, una società appena costituita, che aveva acquisito dalla Tarricone spa, sempre dei fratelli Tarricone, il marchio del loro prodotto di punta, la Birra Morena per l'appunto, al modico prezzo di 3milioni e mezzo di euro. Un'operazione soltanto di facciata, secondo gli investigatori. Anche perché subito dopo la Birra Morena srl avrebbe fatto pure causa alla svizzera Tarricone sa lamentando alcune «anomalie» nel marchio ceduto. Quali fossero non si sa, ma è certo che davanti alle pretese della Birra Morena gli amici d'oltralpe si sarebbero arresi senza combattere. Così alla fine tra le due società di reali movimentazioni di denaro non ce ne sono proprio state.

In pratica il sistema funzionava proprio in questo modo, come in un lungo «domino»: la prima società cedeva marchi, brevetti o immobili alla seconda, per essere poi «svuotata» con la messa in liquidazione, la bancarotta, oppure in alcuni casi con un trasferimento in Svizzera (la «Birra Morena srl» e la «Tarricone spa» avevano «varcato» il confine elvetico nel 2007, prima nel Canton Grigioni e poi nel Canton Zugo). E l'obiettivo primario era sempre quello di cancellarle dal registro delle imprese, per poi «omettere» il pagamento di quanto dovuto ai creditori, l'Iva e le altre imposte, e ottenere, a carico della seconda impresa, costi da dichiarare sui bilanci.

La sola «Tarricone spa», in base alle indagini, avrebbe accumulato nei confronti dell'erario un debito di 9,1 milioni di euro, e contributi indebitamente percepiti per 3,9 milioni, mentre la «Birra Morena srl» dovrebbe all'erario 26 milioni di euro. Il sistema veniva poi replicato dalla seconda a una terza impresa e così via. In altri casi, sono stati percepiti indebitamente finanziamenti statali ed europei per l'acquisto di macchinari e strutture. Alcuni prestanome, infine, venivamo messi dalla holding a capo di alcune imprese, e i commercialisti nel consigli di amministrazione, «servendosi» poi «del notaio per realizzare i propositi criminosi».

Gli imprenditori, secondo gli investigatori, avevano messo a punto «una società occulta» al vertice di una «costellazione di imprese», per ottenere «ingenti profitti», attraverso cui hanno anche «prodotto danni patrimoniali di ingentissima entità», con una «fittissima rete di relazioni» di cui una parte «non è stata ancora sufficientemente approfondita». Un sistema, quindi, tanto semplice quanto complesso, che «giocava» su 40 società, attive nella produzione e la commercializzazione di alcolici, l'intemediazione finanziaria, le scommesse e i servizi per la pubblica amministraione. Tanto per fare un esempio la Saep, che gestisce vitto e sopravvitto proprio nel carcere di Potenza. E' lì che è detenuto da ieri mattina Vito Tarricone, considerato il capo del "clan" di Muro Lucano. Cosa che avrebbe già scatenato una certa aspettativa tra gli altri ospiti, chissà che i pasti non migliorino se il padrone è con loro.

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