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Caso Tarricone, si decide sull’istanza di fallimento. Il pm chiede una misura cautelare

Basilicata

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POTENZA - Sentite le parti il collegio del Tribunale si è ritirato e ad occhio e croce la decisione non si saprà prima di un paio di settimane. Si è conclusa così ieri pomeriggio l’udienza del procedimento per la dichiarazione di fallimento delle società del gruppo Tarricone. A intentarlo nei mesi scorsi è stata la procura della Repubblica di Potenza nell’ambito dell’indagine su una presunta maxi-frode ai danni del fisco e di alcuni fornitori messa a segno dai fratelli di Muro Lucano, esportando in Svizzera debiti per una quarantina di milioni.

Al quarto piano del palazzo di giustizia di Potenza, assieme ai giudici del collegio presieduto da Luigi Barrella, al pm Sergio Marotta, e a una pattuglia di avvocati guidati dal fallimentarista romano Corrado De Martini (tra i lucani c’erano Donatello Cimadomo, Savino Murro e Tuccino Pace), s’è visto anche Vito Tarricone in persona, considerato la mente imprenditoriale della famiglia. Con lui, fuori dall’aula, ha atteso l’esito dell’udienza anche un nutrito gruppo di collaboratori, evidentemente preoccupati per il loro destino e quello delle centinaia di dipendenti assunti dalle ditte dei più noti imprenditori dell’area Marmo Platano.
Spetterà dunque al Tribunale stabilire il da farsi quanto all’istanza dell’accusa, che aprirebbe la strada alla nomina di un curatore e alla liquidazione delle aziende a favore dei debitori del gruppo, in particolare il fisco. Ma c’è dell’altro. Infatti nei giorni scorsi il pm Marotta ha depositato una nuova richiesta di provvedimenti cautelari sui beni dei cinque fratelli, che verrà decisa contestualmente all’istanza principale. 
Si tratta di una replica di quella già accolta dal gip Rosa Larocca agli inizi del mese di febbraio e annullata a distanza di due settimane dal Tribunale del riesame. Poco più di un mese fa le fiamme gialle erano già riuscite a mettere i sigilli su immobili, partecipazioni societarie e conti corrente per una trentina di milioni di euro, ma a parte le quote societarie rimaste nella disponibilità esclusiva di tre distinti commissari giudiziari è tornato tutto nella mani dei proprietari. Per questo il pm è ripartito alla carica alla prima occasione chiedendo una misura «a tutela del patrimonio o dell’impresa oggetto del provvedimento» benché dalle carte i beni in questione risultino intestati ai cinque fratelli.
Stando agli investigatori delle fiamme gialle e ai due inquirenti che si sono occupati del caso, Sergio Marotta ed Eliana Franco, oltre l’apparenza legale di una quarantina di società collegate tra loro e in qualche modo riconducibili ai Tarricone, esisterebbe una holding di fatto che amministra i business di famiglia. Dall’alimentare, con marchi celebri come Birra Morena e Drive Beer, al gioco d’azzardo online (prima Totosì poi Betflag), passando per gli appalti per le mense e i servizi generali di una trentina di istituti penitenziari italiani. 
Proprio questo è stato al centro della discussione nell’udienza di ieri assieme a numerose e diverse questioni sulla competenza del Tribunale di Potenza e l’effettiva insolvenza delle società. Quelle più indebitate risultano infatti trasferite in Svizzera ormai da diversi anni, ed è stata proprio la scoperta di questa fuga oltralpe a far decollare l’inchiesta nel 2010, quando un produttore di tappi e bottiglie, che era riuscito a ottenere un titolo esecutivo dal Tribunale per recuperare quasi due milioni di euro di debiti non onorati dai Tarricone, si è ritrovato davanti a una società di diritto elvetico intestata a uno sconosciuto personaggio prima nel canton Grigioni e poi nel canton Zugo. 
Stando all’accusa si sarebbe trattato di operazioni fittizie con dei prestanome, tant’è vero che le società una volta varcato il confine cariche di debiti per decine di milioni sarebbero rimaste del tutto inattive. E mentre si realizzavano queste operazioni in danno dei debitori del gruppo, inteso come la “holding”, lo stesso gruppo e gli stessi fratelli intascavano i dividendi per la vendita degli asset migliori, come Totosì, un’affare da quasi 40 milioni di euro. Soldi investiti anche in beni mobili e immobili che in procura vorrebbero bloccare per restituirli al fisco e al forniture di tappi e bottiglie di turno. 
A febbraio, assieme al sequestro dei beni, per i fratelli era stato disposto anche l’arresto, annullato sempre dal Tribunale del riesame. Le motivazioni della decisione verranno depositate nei prossimi giorni.
 

POTENZA - Sentite le parti il collegio del Tribunale si è ritirato e ad occhio e croce la decisione non si saprà prima di un paio di settimane. Si è conclusa così ieri pomeriggio l’udienza del procedimento per la dichiarazione di fallimento delle società del gruppo Tarricone. A intentarlo nei mesi scorsi è stata la procura della Repubblica di Potenza nell’ambito dell’indagine su una presunta maxi-frode ai danni del fisco e di alcuni fornitori messa a segno dai fratelli di Muro Lucano, esportando in Svizzera debiti per una quarantina di milioni.

Al quarto piano del palazzo di giustizia di Potenza, assieme ai giudici del collegio presieduto da Luigi Barrella, al pm Sergio Marotta, e a una pattuglia di avvocati guidati dal fallimentarista romano Corrado De Martini (tra i lucani c’erano Donatello Cimadomo, Savino Murro e Tuccino Pace), s’è visto anche Vito Tarricone in persona, considerato la mente imprenditoriale della famiglia. Con lui, fuori dall’aula, ha atteso l’esito dell’udienza anche un nutrito gruppo di collaboratori, evidentemente preoccupati per il loro destino e quello delle centinaia di dipendenti assunti dalle ditte dei più noti imprenditori dell’area Marmo Platano.Spetterà dunque al Tribunale stabilire il da farsi quanto all’istanza dell’accusa, che aprirebbe la strada alla nomina di un curatore e alla liquidazione delle aziende a favore dei debitori del gruppo, in particolare il fisco. 
Ma c’è dell’altro. Infatti nei giorni scorsi il pm Marotta ha depositato una nuova richiesta di provvedimenti cautelari sui beni dei cinque fratelli, che verrà decisa contestualmente all’istanza principale. Si tratta di una replica di quella già accolta dal gip Rosa Larocca agli inizi del mese di febbraio e annullata a distanza di due settimane dal Tribunale del riesame. Poco più di un mese fa le fiamme gialle erano già riuscite a mettere i sigilli su immobili, partecipazioni societarie e conti corrente per una trentina di milioni di euro, ma a parte le quote societarie rimaste nella disponibilità esclusiva di tre distinti commissari giudiziari è tornato tutto nella mani dei proprietari. Per questo il pm è ripartito alla carica alla prima occasione chiedendo una misura «a tutela del patrimonio o dell’impresa oggetto del provvedimento» benché dalle carte i beni in questione risultino intestati ai cinque fratelli.
Stando agli investigatori delle fiamme gialle e ai due inquirenti che si sono occupati del caso, Sergio Marotta ed Eliana Franco, oltre l’apparenza legale di una quarantina di società collegate tra loro e in qualche modo riconducibili ai Tarricone, esisterebbe una holding di fatto che amministra i business di famiglia. Dall’alimentare, con marchi celebri come Birra Morena e Drive Beer, al gioco d’azzardo online (prima Totosì poi Betflag), passando per gli appalti per le mense e i servizi generali di una trentina di istituti penitenziari italiani. Proprio questo è stato al centro della discussione nell’udienza di ieri assieme a numerose e diverse questioni sulla competenza del Tribunale di Potenza e l’effettiva insolvenza delle società. 
Quelle più indebitate risultano infatti trasferite in Svizzera ormai da diversi anni, ed è stata proprio la scoperta di questa fuga oltralpe a far decollare l’inchiesta nel 2010, quando un produttore di tappi e bottiglie, che era riuscito a ottenere un titolo esecutivo dal Tribunale per recuperare quasi due milioni di euro di debiti non onorati dai Tarricone, si è ritrovato davanti a una società di diritto elvetico intestata a uno sconosciuto personaggio prima nel canton Grigioni e poi nel canton Zugo. 
Stando all’accusa si sarebbe trattato di operazioni fittizie con dei prestanome, tant’è vero che le società una volta varcato il confine cariche di debiti per decine di milioni sarebbero rimaste del tutto inattive. E mentre si realizzavano queste operazioni in danno dei debitori del gruppo, inteso come la “holding”, lo stesso gruppo e gli stessi fratelli intascavano i dividendi per la vendita degli asset migliori, come Totosì, un’affare da quasi 40 milioni di euro. Soldi investiti anche in beni mobili e immobili che in procura vorrebbero bloccare per restituirli al fisco e al forniture di tappi e bottiglie di turno. 
A febbraio, assieme al sequestro dei beni, per i fratelli era stato disposto anche l’arresto, annullato sempre dal Tribunale del riesame. Le motivazioni della decisione verranno depositate nei prossimi giorni. 

 

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