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Si fingevano tecnici per truffare Lottomatica
In carcere il figlio del boss dei pignolesi

Basilicata

Tempo di lettura: 
7 minuti 29 secondi

 

In carcere per estorsione il 28enne Vito, figlio del boss dei pignolesi: è caccia a 2 dei complici 
I misteriosi amici di Riviezzi jr
Si fingevano tecnici per truffare Lottomatica, in un mese 9 episodi simili in tutta Italia 
di LEO AMATO
POTENZA - Sono entrati in due ricevitorie del potentino, una a Pignola e una nel capoluogo, fingendosi tecnici informatici della Lottomatica. Poi si sono messi a giocare migliaia di numeri al «10 e lotto», dicendo che erano soltanto simulazioni. Invece le bollette erano vere, così sarebbero riusciti a intascare quasi 80mila euro, per un danno accertato nei confronti dell’erario e di Lottomatica di circa 500mila, pari alle scommesse non pagate. E se qualcuno dei gestori obiettava qualcosa allora scattava la violenza.   
Con l’accusa di estorsione ieri mattina i carabinieri hanno arrestato Vito Riviezzi, di 28 anni (in carcere), Salvatore Sabato, 40, e Barbara Nella, (42)  (entrambi ai domiciliari). I particolari dell’operazione «Lottomatica» sono stati illustrati a Potenza nel corso di una conferenza stampa, dal Procuratore della Repubblica, Laura Triassi, e dai comandanti della compagnia e del nucleo operativo radiomobile dei carabinieri, il capitano Raffaele Cirillo e il tenente Giuseppe Abrescia, accompagnati dal comandante provinciale Giuseppe Palma. Il gruppo in tutto sarebbe stato composto da sei persone ma due di queste, in particolare i sedicenti tecnici informatici di Lottomatica, non sono stati ancora identificati e i militari stanno seguendo le loro tracce per tutta Italia. Tracce che sembrano condurre in Calabria, dove uno dei telefoni messi sotto controllo avrebbe agganciato le celle di Mandorleto Cirò e Cassano allo Ionio. Inoltre anche una delle vittime avrebbe riconosciuto l’accento caratteristico. 
Ad assicurare la tranquillità delle operazioni avrebbe pensato Riviezzi, operatore ecologico della ditta che effettua la raccolta dei rifiuti di Pignola, nonché figlio di Saverio, considerato a capo dell’omonimo clan, e per questo condannato di recente a 13 anni nel processo sull’ascesa dei reduci pignolesi della diaspora dei basilischi verso il dominio dei traffici criminali nel capoluogo. Con Vito risulta indagato a piede libero anche il cugino Michele ma per lui la richiesta di misure cautelari non è stata accolta dal gip Luigi Spina. 
«Quindi non è fratello a Saverio, è figlio a Saverio?» Questo è quanto si domandava una delle vittime poco distante da una microspia che i militari le avevano piazzato nell’auto. Infatti, soltanto qualche giorno prima (tutto risale ai primi di agosto dell’anno scorso) aveva presentato una denuncia, ma davanti al pm Francesco Basentini era entrata in contraddizione con il compagno, a sua volta impiegato nella ricevitoria, quando le era stato mostrato un video della telecamera di sorveglianza in cui si riconosceva la figura di Riviezzi, dicendo di non conoscerlo e che anche se si era fermato mentre i due tecnici sbrigavano le loro cose non pensava che c’entrasse con l’accaduto. 
Di tutt’altro tenore le immagini dove a un certo punto Riviezzi avrebbe fatto anche un gesto rivolto a loro come per tranquillizzarli della situazione. Ma una volta che se ne era andato i due titolari della ricevitoria si sarebbero accorti che quelle giocate erano tutt’altro che virtuali, e ne avrebbero chiesto conto ai tecnici, qualificatisi semplicemente come Massimo e Andrea, senza nemmeno un tesserino e con le infradito ai piedi. Quindi è scattata la violenza. 
Andrea avrebbe messo una mano sul volto della donna come a coprirle lo sguardo dicendo: «Tu queste facce non le hai mai viste. Io sono un truffatore. Altrimenti fate la fine di qualche altro vostro collega». Massimo invece avrebbe girato dietro la schiena il braccio del compagno trascinandolo fuori e ripetendogli lo stesso concetto davanti ad alcuni testimoni non ancora identificati. Poi si sono fatti consegnare le bollette vincenti, per un ammontare di 176mila euro, su 3.165 giocate - tutt’altro che virtuali - effettuate in due giorni di intensa “manutenzione” per un corrispettivo di 263mila. 
A partire dal giorno dopo quelle bollette risultano incassate a Napoli, Cosenza e Roma per 76mila euro. Mentre nelle settimane successive altri colpi simili risultano effettuati a Pignola (dove solo una segnalazione di Lottomatica ha di fatto bloccato le giocate mettendo in allarme di due finti tecnici che hanno lasciato le bollette e sono andati via), Reggio Calabria, Vicenza e Genova. Una casualità? Gli investigatori sono di tutt’altra idea e nei prossimi giorni contano di riuscire a capire chi si nasconda dietro i due misteriori amici del giovane figlio del boss. 

POTENZA - Sono entrati in due ricevitorie del potentino, una a Pignola e una nel capoluogo, fingendosi tecnici informatici della Lottomatica. Poi si sono messi a giocare migliaia di numeri al «10 e lotto», dicendo che erano soltanto simulazioni. Invece le bollette erano vere, così sarebbero riusciti a intascare quasi 80mila euro, per un danno accertato nei confronti dell’erario e di Lottomatica di circa 500mila, pari alle scommesse non pagate. E se qualcuno dei gestori obiettava qualcosa allora scattava la violenza.   Con l’accusa di estorsione ieri mattina i carabinieri hanno arrestato Vito Riviezzi, di 28 anni (in carcere), Salvatore Sabato, 40, e Barbara Nella, (42)  (entrambi ai domiciliari). I particolari dell’operazione «Lottomatica» sono stati illustrati a Potenza nel corso di una conferenza stampa, dal Procuratore della Repubblica, Laura Triassi, e dai comandanti della compagnia e del nucleo operativo radiomobile dei carabinieri, il capitano Raffaele Cirillo e il tenente Giuseppe Abrescia, accompagnati dal comandante provinciale Giuseppe Palma. Il gruppo in tutto sarebbe stato composto da sei persone ma due di queste, in particolare i sedicenti tecnici informatici di Lottomatica, non sono stati ancora identificati e i militari stanno seguendo le loro tracce per tutta Italia. Tracce che sembrano condurre in Calabria, dove uno dei telefoni messi sotto controllo avrebbe agganciato le celle di Mandorleto Cirò e Cassano allo Ionio. Inoltre anche una delle vittime avrebbe riconosciuto l’accento caratteristico. Ad assicurare la tranquillità delle operazioni avrebbe pensato Riviezzi, operatore ecologico della ditta che effettua la raccolta dei rifiuti di Pignola, nonché figlio di Saverio, considerato a capo dell’omonimo clan, e per questo condannato di recente a 13 anni nel processo sull’ascesa dei reduci pignolesi della diaspora dei basilischi verso il dominio dei traffici criminali nel capoluogo. Con Vito risulta indagato a piede libero anche il cugino Michele ma per lui la richiesta di misure cautelari non è stata accolta dal gip Luigi Spina. «Quindi non è fratello a Saverio, è figlio a Saverio?» Questo è quanto si domandava una delle vittime poco distante da una microspia che i militari le avevano piazzato nell’auto. Infatti, soltanto qualche giorno prima (tutto risale ai primi di agosto dell’anno scorso) aveva presentato una denuncia, ma davanti al pm Francesco Basentini era entrata in contraddizione con il compagno, a sua volta impiegato nella ricevitoria, quando le era stato mostrato un video della telecamera di sorveglianza in cui si riconosceva la figura di Riviezzi, dicendo di non conoscerlo e che anche se si era fermato mentre i due tecnici sbrigavano le loro cose non pensava che c’entrasse con l’accaduto. Di tutt’altro tenore le immagini dove a un certo punto Riviezzi avrebbe fatto anche un gesto rivolto a loro come per tranquillizzarli della situazione. Ma una volta che se ne era andato i due titolari della ricevitoria si sarebbero accorti che quelle giocate erano tutt’altro che virtuali, e ne avrebbero chiesto conto ai tecnici, qualificatisi semplicemente come Massimo e Andrea, senza nemmeno un tesserino e con le infradito ai piedi. Quindi è scattata la violenza. Andrea avrebbe messo una mano sul volto della donna come a coprirle lo sguardo dicendo: «Tu queste facce non le hai mai viste. Io sono un truffatore. Altrimenti fate la fine di qualche altro vostro collega». Massimo invece avrebbe girato dietro la schiena il braccio del compagno trascinandolo fuori e ripetendogli lo stesso concetto davanti ad alcuni testimoni non ancora identificati. Poi si sono fatti consegnare le bollette vincenti, per un ammontare di 176mila euro, su 3.165 giocate - tutt’altro che virtuali - effettuate in due giorni di intensa “manutenzione” per un corrispettivo di 263mila. A partire dal giorno dopo quelle bollette risultano incassate a Napoli, Cosenza e Roma per 76mila euro. Mentre nelle settimane successive altri colpi simili risultano effettuati a Pignola (dove solo una segnalazione di Lottomatica ha di fatto bloccato le giocate mettendo in allarme di due finti tecnici che hanno lasciato le bollette e sono andati via), Reggio Calabria, Vicenza e Genova. Una casualità? Gli investigatori sono di tutt’altra idea e nei prossimi giorni contano di riuscire a capire chi si nasconda dietro i due misteriori amici del giovane figlio del boss. 

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