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"E se Elisa non fosse morta lì"
Restivo appronta la sua difesa

Basilicata

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SALERNO - Il crimescope, la lampada che non può mancare nel kit di un moderno investigatore delle scene del crimine, ne ha illuminate almeno due. "Tracce ematiche" le chiamano in gergo. Sulla porta tra la canonica della chiesa della Trinità e la terrazza da cui si accede al sottotetto che ha nascosto il corpo di Elisa per 17 anni. Lì però di sangue non ne è stato trovato nemmeno l'ombra, a parte nel punto dove il corpo ha poggiato per tutto il tempo. Cosa cerca di insinuare l'avvocato Alfredo Bargi? Forse che Elisa non è morta lassù dov'è stata trovata. O che era stata già ferita quando c'è salita. Anche se per dirlo con certezza occorrerebbe riaprire il dibattimento del processo contro Restivo.

Per quanto paradossale possa apparire c'è qualcosa su cui la difesa di Danilo Restivo e la famiglia Claps sembrano essere d'accordo. Ed è che Elisa non sarebbe mai salita nel luogo più buio e irraggiungibile della chiesa della Santissima Trinità con un suo spasimante solo perché questi gli aveva promesso un regalino. Non si sarebbe inerpicata lungo le scale della canonica fino al terrazzo, e di lì sul camminamento ai bordi del tetto fin dietro al campanile, dov'è l'ingresso per quella che sarebbe diventata la sua tomba.

Ha deciso di provare a introdurre anche questo l'avvocato Bargi nel tema della discussione in corso davanti ai giudici della Corte d'assise d'appello di Salerno. Nel ricorso depositato circa un anno fa non c'era, ma da allora assieme alla storica assistente Marzia Scarpelli non hanno mai smesso di leggere e rileggere i faldoni dell'inchiesta, dai verbali delle prime ore dopo la "scomparsa" di Elisa a quelli delle ispezioni del 17 marzo del 2010 quando al 113 è arrivata la telefonata di un operaio terrorizzato.

Il suo è un tentativo di dimostrare che aldilà di alcuni indizi a carico del suo assistito ne esistono diversi che lo scagionano. Altri poi quantomeno incrinano l'aura di certezza che ha avvolto le accuse nei suoi confronti portando alla condanna in primo grado. E sono tutte quelle cose che parlano di altre persone sulla scena del delitto, chi prima e chi dopo. Tracce di Dna senza padrone sul maglioncino di Elisa, capelli sparsi, varie formazioni pilifere, che lasciano pensare a più d'un assassino, o a qualche complice che può averlo aiutato.

Quelle macchie sulla porta che dà sul terrazzino della canonica indicano proprio in questa direzione. Certo, c'è una perizia di quelle commissionate dal gip Attilio Orio durante l'incidente probatorio che ha individuato un «clasto» incastrato nella suola dei sandali della ragazza. Un sassolino, per dirla in parole povere, dello stesso tipo di quelli sparsi ovunque nel sottotetto che con ogni probabilità, secondo la dottoressa Eva Sacchi, di professione ictologa (studiosa di impronte fossili in particolare, ndr), sarebbe stato pestato finendo lì sotto negli ultimi istanti di vita di Elisa. Data la sua grandezza e la posizione in cui è stato trovato se avesse avuto tempo e modo di farlo se lo sarebbe tolto lei stessa, secondo il perito, per evitare fastidi mentre camminava.

Certo, quand'anche si dovesse scoprire che quello sulla porta è il sangue di Elisa, potrebbe essere stato l'assassino a mettercelo sopra, sporco com'era dopo averle inflitto 13 coltellate lassù, mentre lasciava la scena del crimine. Ma le ipotesi alternative non possono essere prese troppo alla leggera e un dato empirico su tutti lascia pensare. Dalle prove che sono state svolte dagli investigatori risulta pressoche impossibile che qualcuno sia in grado di portare un corpo lassù da solo, sia attraverso quella porta, che dal terrazzo al camminamento ai bordi del tetto più alto di un mezzo metro abbondante. Anche per un giovane piazzato come Danilo Restivo. E se è davvero così, se qualcuno deve averlo aiutato a portare Elisa fino al nascondiglio che l'ha tenuta lontana dai suoi cari per tutti questi anni, chi è stato? Uno o più complici?

Queste sono le domande a cui gli inquirenti non hanno voluto né potuto dare risposta anche perché trascorsi 17 anni i termini di prescrizione per ipotesi come l'occultamento di cadavere e il favoreggiamento in omicidio li hanno privati degli strumenti giuridici necessari per indagare a fondo. Ed è su questi punti interrogativi che la difesa di Restivo non sembra intenzionata a fare sconti. «Vogliamo solo la verità». Ripete in continuazione l'avvocato Bargi, che perciò ha già annunciato l'intenzione di chiedere la riapertura del dibattimento anche per permettere l'analisi del Dna su quelle misteriose tracce di sangue.

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