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Affari con i Casalesi
In manette i Tancredi

Basilicata

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POTENZA - Affari con un socio del figlio di Francesco "Sandokan" Schiavone, il trentenne Nicola, suo erede designato. Per questo con l'accusa di concorso esterno nel clan dei Casalesi venerdì scorso sono finiti in carcere "Gino" e Antonio Tancredi, re del gioco online di Potenza e dintorni.

A disporre il loro arresto è stato il gip del tribunale di Napoli Antonella Terzi che ha accolto le richieste avanzate dai pm della Dda partenopea guidata da Giovanni Colangelo, ex procuratore del capoluogo lucano. Per gli inquirenti i due fratelli potentini avrebbero prestato la loro «condizione di imprenditori nel settore delle scommesse illegali on-line per agevolare l’attività di controllo del gioco d’azzardo nel territorio della provincia di Modena» a Schiavone e company. Così facendo avrebbero permesso «ai circoli denominati Matrix 2, Matrix 3, Matrix 4 e Matrix 5, direttamente gestiti dall’associazione mafiosa denominata “clan dei Casalesi”, di esercitare abusivamente il gioco e le scommesse clandestini» e di «accettare, raccogliere o comunque favorire l’accettazione o in qualsiasi modo la raccolta anche per via telefonica o telematica di scommesse di qualsiasi genere da chiunque accettate dall’Italia o all’estero, attraverso la predisposizione di collegamenti internet con sistema protetto per permettere il giuoco d’azzardo su siti www.dollarocasino.com, www.europagrancasino.com, www.granbett.com, www.dollarobett.com, www.jogobrasil.com tutti attestati in Romania e di proprietà dei fratelli Tancredi». In cambio invece avrebbero ottenuto «la possibilità di controllare consistenti fette di mercato e di godere della copertura, anche economica del clan».

Anello di congiunzione tra il giovane Sandokan e le società rumene dei due potentini, specializzate nella realizzazione di piattaforme per il gioco d'azzardo online, sarebbe stato Nicola "Rocco" Femia, un sorvegliato speciale originario della Locride con agganci nelle famiglie della provincia reggina e una condanna a 23 anni della Corte d’appello di Catanzaro per armi e traffico di droga. Una volta trasferitosi al nord Femia non sarebbe rimasto con le mani in mano organizzando una rete di sale giochi in varie regioni che fatturavano decine e decine di milioni di euro all’anno. Una specie di "franchising" a quanto emerso dall'inchiesta dell'antimafia napoletana, dopo quella dei colleghi bolognesi che a gennaio avevano già chiesto e ottenuto il carcere per lui e gli arresti domiciliari per Luigi Tancredi (più noto come "Gino") con l'accusa di associazione a delinquere.

Secondo i pm emiliani, Femia e Tancredi avevano realizzato un sistema per aggirare le restrizioni italiane al gioco d’azzardo agganciandosi ai server che ospitavano i software realizzati in Romania. Più fortuna e meno abilità, questa la formula proibita, che tradotto in soldoni significa guadagni a 6 zeri. Ma l'idea che a monte esistesse un sodalizio di stampo 'ndranghetista tra i due, avvalorata dalle intercettazioni di alcuni degli indagati in cui si parlava di sparare in bocca al giornalista di Repubblica Giovanni Tizian, non ha passato né il vaglio del gip né quello del Riesame. Così Tancredi, non più tardi di due mesi fa era tornato in libertà, a Roma, dove ha spostato la sua residenza da qualche anno. 

Più che la 'ndrangheta quindi dietro Femia, secondo i pm napoletani Antonello Ardituro, Marco Del Gaudio, Maurizio Giordano e Sandro Da Alessio, ci sarebbero stati i reduci del clan dei Casalesi, decapitato dalle inchieste giudiziarie ma ancora attivo. Grazie soprattutto al giovane Nicola Schiavone, un «boss emergente» capace di "reclutare" per l'installazione delle macchinette per il videopoker nelle sue salette in Emilia persino un piccolo imprenditore come Antonio Padovani, catanese considerato «contiguo» alla famiglia mafiosa capeggiata da Nitto Santapaola.

Gino (48 anni) e Antonio Tancredi (47) sono accusati anche di truffa, gioco d'azzardo e associazione a delinquere finalizzata a una serie di reati finanziari con l'aggravante «di aver agevolato un'associazione armata, avendo i componenti della stessa la disponibilità di armi ed esplosivi per il conseguimento delle finalità dell’associazione, e di aver contribuito a far ottenere somme costituenti il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti con le quali gli associati finanziavano, assumevano e mantenevano il controllo di attività economiche».

l.amato@luedi.it

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