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Le scarpe e lo sperpero
del denaro pubblico

Basilicata

Tempo di lettura: 
6 minuti 53 secondi
PER un anno intero con lo stesso paia di scarpe. Dalla mattina alla sera, d’estate e d’inverno. Non vi sembra possibile? Vi sbagliate, perché Michele Lorusso con lo stesso paia di scarpe ormai cammina da più di un anno. Lo stesso identico, anche se ora fa caldo e, magari, diventa meno sopportabile tenere chiuso il piede in una scarpa pensata per resistere al gelo invernale. 
Quelle di Michele Lorusso non sono scarpe normali. Lui, invalido civile al 100%, ha bisogno di calzature particolari per poter camminare. Non correre, ma trascinare i piedi e garantirsi così un minimo di autonomia. Quelle calzature ortopediche hanno un costo improponibile per un privato cittadino, specie per uno che deve sopravvivere con 280 euro di pensione d’invalidità: solo le scarpe costano 716 euro a cui va aggiunta l’iva. Ci aggiriamo intorno agli 800 euro complessivi.
E non è che se ne possa fare a meno, perché Michele Lorusso ha il «piede piatto valgo bilaterale in paraparesi spastica trattato chirurgicamente». Quindi con delle scarpe normali non riuscirebbe a camminare. Non riuscirebbe, in realtà, neppure a inserirlo il piede in una scarpa. Ecco  perché di quelle calzature ha assolutamente bisogno. 
E infatti il servizio sanitario pubblico riconosce quelle scarpe come protesi: «un paio all’anno - dice - e ti chiedono di scegliere se le vuoi estive o invernali. Solo che se le scegli estive poi come fai d’inverno?». Solo che quando Michele si presenta all’Asp per far richiesta di un nuovo paio (con regolare prescrizione medica) l’Ufficio protesi rifiuta la fornitura sostenendo che non ci sarebbero tutte le patologie di cui il paziente parla. 
Michele Lorusso allora presenta una denuncia alla Procura della Repubblica: «se per loro non ho queste patologie, ai controlli che ci vado a fare?». 
Il 15 luglio scorso arriva una formale comunicazione dall’Asp, firmata da Giulia Motola, responsabile dell’Ufficio assistenza protesica. E così a Michele Lorusso viene comunicato il motivo per il quale un nuovo paio di scarpe proprio non potrà averlo: «Al signor Lorusso è stata riservata la massima attenzione e il caso è stato valutato con competenza e scrupolosità, riconoscendone tra l’altro la innegabile condizione clinica, la quale però, anche nel rispetto dei dettami nazionali e regionali in materia, non esime da un responsabile consono ed etico obbligo a non sperperare il denaro pubblico».
«La richiesta di fornitura, tra l’altro, non è stata presentata all’esatto scadere dei tempi minimi di rinnovo. Ma il rinnovo della fornitura è in ogni caso subordinato alla verifica di idoneità e convenienza alla sostituzione o riparazione. Questo significa che se un dispositivo al termine del periodo previsto è ancora in perfetto stato di funzionamento, il rinnovo può essere rifiutato».
Allora: l’ultima fornitura risale al 20 giugno 2012, mentre la nuova richiesta è del 23 maggio 2013. E’ questo mese di differenza a non far rientrare la domanda nei termini previsti? 
Ma poi - dice Lorusso - loro dicono che le scarpe sono in buone condizioni, al limite vanno cambiati tacchi e plantari. Giudicate voi se sono in buone condizioni dopo più di un anno che le indosso tutti i giorni. Mi dicono di cambiare solo il plantare, ma mettere dentro la scarpa un’aggiunta significa non riuscire a infilare dentro la scarpa il piede, non entrerebbe neppure». 
Ora è comprensibile e apprezzabile il non voler «sperperare il denaro pubblico». Provate voi, però, a tenere lo stesso paio di scarpe per un anno. Provateci, gentili medici della Commissione che ha valutato il caso. Che di soldi pubblici, è vero, se ne sperperano tanti. Ma perchè poi quando si devono mettere dei limiti a pagare sono sempre quelli che meno hanno? 
Così, se certamente è etico e giusto risparmiare risorse, meno etico appare risparmiare sempre su chi davvero poco ha già avuto dalla vita.
Antonella Giacummo

PER un anno intero con lo stesso paia di scarpe. Dalla mattina alla sera, d’estate e d’inverno. Non vi sembra possibile? Vi sbagliate, perché Michele Lorusso con lo stesso paia di scarpe ormai cammina da più di un anno. Lo stesso identico, anche se ora fa caldo e, magari, diventa meno sopportabile tenere chiuso il piede in una scarpa pensata per resistere al gelo invernale. Quelle di Michele Lorusso non sono scarpe normali. Lui, invalido civile al 100%, ha bisogno di calzature particolari per poter camminare. Non correre, ma trascinare i piedi e garantirsi così un minimo di autonomia. Quelle calzature ortopediche hanno un costo improponibile per un privato cittadino, specie per uno che deve sopravvivere con 280 euro di pensione d’invalidità: solo le scarpe costano 716 euro a cui va aggiunta l’iva. Ci aggiriamo intorno agli 800 euro complessivi.E non è che se ne possa fare a meno, perché Michele Lorusso ha il «piede piatto valgo bilaterale in paraparesi spastica trattato chirurgicamente». Quindi con delle scarpe normali non riuscirebbe a camminare. Non riuscirebbe, in realtà, neppure a inserirlo il piede in una scarpa. Ecco  perché di quelle calzature ha assolutamente bisogno. E infatti il servizio sanitario pubblico riconosce quelle scarpe come protesi: «un paio all’anno - dice - e ti chiedono di scegliere se le vuoi estive o invernali. Solo che se le scegli estive poi come fai d’inverno?». Solo che quando Michele si presenta all’Asp per far richiesta di un nuovo paio (con regolare prescrizione medica) l’Ufficio protesi rifiuta la fornitura sostenendo che non ci sarebbero tutte le patologie di cui il paziente parla. Michele Lorusso allora presenta una denuncia alla Procura della Repubblica: «se per loro non ho queste patologie, ai controlli che ci vado a fare?». Il 15 luglio scorso arriva una formale comunicazione dall’Asp, firmata da Giulia Motola, responsabile dell’Ufficio assistenza protesica. E così a Michele Lorusso viene comunicato il motivo per il quale un nuovo paio di scarpe proprio non potrà averlo: «Al signor Lorusso è stata riservata la massima attenzione e il caso è stato valutato con competenza e scrupolosità, riconoscendone tra l’altro la innegabile condizione clinica, la quale però, anche nel rispetto dei dettami nazionali e regionali in materia, non esime da un responsabile consono ed etico obbligo a non sperperare il denaro pubblico».«La richiesta di fornitura, tra l’altro, non è stata presentata all’esatto scadere dei tempi minimi di rinnovo. Ma il rinnovo della fornitura è in ogni caso subordinato alla verifica di idoneità e convenienza alla sostituzione o riparazione. Questo significa che se un dispositivo al termine del periodo previsto è ancora in perfetto stato di funzionamento, il rinnovo può essere rifiutato».Allora: l’ultima fornitura risale al 20 giugno 2012, mentre la nuova richiesta è del 23 maggio 2013. E’ questo mese di differenza a non far rientrare la domanda nei termini previsti? Ma poi - dice Lorusso - loro dicono che le scarpe sono in buone condizioni, al limite vanno cambiati tacchi e plantari. Giudicate voi se sono in buone condizioni dopo più di un anno che le indosso tutti i giorni. Mi dicono di cambiare solo il plantare, ma mettere dentro la scarpa un’aggiunta significa non riuscire a infilare dentro la scarpa il piede, non entrerebbe neppure». Ora è comprensibile e apprezzabile il non voler «sperperare il denaro pubblico». Provate voi, però, a tenere lo stesso paio di scarpe per un anno. Provateci, gentili medici della Commissione che ha valutato il caso. Che di soldi pubblici, è vero, se ne sperperano tanti. Ma perchè poi quando si devono mettere dei limiti a pagare sono sempre quelli che meno hanno? Così, se certamente è etico e giusto risparmiare risorse, meno etico appare risparmiare sempre su chi davvero poco ha già avuto dalla vita.

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