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La partecipazione
è questione di immaginario

Basilicata

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POTENZA - «Il bisogno di partecipazione democratica è il risultato della crisi della politica. Che è crisi della rappresentanza». E sia chiaro, dice Giulio Ernesti, «la rappresentanza non riguarda solo certi portatori di interessi. Piuttosto, si tratta di portatori di immaginario».

Professore di Teorie dell’urbanistica allo Iuav di Venezia, si occupa da sempre di partecipazione, convinto com’è che la pianificazione dello spazio urbano non sia cosa per soli professionisti. «Tutti siamo portatori di conoscenza».

Ernesti ha fatto in questi giorni un giro per il centro storico di Potenza, con il naso all’insù e lo sguardo tra i vicoli, accompagnato da due studenti.

Lydia Postiglione e Francesco Fazio  sulla pianificazione partecipata del centro potentino stanno realizzando la tesi sperimentale. Siciliano lui, alle prese con l’urbanistica del capoluogo lucano per studio. Lydia, invece, è potentina-di-ritorno, emigrata per studiare e ora decisa a condividere un modello di progettazione che punta sulla qualità della vita. «L’intelligenza della città si misura soprattutto nella capacità di intercettare, raccogliere e ascoltare i bisogni dei cittadini». A metà settembre ne incontreranno parecchi, mettendo a confronto i residenti che vorranno partecipare alla ricerca, con i tecnici e gli operatori del centro. Tra ascolto dei bisogni e promozione dei desideri, il lavoro di partecipazione sarà tarato anche sulla possibilità reale. «Niente desideri impossibili, il punto è saper lavorare insieme per arrivare a proporre soluzioni di gestione dello spazio e della quotidianità utili per tutti e davvero praticabili». È il senso del lavoro di confronto.

Serve pazienza, ripetono.

«La partecipazione costa fatica», spiega Ernesti. In un centro più piccolo come Potenza, però, è forse più semplice avviare buoni processi, se non altro per i numeri.

«Oggi i partiti tradizionali e le organizzazioni esistenti non riescono più a rappresentare una situazione sociale così frammentata. Viviamo in un vero e proprio plurimmaginario in cui bisogni e desideri chiedono spazi. E in cui il conflitto è un fattore costante. Ma lo si può risolvere in maniera creativa».

Se ne parla spesso. Lo fa la politica, lo fanno le associazioni. Ma la partecipazione non è un esigenza diventata di moda di recente. «L’idea della partecipazione nella progettazione viene da lontano». Non è argomento dei giorni nostri. Non solo, almeno.

«C’è una bella tradizione in Italia, solo rimasta spesso sottotraccia, talvolta poco nota, costruita sulle esperienze di singoli che, in quegli anni, finivano con restare sperimentatori isolati». Il professore Ernesti si appassiona quando riprende in pillole le esperienze di Danilo Dolci, Carlo Doglio . «Abbiamo sempre avuto figure di grande intuito e modelli di pratiche partecipative. Ma la cultura politica dominante non poteva leggervi il modo per affrontare i problemi sociali da cui era afflitta l’Italia. Questi personaggi pensavano nel dopoguerra che un governo democratico passi attraverso la valorizzazione delle persone». Per spezzare vecchi cicli.

Il punto di partenza era pensare che non si potessero costruire il cambiamento e lo sviluppo della società se non in una dimensione locale. «Ma farlo davvero, praticando».

Secondo la regola base della partecipazione: mettersi in gioco. «Davano voce alla popolazione, lavoravano per attivare il territorio». Questa tradizione è rimasta però schiacciata «dai modi tradizionali di pensare la politica». Salvo periodi circoscritti, come negli anni Settanta, simili esperienze non sono mai diventate modello abituale.

Effetto un po’ anche della storia della politica di questo Paese. Polarizzata sempre e che non ha ammesso il ricambio. «La partecipazione di fondo è una redistribuzione di potere, di quote di controllo». Capita che venga avversata o utilizzata per costruire consenso rispetto a decisioni già prese.

«Nel Paese abbiamo avuto sempre due filoni di costruzione della conoscenza: uno più tecnocratico e dominante, l’altro di sperimentazione». È questo secondo fronte quello in cui si immagina la progettazione partecipata: «L’idea base è che tutti siamo portatori di conoscenza». In ogni settore. È un’esigenza che tocca la quotidianità, il vivere di tutti i giorni.

Non è un caso, spiega Ernesti, che in diverse discipline, dall’architettura, al diritto, alla pianificazione si stiano diffondendo figure professionali, mediatori capaci di facilitare questi processi.

I primi a dover imparare questa lezione dovrebbero essere gli amministratori. «Troppo spesso ci vengono proposti percorsi di finta partecipazione: ai cittadini si offre un pacchetto già chiuso di idee o scelte e la possibilità di incedere è minimale, sono possibili piccoli cambiamenti o la lamentela».

Invece i cittadini hanno voglia di sentirsi parte del processo di sviluppo. «Le città si muovono continuamente, perché si muovono le teste. Al di sotto di quello che sembra consolidato e abitudinario si muove un continuo bisogno di adattamento».

Eccolo, così, l’errore di sempre. «Si dice che le città siano un agglomerato di problemi. Pensiamo al traffico, al lavoro, alla povertà. Ma ci sono mille altre questione sconosciute e il cui tentativo di soluzione potrebbe dare effetti inattesi».

Per questo è importante coinvolgere il cittadino. «Si attiva maggiore consapevolezza, cresce la coesione, si sviluppa senso di appartenenza, voglia di riappropriazione di spazi, identità».

La maggiore sorpresa di sempre è proprio il cittadino. «È portatore di una conoscenza capace di far scoprire quello che un amministratore spesso non sospetta. Nè sa immaginare».

s.lorusso@luedi.it

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