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Una jella spettacolare
La rivincita di Colobraro

Basilicata

Tempo di lettura: 
9 minuti 0 secondi

 

di ANTONIO CORRADO
e BATTISTA D’ALESSANDRO
COLOBRARO - L’esperimento è geniale, perchè trasforma una forza negativa come la rabbia ed il risentimento per essere definiti “il popolo della sfiga” nell’energia positiva, che riesce a trarre il meglio proprio da questa nomea.
Il merito è del giovane sindaco di Colobraro, Andrea Bernardo, che in due anni ha  orchestrato un’autentica rivoluzione culturale, un esempio da seguire e premiare, soprattutto nelle stretagie culturali della Regione Basilicata. Sono ormai lontani i tempi in cui proprio Bernardo, sulle colonne del Quotidiano, doveva difendere la sua piccola comunità da questa ignobile nomea, che è riuscita a varcare persino i confini regionali, attirando l’attenzione di organi di stampa nazionali, notoriamente non sempre competenti e “ovattati” nel dare certe notizie.
Oggi Bernardo è orgoglioso di questa nomea, perchè sta fruttando molto, almeno in termini di presenze turistiche e cuiriosità. Dodicimila persone nel 2012, oltre seimila nelle prime serate, che si concluderanno venerdì, perchè come ogni sfiga comanda, gli eventi di “Sogno di una notte..a quel paese”, si svolgono rigorosamente di martedì e venerdì, i giorni della jella, secondo la cultura popolare.
Ma la “cattiva nomea” di Colobraro, accentuata anche da secolari invidie dei paesi vicini, prese corpo nel secondo Dopoguerra per un caso fortuito che vide protagonista, durante una riunione che si svolgeva presso il palazzo della Provincia di Matera, l’avvocato Nicola Virgilio. 
Mentre argomentava ed accentuava le richieste per il suo Comune, legò le stesse all’eventualità che il  lampadario situato al centro della stanza (aveva già notato che era pericolante), cedesse. La cosa avvenne e da quel momento prese corpo la momea del “paese portajella”. Ernesto De Martino, alcuni anni dopo, ci mise del suo, consegnando Colobraro alla cattiva fama nazionale. De Martino è in Basilicata, da Valsinni, a bordo di una vecchia Balilla messa a disposizione dalla Federazione del Pci di Matera deve salire a Colobraro  per incontrare “uno zampognaro famoso di cui devono registrare i canti”. È accompagnato dal musicologo Diego Carpitella, da Vittoria De Palma, dal fotografo Franco Pinna e da Marcello Venturosi. Si muovono con spirito alquanto inquieto in quanto, annoterà De Martino, Colobraro “ … per quel che si dice in Lucania, è un paese di jettatori. A Pisticci ci hanno pregato di evitare quel nome”. Il gruppo raggiunge Colobraro e si ferma nella piazza del paese, completamente vuota, quando è già notte. È  il 13 ottobre del 1952. “Quand’ecco che, ad un tratto, vediamo nel riquadro del finestrino della nostra auto due sopracciglia nere, folte e unite su una lunga faccia pallida e scavata: la sinistra tradizionale immagine dello jettatore. Dov’è lo zampognaro? – chiediamo. Lo zampognaro è morto, ci sussurra l’uomo dalle sopracciglia. Morto? Appena un’ora fa. Si aspetta la legge”.  Così nei “Taccuini di viaggio”, curati da Clara Gallini e pubblicati in “Note di campo” e “L’opera a cui lavoro” (parti essenziali sono riproposti, insieme a canti e lamenti raccolti tra Valsinni e Colobraro da Pasquale Montesano in “Magia e riti nella Valle del Sinni” pubblicato in “Le Terre del Silenzio -Ricerche, studi e documenti per la storia del Basso Sinni”, Associazione culturale In Loco-Archivia, Rotondella, 2000) prosegue il racconto: “Ci spiega poi come solo andate le cose. Lo zampognaro aveva trovato lavoro dopo un lungo periodo di disoccupazione, e per festeggiare l’evento si era ubriacato. Verso il tramonto, al termine della sua prima giornata di fatica, e dopo avere bevuto quel molto vino che ho detto, era salito sul camion con gli altri compagni, per tornare in paese. Portava con sé la sua zampogna, e durante il viaggio vi dava fiato dentro a pieni polmoni, traendone antiche arie pastorali, che tutti accompagnavano col canto. Poi, mentre la gioia era al colmo, e lo zampognaro ritto sul camion dava fiato con  lena raddoppiata alla zampogna, era bastato assai poco, un nonnulla, un sasso sulla strada, per mutare la scena di colpo: il camion fermo, lo zampognaro riverso nella polvere e i suoi compagni, intorno, gridando”. 
A Ernesto De Martino le immagini che Franco Pinna scattava dovevano servire a documentare quanto l’etnologo annotava e rielaborava per dare corpo quell’opera di denuncia di un Sud rimasto indietro nella storia. Pinna ci metteva tutta la sua arte nonché la tecnica nel costruire immagini appropriate.
La foto della “fattucchiera” di Colobraro, realizzata nell’ottobre del ‘52, un corpo distrutto dalla fatica del tempo, dalle attese, dalla sofferenza per i propri morti e per probabili  figli migrati nell’America del Sud (sintesi dei paesi del Meridione di quel tempo) ha fatto il giro del mondo ed anche a questa immagine è legato il nome di Colobraro. Pinna realizzò diversi scatti prima di consegnarcela così come l’abbiamo conosciuta allestendo un piccolo set per raggiungere il risultato che tutti conosciamo. Una donna che viene indicata come Maddalena La Rocca nelle didascalie che accompagnano l’immagine anche se nuove voci dicono che si tratti di una certa Maria Francesca Fiorenza. 

COLOBRARO - L’esperimento è geniale, perchè trasforma una forza negativa come la rabbia ed il risentimento per essere definiti “il popolo della sfiga” nell’energia positiva, che riesce a trarre il meglio proprio da questa nomea.Il merito è del giovane sindaco di Colobraro, Andrea Bernardo, che in due anni ha  orchestrato un’autentica rivoluzione culturale, un esempio da seguire e premiare, soprattutto nelle stretagie culturali della Regione Basilicata. 

 

Sono ormai lontani i tempi in cui proprio Bernardo, sulle colonne del Quotidiano, doveva difendere la sua piccola comunità da questa ignobile nomea, che è riuscita a varcare persino i confini regionali, attirando l’attenzione di organi di stampa nazionali, notoriamente non sempre competenti e “ovattati” nel dare certe notizie.

Oggi Bernardo è orgoglioso di questa nomea, perchè sta fruttando molto, almeno in termini di presenze turistiche e cuiriosità. Dodicimila persone nel 2012, oltre seimila nelle prime serate, che si concluderanno venerdì, perchè come ogni sfiga comanda, gli eventi di “Sogno di una notte..a quel paese”, si svolgono rigorosamente di martedì e venerdì, i giorni della jella, secondo la cultura popolare.

Ma la “cattiva nomea” di Colobraro, accentuata anche da secolari invidie dei paesi vicini, prese corpo nel secondo Dopoguerra per un caso fortuito che vide protagonista, durante una riunione che si svolgeva presso il palazzo della Provincia di Matera, l’avvocato Nicola Virgilio. Mentre argomentava ed accentuava le richieste per il suo Comune, legò le stesse all’eventualità che il  lampadario situato al centro della stanza (aveva già notato che era pericolante), cedesse. La cosa avvenne e da quel momento prese corpo la momea del “paese portajella”. 

Ernesto De Martino, alcuni anni dopo, ci mise del suo, consegnando Colobraro alla cattiva fama nazionale. De Martino è in Basilicata, da Valsinni, a bordo di una vecchia Balilla messa a disposizione dalla Federazione del Pci di Matera deve salire a Colobraro  per incontrare “uno zampognaro famoso di cui devono registrare i canti”. È accompagnato dal musicologo Diego Carpitella, da Vittoria De Palma, dal fotografo Franco Pinna e da Marcello Venturosi. Si muovono con spirito alquanto inquieto in quanto, annoterà De Martino, Colobraro “ … per quel che si dice in Lucania, è un paese di jettatori. A Pisticci ci hanno pregato di evitare quel nome”. Il gruppo raggiunge Colobraro e si ferma nella piazza del paese, completamente vuota, quando è già notte. 

È  il 13 ottobre del 1952. “Quand’ecco che, ad un tratto, vediamo nel riquadro del finestrino della nostra auto due sopracciglia nere, folte e unite su una lunga faccia pallida e scavata: la sinistra tradizionale immagine dello jettatore. Dov’è lo zampognaro? – chiediamo. Lo zampognaro è morto, ci sussurra l’uomo dalle sopracciglia. Morto? Appena un’ora fa. Si aspetta la legge”.  

Così nei “Taccuini di viaggio”, curati da Clara Gallini e pubblicati in “Note di campo” e “L’opera a cui lavoro” (parti essenziali sono riproposti, insieme a canti e lamenti raccolti tra Valsinni e Colobraro da Pasquale Montesano in “Magia e riti nella Valle del Sinni” pubblicato in “Le Terre del Silenzio -Ricerche, studi e documenti per la storia del Basso Sinni”, Associazione culturale In Loco-Archivia, Rotondella, 2000) prosegue il racconto: “Ci spiega poi come solo andate le cose. Lo zampognaro aveva trovato lavoro dopo un lungo periodo di disoccupazione, e per festeggiare l’evento si era ubriacato. 

Verso il tramonto, al termine della sua prima giornata di fatica, e dopo avere bevuto quel molto vino che ho detto, era salito sul camion con gli altri compagni, per tornare in paese. Portava con sé la sua zampogna, e durante il viaggio vi dava fiato dentro a pieni polmoni, traendone antiche arie pastorali, che tutti accompagnavano col canto. Poi, mentre la gioia era al colmo, e lo zampognaro ritto sul camion dava fiato con  lena raddoppiata alla zampogna, era bastato assai poco, un nonnulla, un sasso sulla strada, per mutare la scena di colpo: il camion fermo, lo zampognaro riverso nella polvere e i suoi compagni, intorno, gridando”. 

A Ernesto De Martino le immagini che Franco Pinna scattava dovevano servire a documentare quanto l’etnologo annotava e rielaborava per dare corpo quell’opera di denuncia di un Sud rimasto indietro nella storia. Pinna ci metteva tutta la sua arte nonché la tecnica nel costruire immagini appropriate.

La foto della “fattucchiera” di Colobraro, realizzata nell’ottobre del ‘52, un corpo distrutto dalla fatica del tempo, dalle attese, dalla sofferenza per i propri morti e per probabili  figli migrati nell’America del Sud (sintesi dei paesi del Meridione di quel tempo) ha fatto il giro del mondo ed anche a questa immagine è legato il nome di Colobraro. 

Pinna realizzò diversi scatti prima di consegnarcela così come l’abbiamo conosciuta allestendo un piccolo set per raggiungere il risultato che tutti conosciamo. Una donna che viene indicata come Maddalena La Rocca nelle didascalie che accompagnano l’immagine anche se nuove voci dicono che si tratti di una certa Maria Francesca Fiorenza. 

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