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Ex Liquichimica, il Basento contaminato
e i fantasmi radioattivi

Basilicata

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POTENZA - Radiazioni in atmosfera «oltre quattro volte i livelli di “fondo ambientale” della zona». Elementi radioattivi in discarica fino a 5 volte le concentrazioni considerate sicure. E dati che «denotano l’immissione in falda di una parte dei radionuclidi presenti». Poco più a monte del Tora. Il torrente che si tuffa nelle acque del Basento proprio alle porte di Potenza.

E' quanto ha rilevato il Centro regionale radioattività dell'Arpab nell'area dell'ex Liquichimica nella zona industriale di Tito Scalo. Il rapporto sulla campagna di controlli effettuata è stato depositato nei giorni scorsi e si conclude in termini perentori. «E' necessaria l’adozione di azioni di rimedio finalizzate al contenimento della contaminazione ed alla limitazione dell’esposizione alle radiazioni ionizzanti». Scrive la dirigente responsabile Carmela Fortunato. Sia per «il pubblico» sia per «i lavoratori», ovvero chi in futuro si dovesse trovare ad operare con quel materiale. In sostanza: «specifici e adeguati adempimenti di sorveglianza fisica della radioprotezione». A partire dall'indicazione di esperto qualificato ai sensi di legge anche per le annunciate operazioni di bonifica.

Sotto osservazione dei tecnici dell'Agenzia regionale per la protezione dell'ambiente sono finite in particolare due «famiglie radioattive», quella del Torio e dell'Uranio naturali. Infatti si tratta di elementi da sempre presenti nella fosforite, che tra il 1969 e il 1989 - è stata lavorata nell'impianto dell'ex Liquichimica per la produzione di fertilizzanti, «in concentrazioni variabili in base al luogo di provenienza della materia prima». Quel ciclo industriale comportava la produzione di fosfogessi e fanghi contenenti proprio Torio e Uranio naturali, considerati entrambi «capostipiti di una “famiglia” radioattiva», in quanto generano «una catena di radionuclidi (nuclei atomici radioattivi)». In altre parole la dottoressa Fortunato spiega che «ogni radionuclide della catena è prodotto per decadimento radioattivo (quindi “figlio”) del precedente radionuclide della catena e produce (quindi “padre”), a sua volta per decadimento radioattivo, il radionuclide successivo, e così via». Ma «generalmente i trattamenti chimico-fisici del processo industriale in esame rompono l’equilibrio della catena presente nel minerale originario confinando “padri” e “figli” in sottoprodotti diversi». Così "babbo" Uranio è rimasto disciolto nella «fase liquida di scarto», che poi sarebbero i fanghi smaltiti chissà dove, mentre il "pronipote" Radio è «precipitato nella fase solida di scarto», ovvero i fosfogessi, accumulati a decine di migliaia di metri cubi nell'area dell'impianto, e poi abbandonati quando la fabbrica ha chiuso i battenti.

Quasi 30 anni dopo quei fosfogessi sono ancora lì dato che qualcuno ha pensato persino di utilizzarli per realizzare una vasca dove stoccare i fanghi provenienti dal depuratore di Potenza. Con loro c'è grossomodo tutto il carico di Radio originale, meno i "figli" nati nel frattempo e sfuggiti nell'atmosfera. Infatti il Centro radioattività spiega che «i dati analitici confermano lo stato di disequilibrio radioattivo della catena dell’U-238 (Uranio, ndr) (...) in particolare il rapporto Ra-226(Radio, ndr)/Pb-210 (Piombo, prodotto finale del decadimento radioattivo dell'Uranio, ndr), che sarebbe pari a 1 in condizioni di “equilibrio”, risulta generalmente superiore a 1 anche per effetto della volatilità del Radon Rn-222, che riduce la concentrazione dei suoi radionuclidi discendenti (tra cui il Pb-210) nella matrice considerata».

Insomma per anni la discarica di fosfogessi di Tito Scalo ha emesso nell'aria Radon: inodore, incolore e cancerogeno se inalato. «L’insieme dei dati misurati ad altezza di circa 1 metro dal suolo - scrive ancora la dottoressa Fortunato - può essere sintetizzato come segue: il range minimo – individuato quale “fondo ambientale” della zona varia da 65 a 95 nSv/h (unità di misura della dose equivalente di radiazione,ndr); il range dei livelli medi riscontrati nei punti esaminati e nelle condizioni all’atto dei sopralluoghi effettuati nella prima e nella seconda fase varia da 95 a 340 nSv/h; sulla base di quanto riportato nei punti precedenti si evince che in alcuni punti il rateo di dose gamma raggiunge livelli pari a oltre quattro volte i livelli di “fondo ambientale” della zona».

Quanto ai fosfogessi invece, i valori di concentrazione di figli e nipoti radioattivi dell'Uranio «risultano certamente superiori» ai dati storici dei monitoraggi in regione dell'Arpab, mediamente inferiori a 100 Bq/Kg (unità di misura dell'attività di un radionuclide, ndr). Di fatto , quello del Radio, a seconda del «diverso grado di mescolamento con terreno o materiale di diversa natura/origine (compreso il materiale inerte)» in alcuni punti si aggirerebbe anche tra i 459 e i 2461 Bq/Kg. D'altra partee la soglia limite prevista dalla legge, oltre la quale è obbligatoria «l'adozione di azioni di rimedio» a tutela degli «individui esposti», è fissata a 500 Bq/Kg.

Infine c'è l'acqua, per cui non sono state ancora previste soglie di tolleranza di Radio e derivati "disciolti" ma esistono soltanto livelli minimi di "notificabilità" sia per le acque superficiali che per l’acqua potabile «rispettivamente pari a 1 Bq/litro e a 0.1 Bq/litro». Nei campioni di 3 dei pozzi analizzati sono stati rilevati valori di «compresi approssimativamente tra 8 e 11 Bq/litro» rispetto a un "fondo" inferiore a 3. Niente di preoccupante se è vero quanto riporta il Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute, per cui «gli Stati Uniti hanno proposto un limite massimo di 159 Bq/litro per le riserve private d’acqua» e «in Italia, il Consiglio superiore di sanità ha raccomandato che la concentrazione di radon nelle acque minerali e imbottigliate non superi i 100 Bq/litro (32 Bq/litro per le acque destinate ai bambini e ai lattanti)». Ma per l'Arpab è pur sempre il segno di una contaminazione della falda a monte del Tora, compresa all'interno del bacino idrografico del Basento, iniziata chissà quando. Mentre la barriera idraulica attorno alla discarica dei fosfogessi risale ad appena a 5 anni fa.  

l.amato@luedi.it

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