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Petrolio, i pm di Roma smontano l’inchiesta sulla cricca

Basilicata
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L'ex ministro Federica Guidi e il suo ex compagno Gianluca Gemelli
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POTENZA - Quelli dell’imprenditore siciliano Gianluca Gemelli sono stati «atteggiamenti censurabili», ma non ha commesso nessun reato. Inoltre, non risulta che l’ex sindaco di Corleto Perticara, Rosaria Vicino (Pd), abbia mai «preteso o anche solo richieste contropartite» da parte sua, in cambio di agevolazioni per i suoi affari con Total nella Valle del Sauro.
E’ quanto sostiene la procura della Repubblica di Roma, che lunedì ha avanzato richiesta di archiviazione per il filone dell’inchiesta sul petrolio dei pm di Potenza, spedito ad agosto per competenza nella capitale.
Oltre alle accuse all’ex prima cittadina e all’ex compagno dell’ex ministra Federica Guidi (dimessasi a seguito dello scandalo), i pm hanno chiesto di archiviare le ipotesi di reato a carico: dell’ex capo di stato maggiore della Marina Militare Giuseppe De Giorgi (in congedo da qualche mese per raggiunti limiti d’età); dell’ex numero 2 di Confindustria Ivan Lo Bello; del dirigente di Total Giuseppe Cobianchi; dell’ex capo dell’ufficio bilancio del ministero della Difesa Valter Pastena; dell’ex commissario dell’autorità portuale di Augusta Alberto Cozzo; dell’ex presidente della Compagnia delle opere di Roma Nicola Colicchi; e di Pasquale Criscuolo, imprenditore di Polla (in provincia di Salerno), cresciuto nell’indotto del Centro oli dell’Eni di Viggiano.
Secondo i magistrati capitolini Gemelli ha acquistato «autorevolezza dal fatto di essere notoriamente il compagno del ministro Federica Guidi, condizione che egli spende con una certa spregiudicatezza». Eppure non avrebbe «mai richiesto compensi per interagire con esponenti della compagine governativa». Anche perché «generalmente» interessato - aggiungono - soltanto agli affari delle sue aziende.
Dunque nessuna corruzione se nell’ufficio del sindaco di Corleto (imbottito di microspie) si è proposto per affittare il capannone di proprietà delle ditta del figlio, nel caso in cui avesse ottenuto la commessa di Total che desiderava. Come pure se in risposta la Vicino gli ha fatto presente il suo metodo di trattare con la compagnia francese, per cui l’ufficio tecnico sarebbe stato pronto a bloccare qualsiasi «autorizzazione» nel caso in cui non dovessero «lavorare» persone «del paese».
Quanto al capitolo sul trasferimento del comandante della Marina militare siciliana, che avrebbe ostacolato gli affari di Gemelli nel porto di Augusta, nella richiesta di archiviazione si parla di un atto «necessario in ragione della sua contestuale promozione». Senza menzionare le intercettazioni in cui l’imprenditore siciliano parla con Colicchi, consulente dell’ammiraglio De Giorgi, di una promozione finalizzata proprio al cambio di sede dell’ufficiale sgradito («amoveatur ut amoveatur...»). In cambio di un suo interessamento sulla ministra per sbloccare i fondi della Legge navale.
Bocciata anche l’ipotesi di turbativa d’asta contestata a Gemelli per la costituzione di una società, in cui lui formalmente non figurava, che avrebbe dovuto “soffiare” a un’altra ditta la concessione, già in fase avanzata, di un deposito di stoccaggio di prodotti petroliferi nel porto di Augusta.
Quanto invece alla proroga del commissario dell’autorità portuale, sempre di Augusta, i pm della capitale hanno preso per buone le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio. Pertanto hanno escluso che Lo Bello abbia fatto pressioni perché fosse «strappata» la nomina di un’altra persona, così come emerge da un’intercettazione.
Di più hanno evidenziato che l’attuale presidente di Unioncamere, ancorché socio in passato di Gemelli, non avrebbe «ottenuto ovvero richiesto compensi per sollecitare il ministro».
Da ultimo i magistrati hanno affrontato l’ipotesi di associazione a delinquere a carico di Gemelli, Colicchi, Cozzo, Pastena e Lo Bello.
Nella richiesta di archiviazione si legge che dalle intercettazioni il patto andrebbe circoscritto ai primi due, escludendo gli altri. Ma poiché la legge prevede che per un’associazione a delinquere occorrano almeno tre persone manca un «elemento costitutivo del reato».
«A ciò si aggiunga - concludono i pm di Roma - che il reato (...) presuppone una stabile organizzazione (...) dunque non può ravvisarsi soltanto nel reciproco scambio di favori».

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