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Piano per il salotto,
pmi penalizzate

Basilicata

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MATERA - Eccoli gli interventi che permetteranno alle imprese di accedere ai fondi, 101 milioni di euro, messi a disposizione del Contratto di programma (siglato a febbraio) per rilanciare il distretto del mobile imbottito. Ad ascoltare, nella sala consiliare della Provincia, la relazione sul Piano attuativo svolta da Corrado Diotallevi di Invitalia (l’agenzia governativa che promuove gli investimenti per lo sviluppo delle imprese) e  Maria Teresa Mitidieri, del Ministero dello Sviluppo, ci sono tutti i protagonisti:  il presidente e l’assessore alle Attività produttive della Regione, Vito De Filippo e Marcello Pittella,  il sindaco di Matera, Filippo Adduce, i rappresentanti della piccola impresa, gli industriali del settore, i sindacalisti. De Filippo ha appena affermato, un attimo prima di consegnare la parola ai tecnici del Governo, che quella che si sta vivendo non è una giornata qualsiasi: “I vertici delle istituzioni locali, con i rappresentanti del mondo bancario, del Ministero e di Invitalia, sono qui per dare un segnale importante. 

Le opportunità economiche offerte dal Contratto rappresentano  un’occasione irripetibile. Spero che imprese e sindacati riconoscano il valore di questo sforzo e diano loro il valore che meritano. Non si tratta di misure fittizie, ma di interventi destinati lasciare il segno e a rilanciare l’occupazione nel distretto”. Il messaggio del Governatore vorrebbe infondere ottimismo nella platea, ma l’aria che si respira non è salutare: e come potrebbe esserlo se quello del mobile imbottito è un settore che si dibatte, ormai da anni, in una crisi con effetti già letali su centinaia imprese e migliaia di lavoratori? Eppure l’impegno finanziario è notevole. Oltre ai 40 milioni del Ministero (da dividere con la parte pugliese del distretto) ci sono i 21 milioni recuperati dalla Regione. 

Ma alcuni rappresentanti della piccola impresa e  del sindacato restano scettici. I primi lamentano che gli interventi previsti dal Piano attuativo privilegiano di fatto i grandi gruppi (“finanziare progetti del valore economico non inferiore a un milione di euro - sostengono - mette di fatto fuori le piccole e piccolissime aziende”). I secondi sospettano che gli investimenti promossi dal Governo e dalla Regione non abbiano l’obiettivo prioritario di salvaguardare e rilanciare il lavoro, ma quello di offrire agevolazioni e opportunità alle imprese in nome di uno sviluppo fondato  sulla ricerca e sull’innovazione piuttosto che sul recupero dell’occupazione. Ed è lo stesso Adduce a chiedersi e a chiedere: “Ma quando, per la prima volta, e sono passati un bel po’ di anni, si è parlato di contratto di programma, non era forse perché occorreva scongiurare, per tempo, l’emergenza occupazionale? E consolidare le imprese esistenti creando, al contempo, le condizioni per l’insediamento di nuove attività produttive?”.  Anche perché, lo incalza, Fernando Mega, sindacalista Cgil, “quando in autunno scadranno cassa integrazione e mobilità per centinaia di lavoratori, potremmo trovarci in una situazione esplosiva dal punto di vista sociale”. Ma politici e istituzioni, a giudizio del sindacalista, sono ciechi e sordi: “Da quel che sento qui - aggiunge - capisco che c’è una diffusa rassegnazione. Creare occupazione? Nessuno ci crede. Tutta questa discussione non è altro che la presa d’atto di un fallimento”.

Eppure Diotallevi e la Mitidieri, a nome di Invitalia e del Ministero dello Sviluppo, sono prodighi di spiegazioni. Il primo fa un lungo excursus per illustrare scopi e modalità degli interventi. Chiarisce subito che il Ministero si avvarrà di due strumenti di finanziamento: perché due sono gli obiettivi del Piano. Dei 40 milioni messi a disposizione dal Governo, la metà è infatti destinata al finanziamento di consistenti investimenti produttivi. Gli altri 20 milioni serviranno invece a sostenere progetti di ricerca industriale e attività produttive di carattere innovativo e sperimentale. Nel primo caso saranno utilizzati i cosiddetti contratti di sviluppo (un regime di aiuto da tempo operativo a livello nazionale); nel secondo si utilizzeranno i fondi previsti dalla legge 46 per l’incentivazione della ricerca tecnologica.

Interventi che puntano, spiegano i due funzionari del Governo, ad assecondare, finanziandoli, progetti di investimento che siano capaci “di favorire la riconversione produttiva del Distretto in settori alternativi”; di stimolare  la nascita di nuove imprese o l’ampliamento di quelle esistenti; di incoraggiare l’ampliamento e la riqualificazione delle aziende del Distretto che in passato abbiano già espresso progettualità innovativa, di processo o di prodotto; di promuovere l’integrazione delle imprese e la riqualificazione delle strutture dismesse o sottoutilizzate presenti nel territorio del Distretto”. 

Il tutto naturalmente andrebbe accompagnato da “accordi con le organizzazioni sindacali e datoriali per intese sull’organizzazione del lavoro che contribuiscano al miglioramento delle performance produttive”. E, soprattutto, “da intese con il sistema bancario per facilitare l’accesso al credito”. Ma proprio le banche risultano essere le gandi assenti nel dibattito alla Provincia. Il che la dice lunga sullo stato dei rapporti tra il mondo del credito e quello dell’impresa. All’assessore Pittella che si è speso più di tutti per rilanciare il Contratto di programma, a quasi 10 anni dal primo tavolo ministeriale sulla crisi del distretto, non resta che sottolineare come, in questo caso, “l’istituzione ha fatto la sua parte, con la messa a disposizione degli strumenti finanziari. La palla ora passa alle imprese”.

a.grassi@luedi.it

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